Le peggiori forme di lavoro clandestino minorile registrate in America Latina

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – Il Guatemala, con 850 mila 937 bambini lavoratori e il 43% di minori che non frequentano la scuola, registra il maggior indice di lavoro infantile dell’America Latina, secondo le informazioni pervenute a Fides. Oltre alla gravità delle statistiche, emerge il fatto che questi piccoli siano impegnati in attività a rischio per la loro vita stessa come fabbricare fuochi d’artificio, raccogliere caffè, spaccare le pietre e lavorare nei campi in generale. L’allarme lo ha lanciato l’Ufficio per i Diritti Umani del Guatemala: i dipartimenti nordoccidentali di Huehuetenango e Quiché sono quelli maggiormente colpiti dal fenomeno, che generalmente coinvolge piccoli di origine indigena.
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha dichiarato che in America Latina oltre 5 milioni e mezzo di bambini di entrambi i sessi lavorano senza aver compiuto l’età minima di ammissione al mondo del lavoro o sono impegnati in attività vietate. In generale, i minori lavorano nel settore agricolo o in settori a grave rischio, come miniere, discariche, lavoro domestico, pesca. A questi si aggiungono altri migliaia che non sono censiti, costretti clandestinamente alle più gravi forme di lavoro minorile, coinvolti nelle reti di sfruttamento sessuale a fini commerciali, traffico di stupefacenti, tratta di minori a fini di sfruttamento del lavoro e impiego nei conflitti armati. (AP) (20/6/2016 Agenzia Fides)

MENCHÚ: SPERO SEMPRE DI POTER PERDONARE

da "Avvenire" 7 giugno 2016
Intervista di Lucia Capuzzi

«Nella cultura maya, il coraggioso deve chiedere perdono 400 volte al giorno. Per il male consapevole e per quello fatto senza saperlo. La persona di valore, inoltre, deve dire grazie 400 volte al giorno. Per i doni che sa di aver ricevuto e per quelli, immensi, di cui non si rende conto». Nel caso di Rigoberta Menchú Tum l’esercizio non è stato vano. «Perdono» e «grazie» sono le luci-guida nella vita di questa guatemalteca nata 57 anni fa a Chimel, remoto villaggio ancora senza acqua né luce, e insignita del Nobel per la pace, nel 1992. Aveva 16 anni quando dovette fuggire, a piedi, dalla guerra civile nel vicino Chiapas. Tremante, l’adolescente indigena accettò l’incarico del vescovo Samuel Ruiz di raccontare al resto della Chiesa messicana il dramma dei nativi guatemaltechi, vittime di un genocidio da parte dell’esercito. Quel giorno, Rigoberta scoprì nella parola la sua forza. E con la parola cominciò a combattere, senz’armi, la dittatura, contribuendo a sconfiggerla. Menchú partecipò alla stesura degli accordi di pace, nel 1996. Ora l’ex contadina di Chimel continua a lottare: per la difesa dell’ambiente, per la dignità dei popoli indios, per l’educazione, per la giustizia. «La pace non è la firma su un trattato. È una scelta quotidiana. Ognuno può fare la differenza», ha affermato la Nobel alla conferenza tenuta all’Università Cattolica di Milano, insieme al docente Dante Liano. Nell’occasione, il dipartimento di Scienze linguistiche e Letterature straniere della Cattolica ha annunciato un contributo alla Fondazione Menchú per aiutare le giovani maya negli studi universitari.

Una delle grandi sfide che la vede in prima linea è quella per la cura della casa comune. Perché le sta tanto a cuore?

Siamo terra: è lei a darci il necessario per vivere. Siamo acqua: di liquido è fatto il 90 per cento delle nostre cellule. Siamo cosmo: secondo la tradizione maya, una donna resta incinta quando il suo utero è allineato con la luna e terra. Recuperare la consapevolezza di chi siamo e per che cosa Dio ci ha creato, ci aiuta a comprendere che siamo legati e complementari. Abbiamo necessità gli uni degli altri per andare avanti. Ognuno nasce con una missione sociale. L’educazione deve ricordarcelo e guidarci verso una “vita piena”, in armonia con la natura, Dio e i fratelli. È altro rispetto alla “bella vita”, in cui il denaro è la misura di tutte le cose. E l’ambiente è una “risorsa” da sfruttare, comprare e vendere. Per questo, sono rimasta molto colpita dall’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. È un messaggio di grande saggezza perché non si basa su teorie astratte ma su un’analisi profonda della realtà.

Che cosa ha significato per lei, maya, la richiesta di perdono di Francesco ai popoli indigeni formulata in Chiapas?

È stato un gesto di grande coraggio. E di vera umiltà. Il Papa, però, non si limita alle parole. Ogni suo atto è un omaggio alla dignità umana.

L’esercito ha sterminato la sua famiglia. È riuscita a perdonare?

Nessuno mi ha mai chiesto perdono. Mi sarebbe piaciuto poterlo concedere ma i colpevoli, ancora, rifiutano di sentirsi responsabili. A 30 anni dagli accordi di pace, però, il Guatemala ha compiuto cruciali passi avanti nel recupero della verità e della giustizia. Oltre 20 militari d’alto grado sono stati condannati per il genocidio. L’anno scorso, un tribunale ha finalmente riconosciuto che mio padre, Vicente, non era un guerrigliero. Lo bruciarono vivo, dentro l’ambasciata spagnola, per il suo impegno di dirigente contadino e catechista. Tali traguardi sono il risultato di una lunga lotta pacifica compiuta insieme a tanti che ora non ci sono più. Come il vescovo Juan Gerardi.

