“La lotta alla corruzione è fondamentale” denunciano i Vescovi

“La lotta alla corruzione è fondamentale” denunciano i Vescovi

“La lotta alla corruzione è fondamentale” denunciano i Vescovi
Guatemala (Agenzia Fides) – 10 novembre 2016
In un comunicato intitolato “Dio ama la giustizia e il diritto”(Sal. 33), i Vescovi del Guatemala denunciano una “paralisi istituzionale” che si manifesta in diversi modi, come l’ostruzionismo fra i deputati e le azioni che fermano il regolare svolgimento della giustizia, mentre la giustizia dovrebbe essere “veloce, imparziale e estranea a forze esterne” si legge nel comunicato pervenuto a Fides.
Il documento ricorda la necessità di rafforzare la democrazia nei momenti difficili, per questo i Vescovi ripropongono quanto scritto nel giugno 2015, quando pubblicarono un documento sul bisogno della democrazia nella difesa del bene comune e sulla promozione della dignità umana: “Il primo principio di un popolo sovrano è di non sottomettersi a pressioni esterne o accettare condizioni per il paese”.
“La lotta alla corruzione è fondamentale, ma è necessario inquadrarla dentro obiettivi immediati di costruzione di un progetto nazionale” sottolineano i Vescovi. “La situazione socio-politica che stiamo vivendo è preoccupante e tocca tutti i guatemaltechi. Vogliamo un Guatemala diverso e ci siamo impegnati perché la verità del Vangelo sia il nostro più grande contributo al cambiamento sociale ed etico di cui come nazione abbiamo bisogno” conclude il testo, firmato dal Presidente della Conferenza episcopale, Sua Ecc. Mons. . Rodolfo Valenzuela Núñez, Vescovo della diocesi di Vera Paz, con la data del 6 novembre.
Lo scorso mese, i guatemaltechi sono rimasti scioccati per i risvolti del processo contro un ex-ministro ed altre 10 persone coinvolte in un caso di corruzione ad alto livello. Secondo la stampa locale, sono però apparsi anche altri casi di corruzione alle dogane, fra i politici e i dirigenti delle banche.

Abbandonati in balia del sole, della fame e dei parassiti

San Diego (Agenzia Fides) – 18 novembre 2016

Non si arresta la marcia di bambini e famiglie immigranti da Messico, Guatemala, Honduras e El Salvador verso gli Stati Uniti, in fuga dalla violenza e dalla povertà. A lanciare l’allarme è l’Agenzia per il Controllo delle Dogane degli Stati Uniti (CBP). Nella nota inviata a Fides si legge che, al confine tra Stati Uniti e Messico, in una terra di nessuno dove si registrano circa 50 gradi di temperatura, si incontrano centinaia di corpi abbandonati, spesso solo ossa di persone che cercavano di trovare un luogo nel quale vivere con dignità e mandare ai propri familiari qualcosa per sfamarli. La CBP mantiene alta l’allerta, “è stata una stagione molto calda e le temperature non calano”, riferisce la nota. Nel frattempo, il numero dei bambini che vengono arrestati alla frontiera sta raggiungendo quello della crisi umanitaria del 2014. Negli ultimi tre anni il confine tra Texas e Messico è stato invaso da una ondata di bambini immigrati e famiglie centroamericane senza precedenti. Scappano dai rispettivi Paesi di origine, principalmente El Salvador, Guatemala e Honduras, per chiedere asilo agli Stati Uniti.

A teatro con “Amici del Guatemala”

La nostra Associazione è stata coinvolta nello spettacolo “da Shakespeare a Pirandello” di Giorgio Pasotti, che andrà in scena al Teatro Puccini di Firenze il 17 Novembre 2016 alle ore 21.15, costo del biglietto 15 euro. Gli organizzatori ci hanno fornito di biglietti da vendere: su ciascun biglietto venduto, l’Associazione tratterrà un terzo dell’importo, pari a 5 euro a biglietto.
Quello che ricaveremo andrà per il PROGETTO EMANCIPAZIONE DONNA che consiste nell’organizzazione di corsi di sartoria, cucina e orticoltura, nonchè aiuto tipo microcredito per un inizio di piccola attività, a supporto della FORMAZIONE UMANA, SOCIALE E LAVORATIVA FEMMINILE.
Per comprare i biglietti contattaci all’indirizzo mail amiciguatemala@yahoo.it o chiamateci al numero3284097118.
 
