“I debiti di oggi sono la fame di domani”

Dopo le proteste i Vescovi invitano al dialogo

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – L’invito ai cittadini guatemaltechi a mantenere la calma e a promuovere il dialogo, dopo le manifestazioni popolari che da sabato 21 novembre protestano contro il governo, è venuto ieri da Mons. Gonzalo de Villa y Vásquez, Arcivescovo di Santiago del Guatemala e Primate del paese.
I manifestanti, che sabato hanno perfino dato alle fiamme parte dei locali del Congresso, hanno provocato scontri con la polizia che sono proseguiti lunedì 23, nonostante l’annuncio del Congresso, fatto la mattina presto dello stesso giorno, che si sarebbe rivisto il bilancio generale per il 2021. Il suo presidente, Allan Rodríguez, lo ha annunciato in un messaggio preregistrato, insieme ad altri 16 deputati di vari blocchi affiliati al partito al governo. Nell’annuncio, tuttavia, non ha spiegato quali modifiche saranno apportate.
Il Progetto di bilancio dello Stato 2021 è stato bocciato da tutti i settori sociali, ed è causa delle proteste scoppiate il 19 novembre, prima sui social e poi in piazza, dove ancora continuano, per aver aggravato il debito nazionale e per essere stato approvato in modo poco chiaro da parte del Congresso.
La Conferenza Episcopale del Guatemala (CEG) aveva pubblicato, lo stesso giorno, una dichiarazione in cui affermava: “Il modo in cui è stato approvato ha generato indignazione in settori molto diversi del Paese per il modo opaco e sicuramente torbido con cui si è deciso di raggiungere la maggioranza qualificata dei voti”.
L’approvazione del bilancio si è svolta alle 5 del mattino del 18 novembre senza che tutti i deputati potessero avere accesso al contenuto, secondo la stampa locale. Così molti settori sociali hanno rilanciato il messaggio della CEG, che dice testualmente: “Da dieci anni consecutivi approviamo preventivi sottofinanziati, ma mai prima d’ora per importi così sproporzionati come quest’anno. L’indebitamento del Paese sta raggiungendo livelli francamente preoccupanti e i debiti di oggi saranno la fame di domani. L’eliminazione o la riduzione di elementi importanti sembra esprimere risentimento ma anche miopia etica”.
La richiesta finale del documento – “Chiediamo al Presidente della Repubblica di porre il veto a questo bilancio e di farlo per il bene del Paese” – è stata accolta, ma la popolazione è ancora per strada esprimendo il malcontento per il modo di agire del Congresso. Secondo la ultime notizie, il governo ha accettato di aprire “tavoli di dialogo” con i diversi settori sociali per rivedere il tutto.
(CE) (Agenzia Fides 25/11/2020)

Gli auguri di Natale del presidente “Amici del Guatemala”

Cari amici del Guatemala,
ho terminato da qualche giorno la lettura dell’enciclica: «Fratelli tutti» (Fratres omnes), di Papa Francesco. Un testo denso e ricco di incitamenti e stimoli per la vita.
È da molti anni che camminiamo insieme per la strada che ha due binari di cui parla papa Francesco: la solidarietà e la fraternità. E desidero, prima del Natale, inviarvi un pensiero perché questa forzata lontananza non ci disunisca e non ci scolli gli uni dagli altri, sbriciolati in una vita solitaria. Dobbiamo sentirci uniti e vicini, ancora «assembrati» nel dare significato e valore alla nostra esistenza, comunque essa sia e comunque in essa ci sentiamo. Questo è un incoraggiamento a non perdere il senso del nostro vivere quotidiano, anche se ci sembra banale, monotono, inutile… Non è così, perché il valore di noi stessi non è misurato né con i tamponi né con il termometro.
E questo è lo scopo per cui è stata scritta l’enciclica, che tenterò di riassumervi in altre parole. Essa desidera di provocare in ogni uomo una considerazione sul senso del suo esistere, perchè certamente non troveremo mai un senso alla nostra vita, né potremo dare valore alla nostra quotidianità, né accresceremo la nostra dignità di uomini e di donne nel puro ammassare ricchezze materiali o nell’inseguire proprietà e profitti economici. Così non sarà la politica, né l’economia né i giochi di potere che potranno dirci o misurare la nostra dignità e il nostro valore umano.
Il potere e l’economia guardano ai profitti dei mercati, al commercio delle armi, ai guadagni tratti dalle malattie e disgrazie altrui, sono interessati ai vantaggi derivanti dalla cultura di violenza, dallo sfruttamento sulla povertà, dall’usofrutto di gente disperata, o quanto rende inquinare l’aria, la terra, il mare… e la stessa pubblicità che incita a quella distruzione.
L’economia e i poteri non guardano e non misurano la lealtà delle persone nelle loro relazioni, la giustizia sociale, l’onestà nella vita pubblica. Non calcolano la sofferenza e l’impegno all’amicizia, all’amore, alla solidarietà e alla fraternità delle famiglie, delle persone. Non sono interessati al malato, al vecchio, all’invalido, … se non per guadagnarci. Non considerano la qualità dell’educazione, la gioia delle relazioni di pace, dei valori e dei pregi, o anche la poesia dei cuori che le persone hanno in loro stesse da esaltare e far vivere…
Insomma una società votata al denaro e al potere ci può costringere a vivere come si vive, ma non ci aiuta e non ci fa capire se ne siamo degni e se meritiamo di vivere.
In sostanza questa è l’enciclica. La ricordo perché il nostro comune cammino di «Amici del Guatemala» è stato quello di generare in noi un sentito dignitoso, che esaltasse le qualità, i valori, gli ideali umani e vitali che ciascuno di noi si porta dentro e che spesso da soli non si riescono a manifestare e a testimoniare. Siamo una comunità, piccola ma sempre una valida comunità di persone che si sentono unite nel testimoniare la bellezza, la grandezza di ogni essere umano quando vive la ricchezza della sua umanità. Un uomo vale l’umanità, dunque sentiamoci uniti in questo cammino nel bene, faticoso ma degno di essere vissuto: una persona che non vive per servire, non serve per la vita.
Sempre uniti nel bene: Buon Natale a tutti.
Athos Turchi
AMICI DEL GUATEMALA ONLUS
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I Vescovi per la festa dell’indipendenza: “celebriamo la nostra libertà come dono e come impegno”

