Il Festival del Cinema di Strada per dare voce ai familiari delle persone scomparse

Quiché (Agenzia Fides) – Il dipartimento del Quiché, in Guatemala, è stata una delle zone più colpite da un conflitto armato durato 36 anni (1960-1996) che ha portato come conseguenza la morte di 200 mila persone in tutto il Paese e la scomparsa di 45 mila persone, tra le quali 5 mila bambini. In questo contesto, si è appena tenuto il “Festival del Cinema di Strada”, con l’obiettivo di promuovere alcune attività che si realizzano per sostenere i familiari delle persone scomparse. L’edizione di quest’anno, secondo le informazioni giunte a Fides, è stata dedicata ai minori scomparsi durante la guerra, per mettere in luce i risultati positivi portati dalla ricerca (finora sono stati ritrovati 894 bambini su 5 mila) e il dramma dell’assenza che ancora vivono migliaia di familiari. In Guatemala il conflitto armato è terminato circa venti anni fa. Molto è stato fino in termini di ricerca di persone scomparse, purtroppo però sono ancora tante le famiglie in att esa di una risposta sulla sorte dei propri cari.
(AP) (8/5/2017 Agenzia Fides)

Nobel per l’ambiente a Rodrigo Tot, coraggioso agricoltore del Guatemala

27 aprile 2017

Agricoltore, 59 anni, padre di 4 figli, amante della sua terra, il Guatemala. E’ questo l’identikit del vincitore del Premio Goldman, il cosiddetto Nobel per l’ambiente. A portare a casa questo ambizioso riconoscimento, per il 2017, è appunto Rodrigo Tot, un agricoltore della comunità maya Q’eqchi del Guatemala che è stato scelto dalla giuria della Fondazione Goldman per la sua lotta contro le autorità del Paese e le imprese minerarie, nel tentativo di recuperare terre della sua comunità.

Tot, come si legge nelle motivazioni del premio, ha dimostrato di aver portato avanti “una coraggiosa leadership del suo popolo e nella difesa delle terre ancestrali”.

La battaglia a favore della sua terra e del suo popolo condotta ormai da diversi decenni dall’agricoltore è volta a rivendicare i propri diritti in un’area delle montagne di El Estor, a circa 300 km da Città del Guatemala. Insieme ad altri 63 ‘campesinos‘, infatti, Rodrigo Tot ha promosso le prime iniziative 43 anni fa, in una zona ricca di oro e nickel, con l’obiettivo di riavere dallo Stato guatemalteco i propri titoli di proprietà.

Una sfida non semplice, dunque, quella portata avanti con determinazione e coraggio dagli agricoltori locali, resa ancora più difficile al termine di un lungo braccio di ferro giudiziario con il governo, che ha portato le autorità, qualche anno fa, ad assegnare ad una compagnia mineraria la licenza per sfruttare la zona per 25 anni.

Tanti anche i rischi per l’incolumità dei campesinos e dei loro familiari. Nel 2012, i quattro figli di Tot sono stati attaccati da un gruppo di uomini mentre si trovavano in un autobus: uno di loro, sottolinea la stampa guatemalteca, è stato ucciso nell’agguato. A conferma dei rischi che affrontano i dirigenti latinoamericani che lottano per la difesa dell’ambiente ci sono gli omicidi nel marzo del 2016 della honduregna Berta Caceres e nel gennaio di quest’anno del messicano Isigro Baldenegro: entrambi vincitori del Goldman.

L’agricoltore 59enne non è l’unico ad aver ottenuto il Nobel per l’ambiente nel 2017. Insigniti di simili riconoscimenti nell’ambito del Premio Goldman sono stati anche Rodigue Katembo (Congo), Prafulla Samantara (India), Uros Maceri (Slovenia) e Mark Lopez (Usa).