Lei fu uno dei 12 guatemaltechi a ricevere dalle mani del pastore le prime copie del rapporto “Nunca más” sugli orrori di 36 anni (1960-1996) di guerra. Ho conosciuto monsignor Gerardi quando, costretto all’esilio, continuava a denunciare all’Onu le atrocità del Guatemala. Ammiravo quell’uomo umile e testardo. Non avrei mai pensato che ci saremmo trovati a lavorare insieme. Fu grazie a monsignor Gerardi se abbiamo potuto dare un nome ai troppi morti sepolti nelle fosse comuni, se tanti massacri sono arrivati in tribunale. Sapeva di rischiare tanto. Ma non aveva paura. Me lo disse quel 24 aprile 1998, quando mi consegnò il Nunca Más. Non lo vidi più. Due giorni dopo, lo assassinarono.

In America Latina non ci sono più dittature ma la violenza continua in altre forme. Lei, dopo aver vissuto tanto dolore, è ottimista sul futuro?

Chiunque, come me, abbia dedicato la vita a lottare contro l’impunità e l’ingiustizia, ha il dovere di essere ottimista. Oggi e sempre. Il passato non si può cambiare. Possiamo, però, impedire che si ripeta. Costruendo un futuro più umano per quanti verranno. È questo il nostro impegno di uomini e donne. E, ne sono convinta, ne vale la pena.

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Gli Accordi di Pace a 20 anni dalla firma

L’Associazione APASCI ha raccolto e tradotto una attenta riflessione di Micaela Zamora, Directora CEMOC sugli Accordi di Pace in Guatemala firmati 20 anni fa.

La convinzione che stava alla base dell’inizio del processo di pace in Guatemala era: “senza pace non c’è stabilità, senza stabilità non c’è democrazia e in definitiva non c’è sviluppo”. Sul tavolo dei negoziati fra l’URNG (Unità Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca) e il Governo del Guatemala, con l’appoggio della Comunità Internazionale e della Chiesa Cattolica, si definirono cinque aree tematiche importanti:

  • Riforma Agraria
  • Diritti del Lavoro
  • Diritti dei Popoli indigeni
  • Riforma dell’Educazione
  • Trasformazione dello Stato

Queste aree tematiche danno l’idea del punto di partenza su cui, in un ventaglio di 14 accordi, si sono costruiti tutti gli accordi di pace fino ad arrivare all’accordo definitivo e duraturo firmato il 29 dicembre 1996.

36 anni di conflitto armato in Guatemala, che durante il decennio degli anni ’80, insieme ai conflitti in Salvador e in Nicaragua fu chiamato “crisi internazionale” perché era un problema, un pericolo latente per la pace mondiale, che doveva essere evitato e che si definiva in quei momenti come so­ciale, strutturale e di assenza di un sistema democratico di governo. Il processo di Pace in Guatemala durò13 anni e gli incontri furono ospitati nei paesi di Panama, Messico, Columbia e Venezuela. La prima riunione si tenne il 9 gennaio 1983 nell’isola di Contadora in Panama e fu denominata riunione di Contadora e Caraballeda; la seconda riunione si svolse in Venezuela il 12 gennaio 1984. Questi due incontri furono indispensabili per preparare la via alle successive riunioni, realizzate in Centro America, dove si portarono a termine quelli denominati Esquipulas I e II che portarono alla firma dell’accordo Esquipulas II il 7 agosto 1985, che diede inizio ai dialoghi successivi durati circa 8 o 9 anni per arrivare finalmente alla firma della Pace.

La speranza e l’illusione con cui questi accordi si realizzarono furono le basi per il cambiamento necessario tanto sperato; è stato deludente scontrarsi invece con la realtà di tutti i governi che da allora si sono succeduti che non hanno dato la dovuta importanza agli accordi di Pace o non ne han­no tenuto conto e si sono trovati completamente (o volontariamente) impreparati a dare loro appli­cazione. Questi accordi non solo devono essere messi in pratica ma devono diventare i principi fondamentali su cui costruire un nuovo processo costituente e lo sarà solo quando il popolo si alzerà di nuovo e lo pretenderà…. L’illusione è grande!

La conclusione intima, razionale e vera per organizzazioni come l’Associazione Centro Monte Cristo, è triste. Dopo uno studio e una ricerca cosciente e conseguente di tutto ciò che è in relazione agli Accordi di Pace, dopo aver raccolto documenti, realizzato commenti relativamente agli stessi, possiamo dire che i processi di avanzamento per la realizzazione degli Accordi sono nulli, e di più, ci sono grandi passi indietro in tutti gli aspetti e i settori della giustizia, della sicurezza, dei diritti umani, dei diritti dei popoli indigeni, della salute, dell’educazione.

Poiché non si è tenuta in considerazione l’importanza che hanno, sono stati dimenticati e quasi mai menzionati e ciò, nonostante esistano due enti creati specificamente per vegliare sulla loro at­tuazione: il Consiglio Nazionale per l’attuazione degli Accordi di Pace e la Segreteria della Pace (SEPAZ). Attualmente non esiste alcuna agenda per la celebrazione del 20° anniversario della firma degli Accordi di Pace. Per il 19° anniver­sario non c’è stato che un atto di protocollo perché il Presidente provvisorio Alejandro Maldonado non ebbe tempo per ricordare gli accordi; i problemi della politica nazionale di quel momento (periodo di elezioni e la rinuncia dell’ex presidente e della ex vice presidente) non gli permisero di occuparsi dell’anniversario. Durante il governo dell’ex presidente Otto Perez Molina e della ex vice presidente Roxana Baldetti, entrambi attualmente in carcere, si deteriorò la situazione dello Stato Guatemalteco e gli accordi di pace nella loro totalità, secondo alcuni analisti politici, sono stati completamente dimenticati.