Lo spettacolo “da Shakespeare a Pirandello”, dell’autore letterario e compositore cinematografico e teatrale Davide Cavuti, è un percorso nel mondo della letteratura e del teatro attraverso le opere di due grandi scrittori quali William Shakespeare e Luigi Pirandello, i cui testi saranno interpretati dall’attore Giorgio Pasotti. Giorgio Pasotti li proporrà in modo originale, calandosi nei vari personaggi attraverso le loro storie intense e particolari.
L’omaggio a William Shakespeare comprenderà brani rielaborati tratti da “Giulio Cesare”, da “Amleto”, di alcuni dei suoi sonetti più celebri, mentre di Luigi Pirandello sarà interpretato “L’uomo con il fiore in bocca”.
Tra i due grandi autori, ci sarà un momento dedicato ad alcuni scrittori contemporanei e al cinema con la proiezione di alcune clip del film “Io, Arlecchino” di Giorgio Pasotti

AMICI DEL GUATEMALA ONLUS
Piazza Madre Teresa di Calcutta, 1 – 53100 Siena
tel 328-4097118  

“Deve finire lo sfruttamento di contadini e indigeni” chiede Mons. Vian Morales

Deve finire lo sfruttamento di contadini

Città del Guatemala (Agenzia Fides 20 settembre 2016)

“Non continuare con lo sfruttamento di contadini e indigeni e dire la verità in ogni momento”: questi i due presupposti per avere un paese migliore indicati dall’Arcivescovo di Santiago de Guatemala, Sua Ecc. Mons. Oscar Julio Vian Morales, S.D.B., alla fine della sua omelia di domenica scorsa, 18 settembre.

“Il Signore è contro quanti sfruttano i poveri e aumentano il prezzo di ogni cosa, fatto che in Guatemala si vede molto. Questo non permetterà mai lo sviluppo dei poveri. Non possiamo rubare i soldi ai poveri, che già hanno sofferto molto per avere quel poco che hanno” ha detto l’Arcivescovo secondo le informazioni pervenute a Fides.
Mons. Vian Morales ha sottolineato che i contadini sono stati abbandonati da tutti: non ricevono ancora istruzione, non possono usufruire dei servizi sanitari e a volte neanche dei servizi di base.
Inoltre ha incoraggiato tutti a dire la verità in ogni momento, “perché in questo paese siamo abituati a dire solo una mezza verità, ma così facendo non si riuscirà a fare giustizia”. “Dobbiamo sforzarci di purificare i politici che non amano il paese e sfruttano i bisognosi” ha concluso l’Arcivescovo.
La riflessione di Mons. Vian Morales si inserisce nei commenti, a livello nazionale e internazionale, seguiti al rapporto del giugno scorso della Unità di Protezione dei difensori dei diritti umani (Udefegua), in cui si legge che negli ultimi 15 anni, e con 4 governi diversi, non ci sono stati “cambiamenti significativi” riguardo alla situazione dei contadini.
Una delle conclusioni del forum Oxfam afferma: “In Guatemala i contadini non hanno accesso alla loro terra. Il Guatemala è il paese, insieme ad Haiti e al Brasile, dove la ricchezza è concentrata nella mani di pochissimi. Gli sfratti dei contadini dalle loro terre finiscono spesso in scontri violenti con le forze dell’ordine”. Di questa opinione è anche Juana Sales, portavoce del Movimento delle Donne Indigene Tzununija e attivista per i diritti umani dei contadini: “Proprio la ricchezza forestale, mineraria, idroelettrica e petrolifera del Guatemala fa diventare il nostro paese una meta prediletta delle grandi corporazioni multinazionali, che hanno fame di mano d’opera a basso costo e di permissività statale”.
(CE) (Agenzia Fides, 20/09/2016)

Incontro a Torino con Raùl Molina

Promosso dal “Comitato Guatemala” di Torino segnalo l’ncontro con Raùl Molina che si avrà lunedì 26 alle ore 20,30 (con apericena) presso il Circolo “Caffè Basaglia”, Via Mantova, 34, Torino.

  CHI E’ RAUL MOLINA

Raul MolinaRaùl Molina, guatemalteco, è stato docente universitario presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università Statale “San Carlos” di Città del Guatemala e per qualche tempo anche Rettore della stessa.