Mons. Ramazzini: il paese dipende economicamente dalle rimesse dei lavoratori negli Stati Uniti

Berna – 22 marzo 2017

(Agenzia Fides) – Il Vescovo della diocesi di Huehuetenango, in Guatemala, Sua Ecc. Mons. Alvaro Ramazzini Imeri, ha partecipato nei giorni scorsi ad una tavola rotonda presso il Parlamento Europeo, a Bruxelles, che ha avviato uno studio sul commercio e sui diritti umani in America Latina, promosso dalla CIDSE, rete di 17 agenzie di sviluppo cattoliche di Europa e Nord America. Ieri Mons. Ramazzini Imeri si è recato a Berna, in Svizzera, dove ha visitato la sede di un gruppo di Ong impegnate ad aiutare il Guatemala.
Nella circostanza il Vescovo ha dichiarato che la situazione del paese centroamericano è sempre più difficile. Sulla politica del neo presidente degli USA, Mons. Ramazzini Imeri ha detto: “Se il signor Trump fa quello che ha anticipato riguardo all’emigrazione, può essere drammatico per il Guatemala. Bisogna considerare che nel 2016 le rimesse da parte degli emigrati guatemaltechi che lavorano negli Stati Uniti hanno raggiunto più di 6.400 milioni di dollari. Se il paese non è crollato è in gran parte grazie a queste entrate. Se verranno ridotte, tagliate o verranno tassate, le conseguenze saranno disastrose. La nostra attuale situazione sociale, unita a quella di El Salvador, Honduras e Messico, potrebbe anticipare nuovi focolai di guerra civile. Forse ho una visione molto pessimistica, ma i segni attuali non sono buoni e la chiusura alla migrazione avrà conseguenze non immaginabili”.
Nel suo colloquio con swissinfo, il portale di informazione svizzero, il Vescovo ha anche evidenziato segni di speranza: “Come Conferenza Episcopale manteniamo il nostro atteggiamento di denuncia e di invito al dialogo tra tutti i settori. Ci proponiamo come ponti di comunicazione per incoraggiare incontri. Siamo sempre presenti per accompagnare il popolo, cercando di riorientare quelli che parlano di violenza. E ci sentiamo rafforzati e in sintonia con Papa Francisco”.

Continua il flusso di migranti che arrivano in Guatemala per raggiungere gli Stati Uniti

Città del Guatemala (Agenzia Fides)

Continua il flusso di migranti che arrivano in Guatemala con la speranza di poter raggiungere in qualche modo gli Stati Uniti: lo segnala una nota di Prensa Latina, giunta a Fides, dove si informa che dall’inizio del 2017 sono ormai 1.254 i migranti arrivati in Guatemala senza documenti. La Direzione Generale della Migrazione (DGM) ha segnalato inoltre che di questi 953 sono donne. Fra i paesi di provenienza troviamo: Haiti, Eritrea, Guinea, Cuba, India, Nepal ed altri ancora, sia pure in numero minore. Da rilevare la crescita degli africani.
La nota informa che un gruppo di migranti sono stati messi in salvo dalla Polizia Nazionale Civile del Guatemala: una rete criminale li aveva infatti sequestrati e chiedeva, a loro o ai loro familiari, 40 mila dollari per liberare ognuno. La nota segnala che, secondo il protocollo, queste persone vengono fermate per essere registrate e coordinare il ritorno ai loro paesi d’origine. Secondo la Commissione della Mobilità Umana del Congresso del Guatemala, nel 2016 sono stati registrate in questa situazione 8.387 persone.
Dopo l’aumento delle misure di sicurezza alla frontiera meridionale del paese (vedi Fides 14/02/2017), i gruppi di migranti non sono diminuiti, ma hanno cercato altre vie d’ingresso in Guatemala, paese che rappresenta la “porta d’ingresso” al Messico, vicino degli Stati Uniti.

In Guatemala le sfide quotidiane si vincono a colpi di pedali

Un articolo tratto dal mensile “La nuova ecologia” di dicembre 2016 segnala una bella realtà che si sta diffondendo in Guatemala specialmente nelle aree prive di energia elettrica, ma non solo. 