L’attuale presidente eletto Jimmy Morales e il suo governo hanno il grande compito di dare risposte alle domande che la società civi­le ha posto con costanti manifestazioni nella piazza centrale della capitale negli ultimi 5 mesi, richieste che già erano incluse negli accordi di pace. Sarebbe molto opportuno che il Governo riprenda a perseguire il compimento degli accordi di pace perché già questi contengono le Riforme di cui necessita il Guatemala per realizzare un vero e autentico stato di diritto.

Il Guatemala si è deteriorato negli ultimi 4 anni: più che mai la povertà, l’estrema povertà e la miseria sono aumentate al punto che ci sono cittadini guatemaltechi, nostri fratelli, che giorno dopo giorno muoiono di fame difronte all’indifferenza di molti che non dicono o fanno poco, e gli sforzi di quelli che fanno qualcosa producono pochi risultati significativi.

 

Battaglia legale tra Canada e Guatemala

Suzanne Daley, The New York Times, Stati Uniti

2 aprile 2016

Un gruppo di donne indigene di un villaggio guatemalteco ha fatto causa a un’azienda mineraria canadese. Il loro caso potrebbe diventare un precedente importante

Margarita Caal Caal era sola. Suo marito stava lavorando nei campi quando arrivaro­no dei camion con a bordo soldati, poliziotti e guardie di sicurezza. Sei uomini armati entrarono in casa, le im­pedirono di uscire e mangiarono quello che aveva preparato per i bambini. C’è vo­luto molto tempo prima che raccontasse i fatti di quel pomeriggio del 2007. Per anni nessuna delle donne che vivono a Lote Ocho, un villaggio nell’est del Guatemala, ha parlato. Non ne hanno discusso nean­che tra loro. I poliziotti e i soldati violenta­rono Margarita Caal Caal a turno, uno do­po l’altro. Poi la cacciarono di casa e appic­carono il fuoco. Dissero che il terreno ap­parteneva a un’azienda mineraria canade­se. Fecero la stessa cosa con altre nove donne.

“Ho ancora paura”, dice Caal Caal guardandosi le mani mentre la figlia serve il caffè, “ho paura tutto il tempo”. Quando ha deciso di portare il suo caso in tribunale non si è rivolta alla giustizia del Guatema­la, dove gli indigeni maya come lei, spesso analfabeti e residenti in zone isolate, non hanno mai avuto molta fortuna. Caal Caal ha sporto denuncia contro la HudBay Mi-nerals Ine in Canada e il caso ha scosso l’industria mineraria, petrolifera e del gas. Secondo i dati del governo canadese, nel 2013 più del 50 per cento delle industrie di esplorazione e sfruttamento minerario del mondo aveva sede in Canada. Queste 1.500 aziende avevano interessiin almeno ottomila proprietà, in più di cento paesi.

Per decenni le aziende affiliate all’este­ro hanno fatto da scudo alle compagnie estrattive canadesi, anche se i difensori dei diritti umani sostengono che siano respon­sabili di danni ambientali, repressione dei manifestanti e sgombero forzato di popoli indigeni. Ma la causa intentata da Caal Ca­al e da altre nove donne del villaggio ha già superato diversi ostacoli legali. Nel giugno del 2015 una sentenza ha ordinato alla HudBay di fornire agli avvocati delle don­ne una serie di documenti contenenti in­formazioni interne dell’azienda. La Hud­Bay, che non era proprietaria della miniera quando sono avvenuti gli sgomberi, nega ogni responsabilità.

Danni ambientali

La legge canadese non prevede risarci­menti anche quando la giustizia dà ragione a chi ha sporto denuncia. Ma il caso della HudBay è particolare, perché potrebbe in­dicare la strada per stabilire in futuro la soglia oltre la quale il comportamento del­le aziende straniere in Guatemala e in altri paesi è inaccettabile. Secondo Sara Seck, esperta di responsabilità sociale d’impresa della Western university di London in On­tario, “finora non ci sono state decisioni giudiziarie che aiutino a chiarire questi comportamenti. Per la prima volta la giu­stizia indagherà su quello che è successo davvero nel villaggio di Lote Ocho, ed è un fatto molto importante”.

Le attività delle multinazionali che operano nei paesi poveri sono sottoposte a un esame sempre più rigoroso. Secondo esperti e analisti, le richieste della società sono cambiate e oggi molti cittadini dei paesi ricchi chiedono alle aziende di essere più responsabili anche all’estero.

Da tempo il Canada sta cercando di creare un codice di buona condotta per l’industria estrattiva, ma finora senza suc­cesso. Nel 2010 la legge per istituire una figura equivalente al difensore civico che si occupasse di casi come quello di Caal Caal non è stata approvata a causa della forte opposizione delle imprese del settore. John McKay, il deputato del Partito liberale che aveva presentato il disegno di legge, spera che il nuovo governo di Justin Trudeau proverà di nuovo a far passare la norma: “Alcune aziende all’estero si permettono comportamenti che non avrebbero mai nel proprio paese”, afferma.

McKay non è l’unico a pensarla così. In un rapporto del 2014 il Council on hemis-pheric affairs, un’organizzazione non pro-fit con sede a Washington, ha stabilito che le aziende canadesi – che controllano tra il 50 e il 70 per cento dell’attività mineraria in America Latina – hanno causato molti danni ambientali, dall’erosione alla conta­minazione dei fiumi. In particolare il rap­porto afferma che l’industria estrattiva ha mostrato indifferenza verso le riserve na­turali e le zone protette. Allo stesso tempo denuncia che chi ha protestato è stato arre­stato, ferito e in alcuni casi perfino ucciso.