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – “Voi siete stati chiamati alla libertà” (Gal 5,13): questo il versetto biblico che apre il Messaggio dei Vescovi del Guatemala, pubblicato con la data dell’8 settembre, in occasione dell’anniversario dell’Indipendenza politica del Paese.
Articolato in 5 punti, il Messaggio inizia riflettendo sul valore della libertà, a 199 anni dall’indipendenza, e sulla necessità di continuare a lavorare per costruire un futuro migliore. “Osservando serenamente la situazione sociale, politica ed economica – scrivono i Vescovi – vediamo una situazione cronica di povertà e miseria di milioni di guatemaltechi, la mancanza di accesso ai servizi sanitari di base, di alloggi dignitosi, di lavoro, di salari equi e di un’istruzione di qualità, l’abbandono della terra da parte dei contadini, l’assenza di una riforma agraria complessiva in grado di generare sviluppo, l’indebolimento e il discredito delle istituzioni rappresentanti lo Stato, mentre la violenza e la corruzione sono mali antichi, che non sono mai stati risolti e che oggi esigono soluzioni con particolare urgenza”.
Quindi i Vescovi si soffermano sulla pandemia di coronavirus, che si aggiunge al quadro “triste e angosciante” del paese, causando una “situazione dolorosa e sconcertante”, che ci chiama a guardare all’essenziale, “a quelle cose senza le quali sarebbe un’aberrazione dirci liberi, cioè la promozione della dignità umana e la difesa dei diritti e degli obblighi che ne derivano”.
Viene quindi messa in rilievo l’importanza della solidarietà “che non si ferma alle elemosine, ma richiede azioni per trasformare l’ordine sociale. È necessario creare opportunità di partecipazione e inclusione che siano la conseguenza di leggi generali basate sul diritto e su un sistema giudiziario imparziale che agisca con tempestività e correttezza. È necessario creare opportunità sanitarie e educative che siano conseguenza di politiche pubbliche orientate al bene comune. Questo getterà le basi fondamentali perché tutti vedano riconosciuti nella pratica la propria dignità, i diritti fondamentali e la libertà”.
Quindi il Messaggio invita alla custodia del creato, seguendo l’insegnamento di Papa Francesco. Nell’ultimo punto i Vescovi invitano a mantenere viva la speranza, nonostante le limitazioni alle celebrazioni pubbliche della fede, e ad agire su questa base, ricordando che anche in mezzo al dolore e alla malattia, nulla può separarci dall’amore di Dio manifestato in Cristo Nostro Signore Gesù (cfr Rm 8,35-39). Nella conclusione, esortano tutti “a celebrare la nostra libertà come dono e come compito”, affidandosi alla protezione della Vergine Addolorata, Madre fedele e incondizionata, perché “ci protegga e in questi tempi difficili ci mostri Gesù”. (SL) (Agenzia Fides 11/9/2020)

I Vescovi a Stati Uniti e Messico: in tempo di pandemia “fermate le espulsioni in nome del popolo che soffre”

Agenzia Fides 16/04/2020

Ad un mese dall’inizio delle restrizioni imposte per contenere la pandemia di Covid 19, i Vescovi del Guatemala rilevano che parte dei connazionali non sembra aver preso piena coscienza della gravità della situazione, sono inoltre preoccupati per i molti lavoratori che vivono alla giornata e per le numerose paure che nascono in questa situazione, di fronte alle quali esortano a non rassegnarsi e a non perdere la speranza: “Tutti possiamo contribuire e collaborare in questi momenti affinché la solidarietà rimanga elevata e sia vissuta nelle comunità”.