 

San Andrés Itzapa è una cittadina del Guatemala, sugli altopiai della Sierra Madre. Una delle aree più arretrate del paese, abitata dagli indigeni Kakchiquel, che vivono in condizioni difficili per la mancanza di acqua, infrastrutture ed elettricità. Qui l’ong Maya Pedal è diventata un punto di riferimento per le comunità rurali fornendo soluzioni a basso costo, funzionanti grazie all’ingegno e all’energia umana. Nella sua officina, da vent’anni, si progettano e costruiscono le bici-maquina. Vero e proprio fenomeno in Guatemala, che ha contagiato l’intera America Latina. Pompe dell’acqua a pedali, frullatori, trebbiatrici, lavatrici, smerigliatrici e generatori costruiti riciclando vecchie bici ed elettrodomestici. Ad avviarle è il movimento delle gambe, senza l’uso di combustibile o elettricità. «Quello che per gli altri è un rifiuto, per noi è oro – spiega Mario Juárez, presidente di Maya Pedal – Crediamo che rispetto al solare o all’eolico quella a propulsione umana sia la forma di energia più rispettosa del pianeta». Tutto è cominciato dall’incontro con i volontari della no profit canadese Pedal society: era il ’97, un anno dopo la fine di una sanguinosa guerra civile, durata trent’anni, e del genocidio che ha decimato intere comunità di etnia Maya. «Nel 2001 abbiamo fondato Maya pedal, per aiutare le famiglie più povere a ripartire. Da allora continuiamo a crescere di giorno in giorno». La più richiesta è la bici-mulino, in grado di macinare 15 quintali di cereali al giorno. Gettonatissima anche la bici-pompa dell’acqua, che può estrarre dai 18 ai 40 litri di acqua al minuto fino a 30 metri di profondità, risolvendo il problema dell’approvvigionamento idrico. Strumenti di uso quotidiano al servizio dell’agricoltura, ma anche delle microimprese, soprattutto al femminile. Per il Gruppo di sviluppo delle donne in azione, che produce shampoo organico con la polpa di acave, Maya Pedal ha creato la bici-liquadora, un frullatore azionato pedalando su una bici fissata a uno stallo, come una cyclette. Finora sono ventuno i modelli sviluppati, migliaia le bici-maquina fabbricate negli anni con il supporto di volontari e di donazioni internazionali. Come il Mit di Boston, che ha inviato un intero container di bici dismesse. Un’esperienza che ha fatto scuola e che si è diffusa in tutto il continente tramite workshop e grazie ai tutorial open source realizzati da Maya Pedal, disponibili e scaricabili sul sito dell’associazione mayapedal.org.

tratto daLa nuova ecologia” gennaio 2017

Stanley Rother, primo martire nato negli Stati Uniti

Stanley Rother, primo martire nato negli Stati Uniti

Stanley Rother, primo martire nato negli Stati Uniti

 

3 dicembre 2016

Atitlan (Agenzia Fides) – E’ ufficiale, Papa Francesco ieri 2 dicembre 2016 ha riconosciuto il martirio di Padre Stanley Rother dell’Arcidiocesi di Oklahoma City (USA), facendo di lui il primo martire nato negli Stati Uniti. Il riconoscimento del suo martirio apre la strada per la sua beatificazione.
Stanley Rother conosciuto come il padre Aplas (Oklahoma 1935 – Guatemala 1981) è stato un sacerdote diocesano statunitense andato in missione in Guatemala. Rother fu parroco di Santiago Atitlan, Solola (Guatemala). È arrivato in Guatemala nel 1968 come missionario, aveva guidato la sua Chevrolet da Oklahoma a Guatemala. Si è radicato nella regione e ha imparato spagnolo e Tzutuhil. Era conosciuto per i tzutuhiles come il padre Aplas ed è stato invitato a fare parte della fratellanza di questi popoli indigeni.
Come parroco a Santiago Atitlán per 13 anni, oltre ai suoi compiti pastorali, ha tradotto il Nuovo Testamento in Tzutuhil e ha iniziato la celebrazione regolare della Messa in quella stessa lingua. Ha lasciato il paese a causa del conflitto armato ma poco dopo è tornato per sostenere ai suoi parrocchiani. E’ stato ucciso nella canonica della sua parrocchia il 28 luglio 1981.
Fu uno dei 10 sacerdoti assassinati in Guatemala quell’anno.
(CE) (Agenzia Fides, 03/12/2016)

I maya invocano la pace attraverso un antico rituale

 