In passato le vittime hanno avuto poco successo con la giustizia canadese. I loro avvocati hanno cercato di far leva sulle vio­lazioni dei diritti umani e su reati penali internazionali. Ma quasi sempre i giudici hanno stabilito che il Canada non aveva giurisdizione su quei casi e le denunce do­vevano essere presentate nel paese dov’era stato commesso il reato, anche se c’erano problemi di corruzione o malfunzionamento della giustizia.

Murray Klippenstein e Cory Wanless, gli avvocati delle guatemalteche che han­no sporto denuncia contro la HudBay, han­no usato un metodo diverso. Hanno soste­nuto che la casa madre canadese è colpe­vole di negligenza, perché non ha applicato un sistema di controllo per essere al cor­rente di quello che stava facendo la sua af­filiata guatemalteca. In questo modo sono riusciti a creare un legame tra la negligen­za e il Canada.

Caal Caal e le altre nove donne che so­stengono di essere state stuprate a Lote Ocho hanno presentato denuncia contro la HudBay, che ha sede a Toronto. L’azienda è stata denunciata anche per la morte nel settembre del 2009 di un leader locale, Adolfo Ich Chamàn, e per l’attacco contro German Chub, 28 anni, durante una mani­festazione a El Estor nel 2009. Chub era lì per caso e non aveva niente a che fare con i manifestanti. È rimasto paralizzato.

Gli avvocati dell’azienda hanno cercato di far archiviare il caso per motivi di giuri­sdizione, ma nel 2013 il giudice canadese ha respinto la richiesta.

Per Caal Caal e le altre donne di Lote Ocho decidere di portare la loro storia in tribunale non è stato facile. Molte parlano solo qeqchi, una lingua locale, hanno fre­quentato poco la scuola e sono spaventate dall’idea di viaggiare fino in Canada. Inol­tre devono affrontare l’ostilità di una parte della popolazione, in particolare a El Estor, dove c’è unafabbrica enorme per la lavora­zione del nichel.

L’azienda ha respinto la maggior parte delle accuse. Sostiene che nessun dipen­dente si trovava a Lote Ocho durante gli sgomberi e che non sono stati commessi stupri. Sul suo sito la HudBay spiega che all’epoca non aveva nessun legame con la miniera Fenix, che era di proprietà della Compania guatemalteca de niquel (Cgn), a sua volta appartenente alla Skye Re­sources Inc. La HudBay comprò la Skye Resources nel 2008, facendosi carico dei suoi debiti. In seguito l’ha venduta e oggi non è più sua. Secondo l’azienda canadese nel 2009, quando laminiera era di sua pro­prietà, non ci furono episodi di negligenza. Gli omicidi del maestro Adolfo Ich Chamàn e di German Chub, un contadino, avvennero per legittima difesa mentre le guardie dell’azienda si proteggevano da manifestanti armati.

Ricordare è come rivìvere

Ma alcuni episodi recenti sembrano dar ragione a chi ha sporto denuncia. Mynor Padilla, un colonnello in pensione che era responsabile della sicurezza della miniera durante gli sgomberi del 2007 e gli scontri a fuoco del 2009, è sotto processo in Gua­temala per quei fatti. A marzo di quest’an­no due ufficiali dell’esercito sono stati con­dannati per aver stuprato e mantenuto in stato di schiavitù delle donne indigene du­rante la guerra civile negli anni ottanta. Molti sostengono che violenze del genere avvengono ancora oggi. Durante la lunga guerra civile, che si concluse con i trattati di pace del 1996, la popolazione rurale e contadina fu attaccata più di una volta. Molti indigeni qeqchi sono ancora convin­ti che i terreni appartengano a loro e non alle aziende.

Nel 2007, all’epoca degli sgomberi, non c’erano industrie minerarie nella zona, ma le aziende cacciarono comunque tutte le comunità. A Lote Ocho, arroccata sulle montagne, ci sono poco più di una decina di edifici di legno dove vivono un centinaio di persone, soprattutto bambini. Non ci sono scuole né elettricità. Per raggiungere il paesino vicino ci vogliono 45 minuti in auto su una strada sterrata. Arrivarci con un mezzo di trasporto costa troppo per gli abitanti, che di solito vanno a piedi e c’im­piegano due ore.

Margarita Caal Caal racconta che gli uomini che l’attaccarono furono molto vio­lenti. Lei rimase a terra per ore. Quando suo marito tornò a casa e le chiese cosa le fosse successo, gli disse che era caduta, perché aveva paura della sua reazione. Per lei è ancora difficile parlare di quello che è successo quel giorno.

“Ricordare è come rivivere, ed è dolo­roso”, afferma.

Violenza e criminalità generano un record di rifugiati in Centramerica

sabato, 30 aprile 2016

Città del Messico (Agenzia Fides) – A partire dagli anni 80, il numero di centroamericani che continuano a fuggire da violenza e criminalità organizzata nella regione ha raggiunto cifre record. La denuncia arriva dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur). Lo scorso anno, in Messico hanno fatto richiesta di asilo quasi 3500 persone, la maggior parte provenienti da El Salvador, Honduras e Guatemala, i Paesi più colpiti dal fenomeno. Un forte aumento si registra anche negli Stati Uniti, in Costa Rica, Panama, Nicaragua e Belize. Nel comunicato inviato all’Agenzia Fides, il portavoce dell’Acnur dichiara: “siamo preoccupati soprattutto per il numero sempre maggiore di bambini e donne non accompagnati che fuggono per timore di essere reclutati a forza da bande criminali e per paura di subire violenze sessuali o di essere uccisi”. (AP)

(30/4/2016 Agenzia Fides)