Nel 1980 fu costretto a lasciare il Paese a causa del conflitto armato interno e si rifugiò negli Stati Uniti, dove, con Rigoberta Menchù ed altri esuli, fondò la RUOG (Representaciòn Unitaria de la Oposiciòn Guatemalteca), che per 16 anni svolse un’intensa azione di lobby presso l’ONU in difesa dei diritti umani violati costantemente dalle dittature militari del Paese.

Dopo la firma della pace (29 dicembre 1996) rientrò in Guatemala e si fece promotore di alcune importanti iniziative, tra cui la Commissione della Verità nell’Università “San Carlos”.

Dal 2003 al 2014 è stato docente di Storia e Scienze Politiche presso l’Università “Long Island” (New York) ed attualmente ricopre la cattedra di Storia dell’America Latina nell’Università “Alberto Hurtado” di Santiago (Cile).

Nel 2001 ha fondato la “Red por la Paz y el Desarrollo de Guatemala” (RPDG), un’organizzazione socio-politica che riunisce la diaspora guatemalteca nel mondo.

“Noi difendiamo la terra col sangue”: le uccisioni di ambientalisti in America latina

dal BLOGLe persone e la dignitàdel Corriere della Sera

2 SETTEMBRE 2016 | di 
epa05196995 Hundreds of people attend the funeral of Honduran activist Berta Caceres in La Esperanza, Honduras, 05 March 2016. Prominent Honduran environmentalist and indigenous activist Berta Caceres was shot dead by unknown assailants early 03 March morning in her home in Honduras. Caceres spent years advocated for the rights of the indigenous Lenca people and fought the construction of a major dam project near their settlements. Within the last week Caceres had warned that four of her colleagues had been killed and others threatened.  EPA/STR

Nel 2014, nel mondo sono stati assassinati 116 difensori dei diritti umani impegnati nella salvaguardia dell’ambiente: 88 di loro in America latina.

L’anno scorso, il numero globale è tragicamente salito a 185 così come quello degli ambientalisti uccisi in America latina: 122.

I due paesi più pericolosi al mondo per chi difende i diritti del territorio e delle sue popolazioni sono Honduras e Guatemala: negli ultimi due anni, si sono contati 20 omicidi in Honduras e 15 in Guatemala.

Questi due paesi hanno tassi di omicidio elevatissimi, rispettivamente 58,5 e 30 ogni 100.000 abitanti. Ma nel caso degli ambientalisti, si tratta di uccisioni mirate, spesso con la complicità o quanto meno l’inerzia delle autorità.

Secondo la Banca mondiale, il 62,8 per cento della popolazione honduregna e il 59,3 per cento di quella guatemalteca vivono sotto la soglia di povertà fissata a un dollaro al giorno. Si tratta per lo più di nativi o di contadini, e spesso i due gruppi coincidono, la cui sopravvivenza dipende dall’accesso alla terra o ad altre preziose risorse naturali.

Terra e risorse che gli ambientalisti difendono e che, come denuncia un rapporto appena pubblicato da Amnesty International, sono bramate dalle imprese che portano avanti progetti idroelettrici e minerari.

La notizia dell’omicidio di Berta Cáceres, avvenuto la notte del 2 marzo in Honduras, ha fatto il giro del mondo (nella foto, i suoi funerali). Ma, così come andava avanti prima della sua uccisione, gli attacchi agli ambientalisti sono proseguiti. Stavolta, con minore risonanza.

Sempre in Honduras, neanche due settimane dopo è stato assassinato Nelson García. Faceva parte del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e native dell’Honduras, l’organizzazione presieduta da Berta Cáceres. Il 6 luglio, in una discarica presso la frontiera col Messico, è stato ritrovato il corpo di Lesbia Urquía.

Intimidazioni e agguati stanno avvenendo anche nei confronti di chi cerca verità e giustizia per Berta Cáceres (qui, l’appello lanciato oggi da Amnesty International).

Il 2 maggio, il giornalista investigativo Félix Molina è sopravvissuto a un agguato mentre il 13 luglio è stato devastato lo studio dell’avvocato Victor Fernández, che difende i familiari di Berta Cáceres.

In Guatemala, sebbene quest’anno non vi siano state (ancora) vittime, è in atto una vergognosa campagna diffamatoria nei confronti degli ambientalisti che si oppongono ai progetti di sfruttamento delle risorse naturali del paese, in particolare quelle minerarie.