I Pastori della Chiesa cattolica sono particolarmente angosciati dall’enorme numero di connazionali espulsi dagli Stati Uniti e dal Messico, insieme a cittadini dell’Honduras, in seguito alla crisi provocata dalla pandemia di coronavirus, che ha spinto ad accelerare i processi di deportazione. “Come è possibile che il governo degli Stati Uniti e quello del Messico continuino con queste espulsioni durante la crisi che ci colpisce, nel contesto di una precarietà nazionale in termini di servizi sanitari e strategie per contenere la pandemia? Non sono più utili alla società americana, in particolare se hanno contratto il coronavirus? Se i governi degli Stati Uniti e del Messico si sono sempre mostrati campioni della difesa dei diritti umani, perché ora dimostrano il contrario?” si chiedono i Vescovi guatemaltechi che sottolineano: “L’esempio che i due governi danno al mondo intero in questo modo è di non avere il minimo senso di umanità”.
Nella loro dichiarazione, pervenuta a Fides, intitolata “Sottoposti alla prova, manteniamo la speranza”, i Vescovi rilevano con dolore che anche in Guatemala si vede la mancanza di solidarietà delle comunità, che si rifiutano di riaccogliere i loro connazionali espulsi. Soli e senza denaro, sono vittime di discriminazione e rifiuto, mentre quando inviavano le rimesse venivano accolti con grande gioia: “E’ questo lo spirito cristiano? E’ questa la solidarietà nazionale?” chiedono.
Data la gravità della situazione, i Vescovi alzano la loro voce “per domandare ai governi degli Stati Uniti e del Messico di fermare le espulsioni in nome del popolo che soffre”. “Sia negli Stati Uniti che in Messico e anche noi in Guatemala ci consideriamo per la maggior parte cristiani – proseguono -, perciò ci appelliamo a questo sentimento religioso perché la nostra voce sia ascoltata”.
Richiamando lo spirito della Pasqua, spirito della Risurrezione di Gesù, che ci dà forza e speranza in questo tempo incerto e difficile, concludono: “Se soffriamo per il contagio dobbiamo anche contagiarci di speranza e di spirito fraterno” (SL)

In America Centrale la povertà fa più danni del virus

Davanti alla cattedrale di San Salvador, 15 marzo 2020.
Coronavirus

Il nuovo coronavirus è arrivato in America Centrale, ma c’è arrivato timidamente. Il 12 marzo l’Honduras ha confermato i primi due casi. Il giorno dopo il Guatemala ha annunciato di avere un contagiato. Il presidente del Salvador ha invitato i parlamentari a dichiarare lo stato d’emergenza (che permette di limitare le libertà di spostamento, di espressione e di associazione e consente alla polizia di effettuare arresti arbitrari), mentre il Guatemala ha dichiarato lo stato di calamità. Una delle regioni più povere del continente è ormai convinta che la pandemia si diffonderà tra i suoi abitanti.

In Salvador sui social network non si parla d’altro e dai centri di quarantena, creati per le persone da poco entrate nel paese, arrivano le prime lamentele. Gli ospedali privati sono pieni di persone che credono di avere dei sintomi e i giornali sono pieni di notizie sugli spettacoli cancellati. Come tutto quello che succede in America Centrale, insomma, la diffusione del virus è segnata dal classismo.

Da quando il Salvador ha dichiarato la quarantena per ogni suo cittadino in arrivo nel paese, l’11 marzo, sembra che uno dei principali problemi legati alla pandemia sia l’esistenza di un centro d’accoglienza molto scomodo e caldo nella parte est del paese, nel quale le persone appena rientrate da un viaggio all’estero devono dormire su delle brande, in un capannone, insieme ad altre persone, condividendo servizi igienici spartani. Giornali e tv intervistano i viaggiatori che si lamentano di quanto sia scomodo vivere per trenta giorni in condizioni così precarie. Si discute di questo ma nessuno si chiede se queste misure siano le migliori per affrontare la situazione. Considerando, per esempio, che un viaggiatore che arriva in Salvador, dove al momento non ci sono casi confermati, può ritrovarsi a dormire vicino a una persona arrivata dagli Stati Uniti, dove i casi sono migliaia.

Ci sono 13,5 milioni di poveri in questa piccola regione nella quale il nuovo coronavirus ancora non ha fatto tutti i danni che può fare

Un’altra delle notizie più ricorrenti è la corsa ad accaparrarsi i prodotti nei supermercati. Molte persone si sono affrettate a svuotare interi scaffali di cibo in scatola, carta igienica, acqua, qualsiasi cosa, ma in grandi quantità. Anzi, mi correggo, non “le persone”, ma solo le persone che possono permetterselo.

È questo il punto. Il problema, per la maggioranza dei centroamericani, non sono né le lunghe file negli ospedali pubblici né le condizioni d’accoglienza per chi torna da un viaggio né il caos consumistico. Perché nei paesi della regione la maggioranza delle persone non si fa visitare negli ospedali privati, viaggia solo in autobus – per andare a lavorare – e non compra niente in quantità eccessiva, perché i loro stipendi – sempre che li ricevano – non sono abbastanza alti. In Salvador, un paese con sette milioni di abitanti, due milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. In Honduras e Guatemala circa la metà della popolazione vive in condizioni di povertà, senza accesso a beni essenziali. Questo significa, approssimando per difetto, che ci sono 13,5 milioni di poveri in questa piccola regione nella quale il nuovo coronavirus ancora non ha fatto tutti i danni che può fare. I tre paesi del nord dell’America Centrale appaiono regolarmente, da decenni, nelle prime cinque posizioni delle classifiche dei più miserabili del continente.

Parlando di persone che si spostano, in questo preciso momento ci sono persone il cui dilemma non è se mettersi in viaggio o andare in quarantena in un capannone troppo caldo. Ci sono persone che viaggeranno qualunque cosa accada e dovranno fare i conti con la quarantena, perché non hanno altra scelta. Sono i soliti, quelli che viaggiano perché non hanno alternativa: i migranti espulsi dagli Stati Uniti.