GIORNATE PRO-GUATEMALA a SAN DOMENICO – SIENA

volantino-2016-05-08-CONCERTO-PER-IL-GUATEMALA_mail---A3Sabato 7 e Domenica 8 Maggio 2016
 
nel CHIOSTRO di S. Domenico – Siena
 
MERCATINO DI ARTIGIANATO GUATEMALTECO
SAGRA DEL DOLCE E DEL SALATO
 
SABATO 7 maggio ore 18:00 (ingresso libero)
CONCERTO PER IL GUATEMALA
chiostro San Domenico
GRUPPO POLIFONICO MADRIGALISTI SENESI
eseguirà CANTI RINASCIMENTALI SACRI E PROFANI

AMICI DEL GUATEMALA ONLUS
Piazza Madre Teresa di Calcutta, 1 – 53100 Siena
tel 328-4097118

“Guatemala, uno stato mafioso: la comunità internazionale ci aiuti”

Dalla rivista on line Narcomafie segnalo questa interessante intervista a Claudia Samayoa sul narcotraffico in Guatemala, pubblicata il 16 marzo scorso.

di Piero Ferrante

claudia_2Quando parla, usa un misto di decisione e dolcezza, mettendoci quella tenerezza che qualcuno, già prima di lei, diceva essere necessaria per combattere la causa degli sfruttati. Le mani che gesticolano senza sosta, la voce lieve ma senza indecisioni, gli occhi scuri puntati sempre dritti davanti a sé, una figura esile ma che non tradisce neppure per un istante tentennamenti. Claudia Samayoa, in visita a Torino per un evento pubblico organizzato dalle Acli provinciali, si concede a Narcomafie per un’intervista che, più che altro, è un grande appello. A rompere il silenzio internazionale sul Guatemala. Silenzio che genera solitudine, in uno Stato condannato dalla geografia a essere periferia dell’Impero. Ruolo triste, soprattutto se il centro, potente, potentissimo, è lì a un tiro di schioppo. E se quel centro ha nella sua strategia internazionale il controllo del backyard. Dal 2000 la Samayoa coordina l’Udefeugua, sigla che indica l’Unità per la protezione dei difensori dei diritti del Guatemala. Le sue lotte, molte delle quali combattute al fianco del premio Nobel per la Pace Rigoberta Menchù, “spaventano i tiranni”, come avrebbe scritto il poeta Marcos Ana. La Samyoa infatti è anche membro della Convergenza per i diritti umani del Guatemala e la coalizione internazionale di organizzazioni dei diritti umani delle Americhe e dell’Assemblea generale dell’Organizzazione mondiale contro la tortura.

Da gennaio, dopo una serie di vicissitudini politiche, il Guatemala ha un nuovo presidente, Jimmy Morales. Esponente della destra del paese, molto osteggiato dai movimenti sociali, eredita il potere da Otto Pérez Molina, un militare genocida destituito dopo essere stato accusato di vari reati, tra cui corruzione e contrabbando. Com’è la situazione attuale?
Confusa e problematica. Da un lato, per l’influenza, costante e storica, della Dea e della Cia, che puntano a controllare il Guatemala come anche Honduras ed El Salvador. E poi perché l’elezione di Morales ha concorso a destabilizzare ulteriormente la situazione, già precaria, del Paese. Un uomo praticamente apparso dal nulla all’epoca della destituzione di Molina, nel sostanziale vuoto di potere che si era generato, cucendosi addosso i galloni di “alternativo”. In realtà, alternativo non lo è mai stato. Tutt’altro. Morales è un comico di professione, incapace a governare, esponente di una setta fondamentalista evangelica. Va detto che gli evangelici, in Guatemala, non sono un’esigua minoranza, come in altri Stato meso o sud americani. Rappresentano il 35% della popolazione e vi sono arrivati dagli Stati Uniti. Contando su questa forza, e sul fatto che i militari, stanchi di una Chiesa cattolica che ritengono troppo schierata a favore degli ultimi, si sono improvvisamente schierati a loro volta con la componente evangelica, Morales ha potuto salire al potere.
Di più. Oltre che con i militari, il presidente agisce in pieno accordo anche con il potere mafioso e con i settori più retrogradi e reazionari dell’oligarchia economica che ha finanziato la guerra civile e che oggi impera in Guatemala sfruttando la terra e ignorando le richieste delle popolazioni indigene. In questo modo, Jimmy [come viene chiamato dai più in Guatemala, ndR] spera di poter controllare e mettere sotto silenzio le rivendicazioni avanzate dai difensori dei diritti umani. In particolare, nel mirino ha messo la CICIG, la Commissione Internazionale contro l’impunità, voluta dalle Nazioni Unite. Mosse, queste, che hanno infastidito e non poco anche gli Stati Uniti che vedono minacciata la propria influenza in Guatemala e temono di perdere il controllo. Basti pensare che Barack Obama, di recente, ha definito il Guatemala “un pericolo grave assimilabile all’Isis”.

Ha detto che Jimmy Morales è sostenuto da poteri mafiosi. In che senso?
Voglio essere chiara. Da 4 o 5 anni siamo in guerra contro un mostro che si sta difendendo. Il mostro è lo Stato stesso che possiamo senza mezzi termini definire mafioso. Mafioso anche perché violento, torbido, per nulla trasparente. All’indomani della lunga guerra civile, durata 36 anni [dal 1960 al 1996, ndr] e degli accordi di pace che ne sono scaturiti, il Guatemala ha rinunciato a fare pulizia. È accaduto così che la gran parte del personale impiegato nella controinsurrezione ha costituito la base, apicale e armata, del crimine organizzato.
In verità, il confine tra legalità e illegalità è estremamente labile. Stimiamo che la metà dei comuni, il parlamento e la stessa presidenza siano controllati dalla mafia. I militari sono essi stessi mafiosi. I partiti sono in mano alla criminalità organizzata e i loro programmi sono inefficienti. I movimenti di alternativa sociale ci sono ma sono messi al bando, perseguitati, intimiditi e minacciati. Militari, narcotrafficanti e politici, insieme alle componenti del capitalismo più predatorio, lavorano insieme, fianco a fianco.