Uno dei principali quotidiani del paese, che ironicamente si chiama “Stampa libera”, ha recentemente pubblicato a tutta pagina un’intervista a uno dei dirigenti della compagnia mineraria nazionale che ha accusato di terrorismo le organizzazioni per i diritti umani. Un modo tragicamente efficace per mettere le loro vite in pericolo.

 

Le peggiori forme di lavoro clandestino minorile registrate in America Latina

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – Il Guatemala, con 850 mila 937 bambini lavoratori e il 43% di minori che non frequentano la scuola, registra il maggior indice di lavoro infantile dell’America Latina, secondo le informazioni pervenute a Fides. Oltre alla gravità delle statistiche, emerge il fatto che questi piccoli siano impegnati in attività a rischio per la loro vita stessa come fabbricare fuochi d’artificio, raccogliere caffè, spaccare le pietre e lavorare nei campi in generale. L’allarme lo ha lanciato l’Ufficio per i Diritti Umani del Guatemala: i dipartimenti nordoccidentali di Huehuetenango e Quiché sono quelli maggiormente colpiti dal fenomeno, che generalmente coinvolge piccoli di origine indigena.
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha dichiarato che in America Latina oltre 5 milioni e mezzo di bambini di entrambi i sessi lavorano senza aver compiuto l’età minima di ammissione al mondo del lavoro o sono impegnati in attività vietate. In generale, i minori lavorano nel settore agricolo o in settori a grave rischio, come miniere, discariche, lavoro domestico, pesca. A questi si aggiungono altri migliaia che non sono censiti, costretti clandestinamente alle più gravi forme di lavoro minorile, coinvolti nelle reti di sfruttamento sessuale a fini commerciali, traffico di stupefacenti, tratta di minori a fini di sfruttamento del lavoro e impiego nei conflitti armati. (AP) (20/6/2016 Agenzia Fides)

MENCHÚ: SPERO SEMPRE DI POTER PERDONARE

da "Avvenire" 7 giugno 2016
Intervista di Lucia Capuzzi

«Nella cultura maya, il coraggioso deve chiedere perdono 400 volte al giorno. Per il male consapevole e per quello fatto senza saperlo. La persona di valore, inoltre, deve dire grazie 400 volte al giorno. Per i doni che sa di aver ricevuto e per quelli, immensi, di cui non si rende conto». Nel caso di Rigoberta Menchú Tum l’esercizio non è stato vano. «Perdono» e «grazie» sono le luci-guida nella vita di questa guatemalteca nata 57 anni fa a Chimel, remoto villaggio ancora senza acqua né luce, e insignita del Nobel per la pace, nel 1992. Aveva 16 anni quando dovette fuggire, a piedi, dalla guerra civile nel vicino Chiapas. Tremante, l’adolescente indigena accettò l’incarico del vescovo Samuel Ruiz di raccontare al resto della Chiesa messicana il dramma dei nativi guatemaltechi, vittime di un genocidio da parte dell’esercito. Quel giorno, Rigoberta scoprì nella parola la sua forza. E con la parola cominciò a combattere, senz’armi, la dittatura, contribuendo a sconfiggerla. Menchú partecipò alla stesura degli accordi di pace, nel 1996. Ora l’ex contadina di Chimel continua a lottare: per la difesa dell’ambiente, per la dignità dei popoli indios, per l’educazione, per la giustizia. «La pace non è la firma su un trattato. È una scelta quotidiana. Ognuno può fare la differenza», ha affermato la Nobel alla conferenza tenuta all’Università Cattolica di Milano, insieme al docente Dante Liano. Nell’occasione, il dipartimento di Scienze linguistiche e Letterature straniere della Cattolica ha annunciato un contributo alla Fondazione Menchú per aiutare le giovani maya negli studi universitari.

Una delle grandi sfide che la vede in prima linea è quella per la cura della casa comune. Perché le sta tanto a cuore?

Siamo terra: è lei a darci il necessario per vivere. Siamo acqua: di liquido è fatto il 90 per cento delle nostre cellule. Siamo cosmo: secondo la tradizione maya, una donna resta incinta quando il suo utero è allineato con la luna e terra. Recuperare la consapevolezza di chi siamo e per che cosa Dio ci ha creato, ci aiuta a comprendere che siamo legati e complementari. Abbiamo necessità gli uni degli altri per andare avanti. Ognuno nasce con una missione sociale. L’educazione deve ricordarcelo e guidarci verso una “vita piena”, in armonia con la natura, Dio e i fratelli. È altro rispetto alla “bella vita”, in cui il denaro è la misura di tutte le cose. E l’ambiente è una “risorsa” da sfruttare, comprare e vendere. Per questo, sono rimasta molto colpita dall’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. È un messaggio di grande saggezza perché non si basa su teorie astratte ma su un’analisi profonda della realtà.