Il 12 marzo, durante una conferenza stampa telefonica, il commissario ad interim per le dogane e la protezione delle frontiere degli Stati Uniti, Mark Morgan, ha dichiarato che i voli per i cittadini centroamericani espulsi continueranno a partire regolarmente, indipendentemente da quarantene, calamità e stati d’emergenza.

Ma la cosa non riguarda solo le persone espulse. Quattro ore prima che il presidente del Salvador annunciasse la quarantena nazionale, il sito d’informazione statunitense Buzzfeed ha rivelato che il 6 marzo il presidente salvadoregno si è riunito con alcuni funzionari di Trump per mettere a punto un accordo secondo cui il Salvador deve accogliere i migranti che chiedono asilo negli Stati Uniti, perché aspettino lì finché le loro richieste non sono esaminate. Proprio così: El Salvador, paese dal quale migliaia di persone scappano per cercare rifugio nel resto del mondo, è un “paese sicuro” che riceverà quest’anno più di duemila persone che chiedono asilo negli Stati Uniti. Anche l’Honduras accoglierà queste persone. Il Guatemala ha già ricevuto circa ottocento di questi richiedenti asilo da novembre scorso.

Poi c’è il Messico, che in quanto a fermare e a espellere i migranti non vuole sfigurare di fronte agli Stati Uniti. L’Istituto nazionale delle migrazioni ha annunciato che continuerà a espellere centroamericani con autobus e aerei. Nel 2019 circa 3.200 persone sono state espulse verso un piccolo paese come il Salvador, perlopiù da Messico e Stati Uniti. Da quando è scoppiata la pandemia le autorità di tutti i paesi ripetono di non mettersi in viaggio, soprattutto da paesi dove ci sono persone contagiate, come Messico o Stati Uniti. A meno che tu non sia un migrante centroamericano: in tal caso le raccomandazioni non valgono.

Meno di due dollari al giorno
Ci si raccomanda di lavarsi le mani più volte al giorno, e di farlo con attenzione. Ma nei paesi centroamericani una grande percentuale della popolazione non ha accesso all’acqua potabile. Migliaia di queste persone pagano per averla, ma a causa della pianificazione urbana, che ha permesso la costruzione di quartieri spontanei arroccati sulle colline, i sistemi idraulici vecchi e danneggiati fanno in modo che queste persone abbiano a disposizione solo un sottile filo d’acqua, per un’ora o due, all’alba. Altri non hanno neanche quello. In questi paesi, se uno vive nelle zone più ricche e possiede una cisterna che accumula acqua negli orari in cui il servizio funziona, può lavarsi le mani come indicato nei manuali. Ma se uno deve estrarre l’acqua dai pozzi con sudore e muscoli, probabilmente non seguirà alla lettera le istruzioni dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Salutarsi con il gomito, dicono. Ancora meglio, da lontano, se possibile. Nelle zone rurali dell’Honduras una persona su cinque vive in condizioni di povertà, cioè con meno di 1,90 dollari al giorno. Queste persone, molte delle quali si guadagnano da vivere vendendo quel che riescono a procurarsi, viaggeranno in autobus per raggiungere il paesino più vicino, reggendosi al corrimano più vicino, senza alcun gel igienizzante, che costa alcuni centesimi a flacone, si riforniranno in un qualche mercato e si muoveranno da un posto all’altro per cercare di vendere quel che hanno coltivato. Queste persone stringeranno mani per concludere degli accordi e tenderanno il palmo per ricevere monete, quando verranno pagati. Perché se non lo faranno a ucciderle non sarà il virus, ma la fame. State tranquilli, perché queste persone non affolleranno i supermercati per accaparrarsi cose.

Il coronavirus è arrivato in questa regione già afflitta da varie calamità. Ora farà la sua parte. Perché il resto, cioè costruire società con un abisso profondo tra classi alte e basse, è già stato fatto da decenni.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Cosa succede nel resto dell’America Latina

Al momento sono 17 i paesi latinoamericani con casi confermati di Covid-19. Ecco le misure che hanno adottato finora:

  • Argentina È il paese dove c’è stato il primo morto per Covid-19 nel continente. Il 15 marzo il governo ha chiuso tutte le scuole e le università per 14 giorni e ha chiuso le frontiere per un mese.
  • Bolivia Finora i casi confermati sono 11. Il governo ha dichiarato l’emergenza nazionale e ha chiuso tutte le scuole fino al 31 marzo. Inoltre ha dispiegato 10mila agenti di polizia alle frontiere.
  • Brasile I contagiati al momento sono 200. Il governo di Jair Bolsonaro è stato criticato per non aver preso sul serio i rischi dell’epidemia. Alcuni stati, tra cui quello di São Paulo, hanno deciso di agire autonomamente e hanno preso misure più severe.
  • Colombia I casi confermati sono circa quaranta. Il governo ha annunciato lo stato d’emergenza sanitaria fino al 30 marzo. Inoltre ha chiuso la frontiera con il Venezuela e ha cancellato i voli provenienti da Europa e Asia. Sono vietati gli eventi pubblici con più di 500 persone. La Colombia è uno dei paesi più colpiti dal crollo delle borse, per questo il governo ha annunciato tagli alle tasse e sussidi per i settori più colpiti, a cominciare dal turismo.
  • Costa Rica Ci sono almeno 30 casi confermati. Sono state chiuse le scuole per almeno 14 giorni e sospesi i viaggi all’estero degli impiegati pubblici.
  • Cuba Ci sarebbero quattro casi confermati. I voli in arrivo non sono stati cancellati, ma sono aumentati i controlli su chi proviene da Italia, Cina, Iran, Giappone, Corea del Sud, Germania, Francia e Stati Uniti.
  • Cile Nel paese ci sono decine di casi confermati. Il 15 marzo il governo ha chiuso le scuole e le università per 14 giorni e ha bloccato le visite alle case di riposo per trenta giorni. A partire dal 18 marzo saranno vietati gli eventi pubblici con più di 200 persone.
  • Ecuador Ci sono circa trenta casi confermati. Chi torna dalle zone a rischio, tra cui Italia, Spagna e Cina, deve restare in casa per 14 giorni. Sono state chiuse le scuole e vietati gli eventi pubblici.
  • Guatemala Finora un caso registrato. È vietato l’ingresso di persone che arrivano da Cina, Iran, Italia, Spagna e Corea del Sud.
  • Honduras I contagiati al momento sono sei. Il 15 marzo il governo ha ordinato ai lavoratori del settore pubblico e privato di restare a casa, ha deciso di bloccare temporaneamente tutti i voli e ha sospeso i trasporti pubblici. Queste misure dureranno sette giorni.
  • Messico Ci sono circa 50 casi confermati. Il governo ha sospeso le attività scolastiche fino al 20 aprile. Non ci sono restrizioni sui voli in arrivo, ma solo controlli maggiori per i passeggeri dei voli internazionali.
  • Panama I casi confermati sono circa 50. Il presidente ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale e ha annunciato misure per sostenere le imprese.
  • Paraguay Al momento ci sono circa dieci casi confermati. Il governo ha sospeso temporaneamente le attività scolastiche e gli eventi pubblici.
  • Perù È uno dei paesi più colpiti. Il presidente ha chiuso le frontiere per 15 giorni e imposto una quarantena generale. Cancellati i voli da Europa e Spagna e ritardato l’inizio dell’anno scolastico, previsto per il 30 marzo.
  • Repubblica Dominicana Il 15 marzo i casi registrati erano nove. Il governo ha sospeso l’attività scolastica negli istituti pubblici e privati in questi giorni per disinfettare le aule.
  • Uruguay Il 13 marzo ha annunciato di avere i primi casi. Il governo ha chiuso le scuole per due settimane e ha vietato gli assembramenti pubblici.
  • Venezuela Finora i casi sono circa dieci. Il presidente ha imposto la quarantena in sei province. Inoltre ha cancellato i voli dall’Europa, dalla Colombia, da Panama e della Repubblica Dominicana.

Speranza di un cambiamento

da “L’Osservatore Romano” del 16 febbraio 2020

CITTÀ DEL GUATEMALA, 15 febbraio. La responsabilità dei governanti recentemente eletti nella promozione del bene comune in una società inclusiva, la lotta contro la corruzione, la crisi migratoria in America centrale, il recente annuncio della beatificazione dei martiri di El Quiché e l’impegno della Chiesa ad annunciare Cristo come luce che dà senso alla vita e apre cammini di speranza: questi sono stati i principali temi affrontati dai vescovi del Guatemala nel corso dell’assemblea plenaria della conferenza episcopale, durante la quale hanno potuto riflettere sulle attività dell’anno trascorso e sulle priorità pastorali future. In un comunicato a firma del presidente, monsignor Gonzalo de Villa y Vàsquez, vescovo di Sololà-Chimaltenango, e del vicepresidente, monsignor Antonio Calderón Cruz, vescovo di San Francisco de Asis de Jutiapa, i presuli invitano inoltre tutti i guatemaltechi a «lavorare per il dialogo tra i diversi settori della società e giungere ad accordi consensuali, lasciando da parte posizioni rigide e pregiudizi del passato».

«Nonostante le delusioni del passato e lo scetticismo suscitato nella popolazione, la speranza di un cambiamento risorge sempre», sottolineano i vescovi, auspicando che la priorità dei nuovi governanti eletti in Guatemala «sia il bene comune» e che «si metta fine alle pratiche politiche nefaste legate alla corruzione e all’assenza dello Stato negli spazi che sono sua responsabilità principale». Il loro primo impegno deve quindi essere quello di «promuovere una società inclusiva, con opportunità per tutti, che dia impulso allo sviluppo umano integrale della popolazione ed eviti le ondate di migranti che sono costretti a fuggire dalla povertà». A gennaio, nel suo primo discorso ufficiale dopo l’insediamento, il nuovo presidente della Repubblica del Guatemala, Alejandro Giammattei, aveva affermato che la lotta alla corruzione — «totale e inflessibile» — sarebbe stata la priorità del suo governo, nell’intento di mettere fine «a sprechi, prezzi gonfiati, opere inesistenti, al contrabbando, al degrado delle dogane, e alle pratiche disoneste e rivoltanti esistenti». Nel discorso, il capo dello Stato aveva garantito che sarebbero state rilanciate l’economia e l’occupazione e che il dilagante fenomeno delle temibili bande giovanili, conosciute in Centro America e Messico come maras, sarebbe stato contrastato con vigore.