E allora davvero si può dire che la pace abbia fatto bene al popolo guatemalteco?
Infatti non si può dire. Ha arricchito la Banca mondiale, ha arricchito Washington, ha arricchito molte imprese che hanno investito nel campo idroelettrico, petrolifero ed estrattivo. Specie dopo la ratifica del Trattato di libero commercio. Ha fatto bene ai ricchi, ha fatto bene ai forti. Ma non al popolo. Gli accordi di pace hanno sottomesso il Guatemala agli interessi degli Stati Uniti, il cui ambasciatore si comporta come un proconsole. In Guatemala la pace è lontana. Il Guatemala è uno Stato in guerra. I passi verso il progresso sociale sono estremamente faticosi. Ci sono aperti, indubbiamente, importanti spazi di resistenza. Alcuni settori delle forze dell’ordine e della magistratura si sono schierati contro il crimine organizzato. Grazie a giudici come Claudia Paz y Paz e Thelma Aldana, due donne, per la prima volta nella storia il popolo guatemalteco nutre fiducia nella giustizia, sentando la magistratura come una forza vicina, schierata a difesa dei diritti umani.

Stiamo parlando molto di sistema mafioso. Ma che cos’è la mafia in Guatemala? Com’è la sua struttura?
La mafia guatemalteca è in costante evoluzione. Cambia pelle a seconda del periodo storico e del circuito d’affare più lucroso. Tradizionalmente, il crimine organizzato nasceva per controllare il mercato della droga ed era impostato sul modello calabrese o siciliano, per famiglie. Ogni famiglia operava su una fetta di territorio e ne dirigeva i relativi affari. Col tempo, prima l’esercito (i militari operano in maniera molto simile alle strutture mafiose, facendo leva sull’omertà), poi l’espansione in Guatemala dei cartelli messicani ne hanno modificato la struttura. È scoppiata una guerra intestina tra i due settori, violenta e brutale, che ha portato molti componenti delle storiche famiglie mafiose a far marcia indietro consegnarsi alla giustizia statunitense. Risultato: la mafia si è corporativizzata, dall’organizzazione familiare si è passati a quella per gruppi etnici. Militari e cartelli messicani fanno affari insieme. E in generale, la mafia guatemalteca, quella autoctona, ha innalzato il proprio livello qualitativo, fino al punto da controllare affari anche all’estero. Molti guatemaltechi operano in Honduras, in Nicaragua, in Costa Rica; altri sono elementi di spicco del cartello di Sinaloa, in Messico.

Quali sono i settori d’interesse economico della mafia guatemalteca?
In origine, soprattutto allorquando gli Stati Uniti chiusero la frontiera con El Salvador, il traffico di beni di consumo. Anche sotto questo punto di vista, però, il tempo ha cambiato le cose. C’è la droga, sicuramente. Il controllo della produzione e del traffico. Però la Paz y Paz, qui, ha colpito duro e smantellato le organizzazioni.
Dal Guatemala partono poi le armi che vanno in Honduras e in Salvador. Recentemente, a Madrid, la polizia ha scoperto un container proveniente dal Guatemala e diretto in Palestina carico di armi ufficialmente smesse e che invece erano più che efficienti.
Soprattutto, traffico e tratta di esseri umani, prime voci a bilancio delle mafie guatemalteche, strettamente legate allo sfruttamento del lavoro e della prostituzione. In particolare di donne e minori, anche provenienti dall’Est Europa.

Quando parliamo di mafie e Centro America vengono subito in mente le immagini cruente del Messico. Lei ha detto che il Guatemala ha una forte contaminazione con i cartelli. I metodi di controllo del territorio sono diversi?
La mafia guatemalteca difficilmente ha fatto ricorso, almeno in origine, a stragi come quelle messicane. Le cose cambiano proprio con la penetrazione nel Paese dei cartelli. Sono i narcos a importare la violenza. In particolare il cartello del Golfo, sostenuto da Los Zetas. Le decapitazioni, i massacri, la violenza sono il loro modo di marcare il territorio. Inoltre, servono come pulizia sociale, per irretire chi lotta per il cambiamento. Per noi che operiamo a favore dei diritti umani, invece, queste azioni rappresentano il termometro per misurare lo stato di salute del narcotraffico e della presenza mafiosa.

Esiste un’antimafia sociale?
Dal 2002, in seno alla società guatmalteca sta maturando la consapevolezza che si rende necessario un cambiamento. Sono nati diversi movimenti, per lo più spontanei, che denunciano mafie e malaffare. La maggior parte di questi partono da una posizione radicale contro la corruzione, per poi estendersi anche alla difesa dell’ambiente e dei diritti umani. Quel che serve, adesso, è lo scatto in più.
Da un lato, interno. I movimenti devono perdere il loro spontaneismo e diventare politici. Ma, perché questo avvenga, serve più consapevolezza e una riforma del sistema dei partiti, oggi osteggiata dalle forze al potere, timorose di perdere il controllo. Dall’altro, diventa fondamentale l’appoggio internazionale. L’Europa, purtroppo, ci ha lasciati soli. Il Guatemala è isolato, schiacciato tra una politica interna mafiosa e lo strapotere degli Usa. Molta propaganda tende a sgonfiare le battaglie di questi movimenti. Penso a quelli per la difesa dell’ambiente, dell’acqua in particolare, i più radicali di tutti ma anche i più denigrati. Qualche tempo fa, un esponente della destra guatemalteca, bollò le lotte per la terra e dell’acqua come un complotto del comunismo internazionale. È un pericoloso ritorno al passato, finalizzato a inasprire i toni e lo scontro.