Che cosa ha significato per lei, maya, la richiesta di perdono di Francesco ai popoli indigeni formulata in Chiapas?

È stato un gesto di grande coraggio. E di vera umiltà. Il Papa, però, non si limita alle parole. Ogni suo atto è un omaggio alla dignità umana.

L’esercito ha sterminato la sua famiglia. È riuscita a perdonare?

Nessuno mi ha mai chiesto perdono. Mi sarebbe piaciuto poterlo concedere ma i colpevoli, ancora, rifiutano di sentirsi responsabili. A 30 anni dagli accordi di pace, però, il Guatemala ha compiuto cruciali passi avanti nel recupero della verità e della giustizia. Oltre 20 militari d’alto grado sono stati condannati per il genocidio. L’anno scorso, un tribunale ha finalmente riconosciuto che mio padre, Vicente, non era un guerrigliero. Lo bruciarono vivo, dentro l’ambasciata spagnola, per il suo impegno di dirigente contadino e catechista. Tali traguardi sono il risultato di una lunga lotta pacifica compiuta insieme a tanti che ora non ci sono più. Come il vescovo Juan Gerardi.

Lei fu uno dei 12 guatemaltechi a ricevere dalle mani del pastore le prime copie del rapporto “Nunca más” sugli orrori di 36 anni (1960-1996) di guerra. Ho conosciuto monsignor Gerardi quando, costretto all’esilio, continuava a denunciare all’Onu le atrocità del Guatemala. Ammiravo quell’uomo umile e testardo. Non avrei mai pensato che ci saremmo trovati a lavorare insieme. Fu grazie a monsignor Gerardi se abbiamo potuto dare un nome ai troppi morti sepolti nelle fosse comuni, se tanti massacri sono arrivati in tribunale. Sapeva di rischiare tanto. Ma non aveva paura. Me lo disse quel 24 aprile 1998, quando mi consegnò il Nunca Más. Non lo vidi più. Due giorni dopo, lo assassinarono.

In America Latina non ci sono più dittature ma la violenza continua in altre forme. Lei, dopo aver vissuto tanto dolore, è ottimista sul futuro?

Chiunque, come me, abbia dedicato la vita a lottare contro l’impunità e l’ingiustizia, ha il dovere di essere ottimista. Oggi e sempre. Il passato non si può cambiare. Possiamo, però, impedire che si ripeta. Costruendo un futuro più umano per quanti verranno. È questo il nostro impegno di uomini e donne. E, ne sono convinta, ne vale la pena.

© riproduzione riservata

Gli Accordi di Pace a 20 anni dalla firma

L’Associazione APASCI ha raccolto e tradotto una attenta riflessione di Micaela Zamora, Directora CEMOC sugli Accordi di Pace in Guatemala firmati 20 anni fa.

La convinzione che stava alla base dell’inizio del processo di pace in Guatemala era: “senza pace non c’è stabilità, senza stabilità non c’è democrazia e in definitiva non c’è sviluppo”. Sul tavolo dei negoziati fra l’URNG (Unità Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca) e il Governo del Guatemala, con l’appoggio della Comunità Internazionale e della Chiesa Cattolica, si definirono cinque aree tematiche importanti:

  • Riforma Agraria
  • Diritti del Lavoro
  • Diritti dei Popoli indigeni
  • Riforma dell’Educazione
  • Trasformazione dello Stato

Queste aree tematiche danno l’idea del punto di partenza su cui, in un ventaglio di 14 accordi, si sono costruiti tutti gli accordi di pace fino ad arrivare all’accordo definitivo e duraturo firmato il 29 dicembre 1996.