Venerdì, 30 dicembre 2016

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – In occasione della commemorazione del ventesimo anno dalla firma degli Accordi di Pace nel Paese, un gruppo di leader spirituali maya di diverse località del Guatemala si è radunato nel sito archeologico Kaminal Juyú, nella capitale, per invocare, attraverso un rituale maya, la pace, l’accordo e l’armonia tra i guatemaltechi.
La firma degli Accordi di Pace pose fine a un sanguinoso conflitto interno durato 36 anni (1960-1996) durante il quale si registrarono oltre 250 mila vittime, tra morti e scomparsi. Tuttavia, nonostante la firma degli accordi, le cause che originarono il conflitto armato nel 1960, come povertà e disuguaglianza sociale, persistono ancora. Dei 16 milioni di abitanti del Paese centroamericano, il 59,3 % vive sotto la soglia della povertà. Secondo le cifre ufficiali il 79% degli indigeni risulta povero, mentre tra i meticci è il 46,6 %.
(AP) (30/12/2016 Agenzia Fides)

“La lotta alla corruzione è fondamentale” denunciano i Vescovi

“La lotta alla corruzione è fondamentale” denunciano i Vescovi

“La lotta alla corruzione è fondamentale” denunciano i Vescovi
Guatemala (Agenzia Fides) – 10 novembre 2016
In un comunicato intitolato “Dio ama la giustizia e il diritto”(Sal. 33), i Vescovi del Guatemala denunciano una “paralisi istituzionale” che si manifesta in diversi modi, come l’ostruzionismo fra i deputati e le azioni che fermano il regolare svolgimento della giustizia, mentre la giustizia dovrebbe essere “veloce, imparziale e estranea a forze esterne” si legge nel comunicato pervenuto a Fides.
Il documento ricorda la necessità di rafforzare la democrazia nei momenti difficili, per questo i Vescovi ripropongono quanto scritto nel giugno 2015, quando pubblicarono un documento sul bisogno della democrazia nella difesa del bene comune e sulla promozione della dignità umana: “Il primo principio di un popolo sovrano è di non sottomettersi a pressioni esterne o accettare condizioni per il paese”.
“La lotta alla corruzione è fondamentale, ma è necessario inquadrarla dentro obiettivi immediati di costruzione di un progetto nazionale” sottolineano i Vescovi. “La situazione socio-politica che stiamo vivendo è preoccupante e tocca tutti i guatemaltechi. Vogliamo un Guatemala diverso e ci siamo impegnati perché la verità del Vangelo sia il nostro più grande contributo al cambiamento sociale ed etico di cui come nazione abbiamo bisogno” conclude il testo, firmato dal Presidente della Conferenza episcopale, Sua Ecc. Mons. . Rodolfo Valenzuela Núñez, Vescovo della diocesi di Vera Paz, con la data del 6 novembre.
Lo scorso mese, i guatemaltechi sono rimasti scioccati per i risvolti del processo contro un ex-ministro ed altre 10 persone coinvolte in un caso di corruzione ad alto livello. Secondo la stampa locale, sono però apparsi anche altri casi di corruzione alle dogane, fra i politici e i dirigenti delle banche.

Abbandonati in balia del sole, della fame e dei parassiti

San Diego (Agenzia Fides) – 18 novembre 2016

Non si arresta la marcia di bambini e famiglie immigranti da Messico, Guatemala, Honduras e El Salvador verso gli Stati Uniti, in fuga dalla violenza e dalla povertà. A lanciare l’allarme è l’Agenzia per il Controllo delle Dogane degli Stati Uniti (CBP). Nella nota inviata a Fides si legge che, al confine tra Stati Uniti e Messico, in una terra di nessuno dove si registrano circa 50 gradi di temperatura, si incontrano centinaia di corpi abbandonati, spesso solo ossa di persone che cercavano di trovare un luogo nel quale vivere con dignità e mandare ai propri familiari qualcosa per sfamarli. La CBP mantiene alta l’allerta, “è stata una stagione molto calda e le temperature non calano”, riferisce la nota. Nel frattempo, il numero dei bambini che vengono arrestati alla frontiera sta raggiungendo quello della crisi umanitaria del 2014. Negli ultimi tre anni il confine tra Texas e Messico è stato invaso da una ondata di bambini immigrati e famiglie centroamericane senza precedenti. Scappano dai rispettivi Paesi di origine, principalmente El Salvador, Guatemala e Honduras, per chiedere asilo agli Stati Uniti.

Rete Solidarietà Italia Guatemala