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La visita di p. Clemente Peneleu Navichoc a San Zeno di Colognola ai Colli

Clemente-San-Zeno-2016Lunedì 4 aprile si è conclusa la tappa veronese di p. Clemente. Il periodo trascorso qui da noi è stato per lui e per noi un’occasione di gioia che certamente ha rinforzato i legami di amicizia e solidarietà con lui e con il Guatemala. Sono stati due giorni e mezzo molto intensi: ha abbracciato tante persone e stretto molte mani. Desidero ricordare alcuni momenti particolari di questa visita.

1) Venerdì sera partecipando alla Lectio divina qui in parrocchia ha messo in evidenza l’invito del Signore a non chiudere le porte, a non avere paura di fare il bene come ha fatto una sua parrocchiana martire (Maria Mejia) della quale abbiamo letto una testimonianza. Maria è stata uccisa proprio per il coraggio di concretizzare la sua fede nell’impegno per la giustizia e la pace nella sua comunità.

2) Sabato mattina ha fatto visita agli anziani della casa di riposo e a un sacerdote amico che si trova da alcuni mesi in condizioni di semiinfermità.

3) Molto bello e promettente è stato l’incontro del pomeriggio con la comunità di Marcellise animata da don Paolo: qui Clemente tra le altre vicende ha raccontato alcuni episodi che lo hanno coinvolto negli anni 90 quando dopo l’uccisione di alcuni suoi collaboratori è stato più volte minacciato di morte: solo la sua serena determinazione gli ha permesso di superare queste e altre prove. Dall’incontro festoso con i giovani è scaturito il desiderio di mantenere viva la relazione e alcuni hanno espresso il desiderio di recarsi in Guatemala per conoscere meglio e condividere con p. Clemente la realtà nella quale opera.

4) Un altro incontro importante è stato quello di sabato sera qui a San Zeno con una sessantina di persone non solo del paese ma anche di altre località. Molti sono stati gli argomenti emersi; tra questi: a) la situazione politica e sociale del Guatemala caratterizzata da una diffusa corruzione che penalizza lo sviluppo del paese; b) la forte emigrazione clandestina verso gli Stati Uniti con i drammatici risvolti che spesso questa comporta per cui a fronte dei pochi che riescono ad arrivare (escludendo vecchi e bambini) si riscontra una massiccia opera di respingimento dei clandestini che al ritorno avendo perso tutto cadono spesso nelle grinfie della malavita organizzata (maras). Nella sua parrocchia di 27.000 abitanti altri 7.000 circa hanno cercato di raggiungere gli USA; c) la difficoltà riscontrata di dare continuità a opere e iniziative in favore delle persone più emarginate della società che lui stesso ha o aveva avviato sia per mancanza di soldi che per scarsa o nulla sensibilità di chi gli è succeduto; d) la priorità assoluta di operare nel campo della formazione e dell’istruzione per permettere soprattutto a bambini e giovani di avere coscienza dei loro diritti e di sapersi orientare in un mondo multiculturale; e) l’abbandono scolastico rilevante già dalle classi elementari perché le famiglie non hanno più la possibilità di pagare la retta e i bambini devono lavorare; f) per contrastare le conseguenze di questa situazione un piccolo ma significativo progetto è quello denominato “La Laguna” diretto dalla sua collaboratrice Nicolasa in favore di bambini/e, ragazzi/e che per condizioni fisiche e/o familiari non possono frequentare corsi di apprendimento statali. Clemente ci incoraggia a continuare a sostenere il progetto. L’incontro è terminato in canonica con un apprezzato buffet a base di pizza che il bravo Costantino aveva preparato per questa occasione.

4) Domenica mattina la santa Messa è stata un abbraccio festoso della comunità a p. Clemente. Egli durante l’omelia prendendo spunto dal vangelo ha sottolineato in modo particolare la difficoltà (come Tommaso) di credere alla bella notizia della liberazione dalla morte e da tutto ciò che nel mondo è simbolo di morte, perché sembra che il male prevalga sul bene. Prima del pranzo è stato accolto con gioia dai bambini e ragazzi musulmani che nelle sale parrocchiali alla domenica frequentano il corso per imparare l’arabo. Nel pomeriggio a Verona ha partecipato ad un incontro con altri sacerdoti particolarmente impegnati nella testimonianza di attenzione alle realtà di esclusione sociale nella nostra diocesi. La giornata è terminata con la cena a casa di amici e la promessa di mantenere vivi i fraterni rapporti che ci uniscono da ben 18 anni e di farci promotori di giustizia e di pace sia qui in Italia che in Guatemala. Pace che – ha ricordato più volte p. Clemente – nasce prima di tutto dentro di noi, perché solo se siamo in pace con noi stessi troviamo la forza di operare per la giustizia. Il sorriso e la serenità di Clemente ce lo confermano. Grazie p. Clemente e grazie ai tanti amici e amiche che hanno coltivato e manifestato in vari modi la loro amicizia verso di lui e ciò che egli rappresenta.