36 anni di conflitto armato in Guatemala, che durante il decennio degli anni ’80, insieme ai conflitti in Salvador e in Nicaragua fu chiamato “crisi internazionale” perché era un problema, un pericolo latente per la pace mondiale, che doveva essere evitato e che si definiva in quei momenti come so­ciale, strutturale e di assenza di un sistema democratico di governo. Il processo di Pace in Guatemala durò13 anni e gli incontri furono ospitati nei paesi di Panama, Messico, Columbia e Venezuela. La prima riunione si tenne il 9 gennaio 1983 nell’isola di Contadora in Panama e fu denominata riunione di Contadora e Caraballeda; la seconda riunione si svolse in Venezuela il 12 gennaio 1984. Questi due incontri furono indispensabili per preparare la via alle successive riunioni, realizzate in Centro America, dove si portarono a termine quelli denominati Esquipulas I e II che portarono alla firma dell’accordo Esquipulas II il 7 agosto 1985, che diede inizio ai dialoghi successivi durati circa 8 o 9 anni per arrivare finalmente alla firma della Pace.

La speranza e l’illusione con cui questi accordi si realizzarono furono le basi per il cambiamento necessario tanto sperato; è stato deludente scontrarsi invece con la realtà di tutti i governi che da allora si sono succeduti che non hanno dato la dovuta importanza agli accordi di Pace o non ne han­no tenuto conto e si sono trovati completamente (o volontariamente) impreparati a dare loro appli­cazione. Questi accordi non solo devono essere messi in pratica ma devono diventare i principi fondamentali su cui costruire un nuovo processo costituente e lo sarà solo quando il popolo si alzerà di nuovo e lo pretenderà…. L’illusione è grande!

La conclusione intima, razionale e vera per organizzazioni come l’Associazione Centro Monte Cristo, è triste. Dopo uno studio e una ricerca cosciente e conseguente di tutto ciò che è in relazione agli Accordi di Pace, dopo aver raccolto documenti, realizzato commenti relativamente agli stessi, possiamo dire che i processi di avanzamento per la realizzazione degli Accordi sono nulli, e di più, ci sono grandi passi indietro in tutti gli aspetti e i settori della giustizia, della sicurezza, dei diritti umani, dei diritti dei popoli indigeni, della salute, dell’educazione.

Poiché non si è tenuta in considerazione l’importanza che hanno, sono stati dimenticati e quasi mai menzionati e ciò, nonostante esistano due enti creati specificamente per vegliare sulla loro at­tuazione: il Consiglio Nazionale per l’attuazione degli Accordi di Pace e la Segreteria della Pace (SEPAZ). Attualmente non esiste alcuna agenda per la celebrazione del 20° anniversario della firma degli Accordi di Pace. Per il 19° anniver­sario non c’è stato che un atto di protocollo perché il Presidente provvisorio Alejandro Maldonado non ebbe tempo per ricordare gli accordi; i problemi della politica nazionale di quel momento (periodo di elezioni e la rinuncia dell’ex presidente e della ex vice presidente) non gli permisero di occuparsi dell’anniversario. Durante il governo dell’ex presidente Otto Perez Molina e della ex vice presidente Roxana Baldetti, entrambi attualmente in carcere, si deteriorò la situazione dello Stato Guatemalteco e gli accordi di pace nella loro totalità, secondo alcuni analisti politici, sono stati completamente dimenticati.

L’attuale presidente eletto Jimmy Morales e il suo governo hanno il grande compito di dare risposte alle domande che la società civi­le ha posto con costanti manifestazioni nella piazza centrale della capitale negli ultimi 5 mesi, richieste che già erano incluse negli accordi di pace. Sarebbe molto opportuno che il Governo riprenda a perseguire il compimento degli accordi di pace perché già questi contengono le Riforme di cui necessita il Guatemala per realizzare un vero e autentico stato di diritto.

Il Guatemala si è deteriorato negli ultimi 4 anni: più che mai la povertà, l’estrema povertà e la miseria sono aumentate al punto che ci sono cittadini guatemaltechi, nostri fratelli, che giorno dopo giorno muoiono di fame difronte all’indifferenza di molti che non dicono o fanno poco, e gli sforzi di quelli che fanno qualcosa producono pochi risultati significativi.

 

Battaglia legale tra Canada e Guatemala

Suzanne Daley, The New York Times, Stati Uniti

2 aprile 2016

Un gruppo di donne indigene di un villaggio guatemalteco ha fatto causa a un’azienda mineraria canadese. Il loro caso potrebbe diventare un precedente importante

Margarita Caal Caal era sola. Suo marito stava lavorando nei campi quando arrivaro­no dei camion con a bordo soldati, poliziotti e guardie di sicurezza. Sei uomini armati entrarono in casa, le im­pedirono di uscire e mangiarono quello che aveva preparato per i bambini. C’è vo­luto molto tempo prima che raccontasse i fatti di quel pomeriggio del 2007. Per anni nessuna delle donne che vivono a Lote Ocho, un villaggio nell’est del Guatemala, ha parlato. Non ne hanno discusso nean­che tra loro. I poliziotti e i soldati violenta­rono Margarita Caal Caal a turno, uno do­po l’altro. Poi la cacciarono di casa e appic­carono il fuoco. Dissero che il terreno ap­parteneva a un’azienda mineraria canade­se. Fecero la stessa cosa con altre nove donne.