«L’inizio dell’anno — ricordano inoltre i presuli — è stato segnato anche dalla sofferenza dei migranti che cercano di fuggire da situazioni di povertà e di violenza». Ringraziano quanti si adoperano per alleviare le loro sofferenze, auspicando l’impegno di tutti i guatemaltechi per combattere le cause dell’emigrazione, e sottolineano ugualmente l’improrogabilità di creare «possibilità di sviluppo e di lavoro per il gran numero di giovani che sono una ricchezza incontestabile del paese».

Evocando più particolarmente la vita della Chiesa in Guatemala, la conferenza episcopale non manca di rallegrarsi per l’annuncio, il 24 gennaio, della beatificazione dei martiri di El Quiché: i servi di Dio José Maria Gran Cirera, Juan Alonso e Faustino Villanueva, sacerdoti professi dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù, e sette compagni, laici — tra i quali Juan Barrerà Méndez, un bambino di dodici anni — uccisi, in odio alla fede, in Guatemala tra il 1980 e il 1991. «Erano spinti unicamente dall’amore a Dio e ai fratelli più poveri, in un periodo di persecuzione della Chiesa e di violenza contro tutta la popolazione», sottolineano i presuli guatemaltechi, ricordando che questi martiri «si aggiungono ai recenti beatificati e alle centinaia di testimoni sconosciuti le cui vite hanno fecondato la missione della Chiesa in Guatemala e diventano nuovi testimoni qualificati che ci guidano a seguire Gesù nei nostri tempi».

Sottolineano poi che il loro «compito principale come vescovi è quello di promuovere, guidare e animare l’evangelizzazione nel paese, con l’aiuto dei sacerdoti, dei consacrati e dei tanti laici» a cui esprimono il loro ringraziamento. La «missione permanente» dei vescovi, aggiungono, consiste nell’annunciare Gesù Cristo come luce che dà senso alle nostre vite e apre percorsi di speranza, celebrare nella liturgia la sua azione salvifica nei confronti dei credenti, e sostenere i laici nell’ambito familiare, lavorativo e pubblico.

 

La gente di San Rafael ferma la miniera che fa morire di sete

dal quotidiano "Avvenire"
Lucia Capuzzi, Casillas (Guatemala) giovedì 2 gennaio 2020
Dal 2017, i giudici hanno ordinato la sospensione dei lavori a El Escobal, il secondo giacimento mondiale d’argento. Da 939 giorni, i contadini vigilano, in staffetta, che lo stop sia rispettato
Il presidio di Casillas, vicino alla miniera di El Escobal

Il presidio di Casillas, vicino alla miniera di El Escobal

«Sono qui perché è mio dovere esserci. Quando mi chiedono se ho paura, rispondo che tutti dobbiamo morire. Tanto vale farlo lottando». Mentre parla, Adriana rimescola i fagioli che cuociono nella grossa pentola di rame. Nessuna variazione di menù per Capodanno: legumi e tortillas (spianate di mais). «Ci abbiamo fatto anche la cena di San Silvestro», racconta la donna, visibilmente stanca dopo aver trascorso la notte a Casillas.
Il “presidio” è una specie di gazebo di legno, sotto il cui tetto di lamiera si notano un divano scassato, qualche sedia di plastica e un fornelletto da campo. «Non abbiamo molti mezzi. Siamo volontari. Anzi, come contadini, ci rimettiamo perché per venire qua dobbiamo saltare il lavoro nei campi. E trovare i soldi per la benzina o per il biglietto del bus. Ma lo facciamo con il cuore. Senza acqua non c’è agricoltura. È in gioco il nostro presente e il nostro futuro». A “minacciarli” – sostiene Adriana – è il progetto El Escobal, la seconda miniera d’argento più grande del mondo, di proprietà, prima, di Thoe Sources e, ora, del colosso canadese Pan American Silver. Situata a cavallo dei dipartimenti di Santa Rosa e Jalapa, l’impresa ha lavorato a pieno ritmo tra il 2013 e il 2017. Con un fortissimo impatto su ambiente e popolazione locale, come denunciato da studi indipendenti e dalla Chiesa locale. La pressione sociale ha portato, però, il 7 giugno di quell’anno, la corte di giustizia guatemalteca a fermare le attività. Una decisione confermata nel settembre 2018 dal massimo tribunale. A vigilare che sia rispettata, sono gli abitanti dei municipi limitrofi di Santa Rosa da Lima, Nueva Santa Rosa, Casillas, San Rafael Las Flores, San Carlos Azalate. Da 939 giorni e notti si alternano al presidio, posto all’imboccatura della strada che conduce a El Escobal.
«Ci siamo auto-organizzati in dieci turni da 24 ore. In media ci sono tra le dieci e le venti persone. E il presidio non è mai rimasto deserto», sottolinea Adriana, determinata ad andare avanti «fino a quando la miniera non sarà definitivamente chiusa». Lo stop ordinato dalla magistratura è temporaneo: fino allo svolgimento della consultazione preventiva dei locali, richiesto dalla consultazione per le zone ad alta intensità indigena. Come, appunto, la regione intorno a El Escobal dove risiedono gli indios Xinka. Nonostante l’impegno ad agire al più presto, finora il governo di Jimmy Morales ha preso tempo per evitare il riaccendersi del conflitto, che ha avuto momenti di forte tensione. Gli attivisti hanno denunciato minacce e la morte, in agguati o nella repressione di manifestazioni, di 12 leader sociali, e l’arresto di altri 19. La questione più spinosa, ora, è come realizzare la votazione. Ovvero se far partecipare solo i residenti di San Rafael – come vorrebbe l’impresa i cui investimenti hanno dato un impulso positivo all’economia cittadina – o la gente dell’intera zona, in gran parte contraria al progetto. «Per forza. La miniera rischia di lasciare a secco 300mila persone anche se secondo l’azienda il suo impatto si esaurirebbe in un raggio di sei chilometri», sostiene Moises Divas, coordinatore della Commissione diocesana per la protezione della natura (Codidena). Un organismo costituito nella diocesi di Santa Rosa nel 2019 che ha accompagnato la resistenza pacifica dei contadini a El Escobal.
«La gente sopravvive grazie ai cinque fiumi che bagnano la regione, già a rischio siccità per il cambiamento climatico. Da lì la miniera prelevava quasi cento litri al minuto. Mentre i suoi tunnel di estrazione – scavati a sei chilometri di profondità – hanno alterato la loro fonte di alimentazione: le falde sotterranee. Per non parlare dell’impiego sistematico di cianuro e arsenico nella lavorazione dell’argento». Dati negati dall’azienda che afferma di voler creare sviluppo nel secondo Paese più povero d’America. Con la sua chiusura – dice – andrebbero persi 80mila impieghi. «El Escobal dava lavoro a 1.004 persone, di cui 530 di Santa Rosa – conclude Divas –. La gente l’ha imparato sulla sua pelle: l’economia estrattiva non crea ricchezza né benessere»