“Ho ancora paura”, dice Caal Caal guardandosi le mani mentre la figlia serve il caffè, “ho paura tutto il tempo”. Quando ha deciso di portare il suo caso in tribunale non si è rivolta alla giustizia del Guatema­la, dove gli indigeni maya come lei, spesso analfabeti e residenti in zone isolate, non hanno mai avuto molta fortuna. Caal Caal ha sporto denuncia contro la HudBay Mi-nerals Ine in Canada e il caso ha scosso l’industria mineraria, petrolifera e del gas. Secondo i dati del governo canadese, nel 2013 più del 50 per cento delle industrie di esplorazione e sfruttamento minerario del mondo aveva sede in Canada. Queste 1.500 aziende avevano interessiin almeno ottomila proprietà, in più di cento paesi.

Per decenni le aziende affiliate all’este­ro hanno fatto da scudo alle compagnie estrattive canadesi, anche se i difensori dei diritti umani sostengono che siano respon­sabili di danni ambientali, repressione dei manifestanti e sgombero forzato di popoli indigeni. Ma la causa intentata da Caal Ca­al e da altre nove donne del villaggio ha già superato diversi ostacoli legali. Nel giugno del 2015 una sentenza ha ordinato alla HudBay di fornire agli avvocati delle don­ne una serie di documenti contenenti in­formazioni interne dell’azienda. La Hud­Bay, che non era proprietaria della miniera quando sono avvenuti gli sgomberi, nega ogni responsabilità.

Danni ambientali

La legge canadese non prevede risarci­menti anche quando la giustizia dà ragione a chi ha sporto denuncia. Ma il caso della HudBay è particolare, perché potrebbe in­dicare la strada per stabilire in futuro la soglia oltre la quale il comportamento del­le aziende straniere in Guatemala e in altri paesi è inaccettabile. Secondo Sara Seck, esperta di responsabilità sociale d’impresa della Western university di London in On­tario, “finora non ci sono state decisioni giudiziarie che aiutino a chiarire questi comportamenti. Per la prima volta la giu­stizia indagherà su quello che è successo davvero nel villaggio di Lote Ocho, ed è un fatto molto importante”.

Le attività delle multinazionali che operano nei paesi poveri sono sottoposte a un esame sempre più rigoroso. Secondo esperti e analisti, le richieste della società sono cambiate e oggi molti cittadini dei paesi ricchi chiedono alle aziende di essere più responsabili anche all’estero.

Da tempo il Canada sta cercando di creare un codice di buona condotta per l’industria estrattiva, ma finora senza suc­cesso. Nel 2010 la legge per istituire una figura equivalente al difensore civico che si occupasse di casi come quello di Caal Caal non è stata approvata a causa della forte opposizione delle imprese del settore. John McKay, il deputato del Partito liberale che aveva presentato il disegno di legge, spera che il nuovo governo di Justin Trudeau proverà di nuovo a far passare la norma: “Alcune aziende all’estero si permettono comportamenti che non avrebbero mai nel proprio paese”, afferma.

McKay non è l’unico a pensarla così. In un rapporto del 2014 il Council on hemis-pheric affairs, un’organizzazione non pro-fit con sede a Washington, ha stabilito che le aziende canadesi – che controllano tra il 50 e il 70 per cento dell’attività mineraria in America Latina – hanno causato molti danni ambientali, dall’erosione alla conta­minazione dei fiumi. In particolare il rap­porto afferma che l’industria estrattiva ha mostrato indifferenza verso le riserve na­turali e le zone protette. Allo stesso tempo denuncia che chi ha protestato è stato arre­stato, ferito e in alcuni casi perfino ucciso.

In passato le vittime hanno avuto poco successo con la giustizia canadese. I loro avvocati hanno cercato di far leva sulle vio­lazioni dei diritti umani e su reati penali internazionali. Ma quasi sempre i giudici hanno stabilito che il Canada non aveva giurisdizione su quei casi e le denunce do­vevano essere presentate nel paese dov’era stato commesso il reato, anche se c’erano problemi di corruzione o malfunzionamento della giustizia.

Murray Klippenstein e Cory Wanless, gli avvocati delle guatemalteche che han­no sporto denuncia contro la HudBay, han­no usato un metodo diverso. Hanno soste­nuto che la casa madre canadese è colpe­vole di negligenza, perché non ha applicato un sistema di controllo per essere al cor­rente di quello che stava facendo la sua af­filiata guatemalteca. In questo modo sono riusciti a creare un legame tra la negligen­za e il Canada.

Caal Caal e le altre nove donne che so­stengono di essere state stuprate a Lote Ocho hanno presentato denuncia contro la HudBay, che ha sede a Toronto. L’azienda è stata denunciata anche per la morte nel settembre del 2009 di un leader locale, Adolfo Ich Chamàn, e per l’attacco contro German Chub, 28 anni, durante una mani­festazione a El Estor nel 2009. Chub era lì per caso e non aveva niente a che fare con i manifestanti. È rimasto paralizzato.

Gli avvocati dell’azienda hanno cercato di far archiviare il caso per motivi di giuri­sdizione, ma nel 2013 il giudice canadese ha respinto la richiesta.

Per Caal Caal e le altre donne di Lote Ocho decidere di portare la loro storia in tribunale non è stato facile. Molte parlano solo qeqchi, una lingua locale, hanno fre­quentato poco la scuola e sono spaventate dall’idea di viaggiare fino in Canada. Inol­tre devono affrontare l’ostilità di una parte della popolazione, in particolare a El Estor, dove c’è unafabbrica enorme per la lavora­zione del nichel.

L’azienda ha respinto la maggior parte delle accuse. Sostiene che nessun dipen­dente si trovava a Lote Ocho durante gli sgomberi e che non sono stati commessi stupri. Sul suo sito la HudBay spiega che all’epoca non aveva nessun legame con la miniera Fenix, che era di proprietà della Compania guatemalteca de niquel (Cgn), a sua volta appartenente alla Skye Re­sources Inc. La HudBay comprò la Skye Resources nel 2008, facendosi carico dei suoi debiti. In seguito l’ha venduta e oggi non è più sua. Secondo l’azienda canadese nel 2009, quando laminiera era di sua pro­prietà, non ci furono episodi di negligenza. Gli omicidi del maestro Adolfo Ich Chamàn e di German Chub, un contadino, avvennero per legittima difesa mentre le guardie dell’azienda si proteggevano da manifestanti armati.

Ricordare è come rivìvere

Ma alcuni episodi recenti sembrano dar ragione a chi ha sporto denuncia. Mynor Padilla, un colonnello in pensione che era responsabile della sicurezza della miniera durante gli sgomberi del 2007 e gli scontri a fuoco del 2009, è sotto processo in Gua­temala per quei fatti. A marzo di quest’an­no due ufficiali dell’esercito sono stati con­dannati per aver stuprato e mantenuto in stato di schiavitù delle donne indigene du­rante la guerra civile negli anni ottanta. Molti sostengono che violenze del genere avvengono ancora oggi. Durante la lunga guerra civile, che si concluse con i trattati di pace del 1996, la popolazione rurale e contadina fu attaccata più di una volta. Molti indigeni qeqchi sono ancora convin­ti che i terreni appartengano a loro e non alle aziende.

Nel 2007, all’epoca degli sgomberi, non c’erano industrie minerarie nella zona, ma le aziende cacciarono comunque tutte le comunità. A Lote Ocho, arroccata sulle montagne, ci sono poco più di una decina di edifici di legno dove vivono un centinaio di persone, soprattutto bambini. Non ci sono scuole né elettricità. Per raggiungere il paesino vicino ci vogliono 45 minuti in auto su una strada sterrata. Arrivarci con un mezzo di trasporto costa troppo per gli abitanti, che di solito vanno a piedi e c’im­piegano due ore.

Margarita Caal Caal racconta che gli uomini che l’attaccarono furono molto vio­lenti. Lei rimase a terra per ore. Quando suo marito tornò a casa e le chiese cosa le fosse successo, gli disse che era caduta, perché aveva paura della sua reazione. Per lei è ancora difficile parlare di quello che è successo quel giorno.

“Ricordare è come rivivere, ed è dolo­roso”, afferma.

Rete Solidarietà Italia Guatemala