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E se aiutando loro, arrivassimo ad aiutare anche noi stessi?

Se donando, in realtà, ricevessimo?

Ecco i bambini (e le famiglie) che cominceranno il percorso all’asilo da Gennaio 2020.

 

Ho aperto con queste due domande per riflettere sulle conseguenze dirette e indirette di una donazione per un progetto geograficamente lontano, come il nostro asilo in Guatemala.  Donando prendiamo qualcosa che è “sul nostro piatto” e lo doniamo a qualcun altro , senza aspettarci nulla in cambio : così va intesa la donazione, e così compie al massimo il suo potenziale “umanizzante”.  Ma vorrei che consideraste anche quanto segue:

Partecipando al progetto Asilo “Gian Carlo Noris” a San Pedro Yepocapa, abbiamo la possibilità’ di :

  • Formare le persone che abitano e abiteranno questo pianeta oggi e domani. Individui e comunità che condivideranno le finite risorse di questo pianeta con noi e con i nostri figli. In un momento in cui più che mai ci rendiamo conto di come le nostre vite siano tutte interconnesse, sostenere una persona/comunità’ dall’altra parte del mondo vale forse, quanto educare i bambini della nostra cittadina.
    – Se in Guatemala tagliano i boschi, è un problema anche per “noi”.
    -Se in Guatemala gettano la plastica nei fiumi, è un problema anche per “noi”.
    -Se in Guatemala violentano una donna o picchiano un bambino, e’ una sconfitta anche per “noi”

E quindi, in quest’ottica aiutando loro aiutiamo anche noi stessi. Senza quindi dimenticarci del valore umanizzante di una donazione fine a se stessa, consideriamo che aiutando le persone a noi lontane (fisicamente) aiutiamo anche quelle a noi più vicine.

Aiutando loro, aiutiamo anche noi stessi e le persone a noi più care.

INVIA UNA DONAZIONE

ASILO “GIAN-CARLO NORIS” a San Pedro Yepocapa (Guatemala) 2020.

Ed eccoci quindi al sodo : il progetto asilo.

Il nostro asilo a San Pedro Yepocapa, è ormai una realtà consolidata e riconosciuta ( a livello comunitario e istituzionale).
Gli sforzi congiunti delle nostre maestre, del personale Rekko , del direttore Jose Perez Carbonero, della fondazione “Plantando Semilla” e di tutti coloro che sostengono il progetto, hanno già’ consentito di formare oltre 120 bambini e bambine

Da 7 anni, abbiamo preso un’impegno nei confronti della comunità, e in particolare nei confronti delle famiglie più escluse ed emarginate.
Questo impegno è riassunto nella parola “asilo” ma e’ in realtà molto di più. Infatti il progetto è:

  • un centro educativo
  • un centro comunitario per le famiglie
  • un centro di formazione per maestre (negli anni, ne abbiamo già’ formate più di 10)
  • un punto di partenza per interventi sanitari e di assistenza alle famiglie
  • una scuola per “l’alimentazione sana”
  • un punto di connessione tra Rekko e la comunità’

Trovandomi qui in Guatemala, la settimana scorsa, ho avuto l’opportunità’ di incontrare:

  • le maestre: professioniste (alcune, mamme a loro volta) che approcciano con la dovuta serietà’, desiderio di superamento e determinazione il loro lavoro.
  • le famiglie i cui figli sono stati ammessi ai corsi che inizieranno a Gennaio 2020 : scelte da un lato perché identificate come “vulnerabili” e dall’altro perché’ hanno dimostrato il desiderio di offrire ai propri figli un’opportunità.

Sono rimasto positivamente colpito sia dagli uni che dagli altri.
Mi ha emozionato pensare che Rekko rappresenti una piattaforma cosi importante e solida all’interno di San Pedro Yepocapa.
Questi incontri mi hanno ulteriormente rassicurato relativamente alla qualità del progetto e dei servizi che offriamo: per questo mi sento estremamente tranquillo nel “metterci la faccia” e chiedervi di partecipare con me .

Come ho scritto sopra, gli “ingredienti” necessari per realizzare questo progetto sono molti.
Uno di questi siamo noi donatori e sostenitori: come ogni cosa infatti, anche questo progetto ha un costo.

Esattamente : 23.221,00 Euro .
Una cifra importante, ma che insieme sono sicuro potremo coprire.

Come dico sempre : INSIEME POSSIAMO TUTTO .

A QUESTO LINK TROVATE LA PAGINA CON LA DESCRIZIONE DEL PROGETTO, INCLUSI GLI STRUMENTI PER EFFETTUARE UNA DONAZIONE.

Visita del nuovo cardinale

Ramazzini-Don Luigi

 

da “L’Arena” domenica 13 ottobre 2019

È cardinale da una settimana, anche se papa Francesco ha fatto il suo nome all’Angelus il 1° settembre scorso, ma la schiettezza di monsignor Alvaro Leonel Ramazzini Imeri, vescovo di Huehuetenango in Guatemala, è rimasta la stessa tanto da fare una visita a sorpresa all’amico monsignor Luigi Adami, parroco di San Zeno di Colognola. In Italia per ricevere la nomina nella basilica di San Pietro a Roma, prima di ripartire domani per la sua terra, il cardinale ha pranzato con don Adami in paese dove è già stato anni fa, incontrando in canonica i parrocchiani che da anni intrattengono rapporti di amicizia con alcune comunità guatemalteche.

Nato 72 anni fa a Ciudad de Guatemala ma di origini italiane, monsignor Ramazzini è ritenuto «vescovo di frontiera», dalla parte dei poveri, indigeni discendenti dai Maya e migranti, sostenendoli nella rivendicazione dei loro diritti. Un impegno coraggioso per il quale è stato minacciato di morte. «Sono in amicizia con don Luigi e la sua comunità che ringrazio per la solidarietà che esprimono al mio Paese, piccolo ma desideroso di andare avanti nonostante le difficoltà», ha esordito Ramazzini. «Non sapevo che papa Francesco mi avrebbe nominato cardinale; ho avuto la notizia il giorno stesso in cui ha fatto il mio nome, da un amico di Fabriano che mi ha telefonato, ma gli ho risposto che la cosa mi giungeva nuova e dovevo verificare. Poi l’ho letto su Vatican News e mi ha chiamato il nunzio apostolico, così ho capito che era vero», ha raccontato. «Il nunzio mi ha dato una lettera del Papa in cui diceva che l’essere cardinale non è un onore ma un servizio, “una missione da compiere con lealtà, coerenza e compassione”, collaborando col Santo Padre nel governo della Chiesa; sono valori che hanno sempre orientato la mia vita». Ha parlato di papa Bergoglio: «L’ho conosciuto quando era presidente della conferenza episcopale argentina e io di quella del Guatemala. Ultimamente ci eravamo visti a Panama alla Giornata della gioventù, ma non mi aspettavo mi facesse cardinale.

Desideravo stargli vicino», ha ammesso, «per potergli riferire della realtà povera in cui viviamo, e ora mi sarà più semplice». «Sono in sintonia con lui», ha detto Ramazzini, «e mi dispiacciono le critiche che gli fanno. Ho visto a Roma cardinali che, dalle informazioni che circolano, sono contro Francesco, ma erano lì in concistoro; noi giuriamo fedeltà al Papa e se qualcosa non va, dobbiamo dialogare con lui e non rilasciare dichiarazioni pubbliche che non giovano a nessuno. La fraternità si costruisce sulla lealtà. Spero che questo Papa vada avanti a lungo perché sta facendo cose sconvolgenti». «Ora torno in Guatemala dove c’è chi mi accusa di aver estorto la nomina», ha rivelato il cardinale, «perché non la accetta. Sono persone che non hanno mai parlato con me; alcune fanno parte della Chiesa, altre del settore filomilitare, altre ancora sono ricche e ritengono il mio pensiero marxista, ma la mia è solo dottrina della Chiesa. Ho contro di me anche dei contadini perchè dico che non si usa la violenza per affermare i propri diritti. Quando prendi posizioni tipiche del Vangelo, la reazione è questa». Ramazzini ha parlato della sua diocesi: «Ha 1 milione e 200 mila abitanti di cui il 70 per cento cattolici e siamo in 40 preti. Ci sono tanti problemi tra cui molti migranti minorenni che vanno negli Stati Uniti; parecchi di loro sono in centri di detenzione, altri privati dei documenti. Tra Guatemala e Messico sostano 2 mila migranti africani, ma non c’è lavoro. Io sono contro l’industria estrattiva di oro e argento che sfrutta e impoverisce, ma sono favorevole alle iniziative che potranno permettere alla gente di vivere con dignità». •

M.R.

Ramazzini a San Zeno

Rete Solidarietà Italia Guatemala