Aldo Corradi

AINS: Progetto Santa Gertrudis

Santa Gertrudis – Guatemala: il nostro nuovo progetto per i poveri
22 febbraio-4 marzo 2016. Pochi giorni. 10+2 di viaggio. Chilometri e chilometri in aereo. 2 scali all’andata e 3 al ritorno. Ne vale la pena. Sempre!!!! 5 giorni al Comedor Infantil e 5 in giro per il Guatemala con Alvaro, il nostro referente progettuale. 5 giorni passati tra Città del Guatemala, Chimaltenango e Patzún accompagnandolo agli incontri di formazione che lo hanno visto docente per 54-67-85 lavoratori della Fondazione Statunitense UNBOUND. 3 libri letti in 10 giorni, incontri saltati per poco tempo a disposizione e tante idee che aspettano di diventare microprogetti.
Santa Gertrudis – Guatemala: il nostro nuovo progetto per i poveri
Torno da questo viaggio, sempre a mie spese come tutti i viaggio in Guatemala e come tutte le partenze e i ritorni dei volontari della nostra associazione, con due certezze:
“ Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui. E li buttiamo, e viviamo comprando e buttando…e quello che stiamo sprecando è il tempo di vita perché quando io compro qualcosa, o lo fai tu, non lo compri con il denaro, lo compri con il tempo di vita che hai dovuto utilizzare per guadagnare quel denaro. Ma con questa differenza: l’unica cosa che non si può comprare è la vita. La vita si consuma. Ed è miserabile consumare la vita per perdere la libertà.”                                                                                                                                                                                                                                        José Mujica (Pepe Mujica).
“ La fame oggi ha assunto le dimensioni di un vero “scandalo” che minaccia la vita e la dignità di tante persone – uomini, donne, bambini e anziani. Ogni giorno dobbiamo confrontarci con questa ingiustizia, mi permetto di più, con questo peccato; in un mondo ricco di risorse alimentari, grazie anche agli enormi progressi tecnologici, troppi sono coloro che non hanno il necessario per sopravvivere; e questo non solo nei Paesi poveri, ma sempre più anche nelle società ricche e sviluppate. “                                                                                                                                                                                                           Papa Francesco
Sono tornato a Pavia e……quanto tempo stiamo perdendo mentre la gente, tanta gente vive nella precarietà, nella fragilità e ha fame. Noi di Ains onlus non possiamo fare grandi cose perché siamo piccoli  anche se sono convinto che “piccolo è bello, piccolo è meglio” il nostro essere piccoli ha dei grossi limiti aggravati dal fatto che tutto quello che facciamo lo facciamo fuori dall’orario di lavoro non essendo professionisti della solidarietà ma semplici volontari che vivono grazie alla stipendio che a fine mese portiamo a casa lavorando come Infermieri, negozianti, pensionati. Però dal 1998 ci siamo e quel poco che possiamo fare lo facciamo in maniera continuativa, tutti i giorni, da 18 anni.                                   
Per noi lotta alla povertà è il piccolo gesto continuativo e quotidiano. È viaggiare, partire, stare insieme alla gente del Guatemala per condividere ed ascoltare i loro bisogni e poi, ritornati a Pavia, impegnarsi per raccontare ciò che abbiamo visto ma non solo: fare!!!!. Lotta alla povertà e allo spreco è, per noi, lanciare un microprogetto chiamato “Bolsa Solidaria” che consiste, investendo 8 euro al mese, di comprare cibo (riso, fagioli, sale, pasta, incaparina, olio, latte in polvere e avena) per riempire una borsa da distribuire ad un anziano che vive nella baraccopoli di Santa Gertrudis,  che se può versa 10 quetzales (l’equivalente di 1 euro) per creare un fondo che verrà usato per finanziare le attività all’interno del Comedor Infantil perché l’assistenzialismo non ci piace per cui anche il povero, se appena appena può, è giusto che dia il suo contributo per non ricevere sempre tutto gratis. Lotta alla povertà è un piccolo gesto come questo che si pone l’obiettivo di aiutare ogni mese 25 anziani con un investimento totale di 2400 euro all’anno.  
Lotta alla povertà  è anche il microprogetto “Granai della Memoria” dove si decide di acquistare mais e fagioli direttamente dal contadino by-passando la grossa distribuzione che uccide quotidianamente la terra e chi la lavora. Lotta alla povertà è anche permettere a 25 donne, ogni mese, di eseguire un pap test,  una visita ginecologica e poter acquistare i farmaci necessari per curarsi. Lotta alla povertà è diritto alla salute e diritto all’accesso ai farmaci e alle cure mediche.  Ma lotta alla povertà è anche, a Pavia, attenzione alle fragilità  lanciando un progetto come “L’armadio dei Pigiami” dove ci si pone l’obiettivo di raccogliere vestiti, biancheria intima, dentifricio, spazzolino da denti e saponette da distribuire a tutte quelle persone (anziani, donne sole, stanieri, senza fissa dimora) che ricoverate in ospedale non hanno nulla. E poi lanciare un percorso di formazione per Infermieri e volontari in 4 tappe denominato “Educare alla fragilità” rivolgendosi agli Infermieri e, per ultimo, ma non vogliamo fermarci perché i bisogni da soddisfare sono tanti, il progetto “L’armadio dei Pigiami. Mappatura dei bisogni delle persone che vivono nel quartiere Borgo Ticino a Pavia”. Quest’ultimo è un progetto che partirà a brevissimo in collaborazione con l’APS Borgo Ticino e il Collegio Infermieri con l’obiettivo di fare una mappatura dei bisogni sociali delle persone, soprattutto anziani, di uno dei quartieri di Pavia. Progetto a cui crediamo molto perché è solo la prima fase di un percorso che, una volta che sappiamo quali sono i bisogni delle persone, ci attiverà nel soddisfarli. Concludo raccontandovi di un’ultimo progetto pensato per lottare contro la povertà. Progetto in collaborazione con il Centro servizi del Volontariato di Pavia e Provincia e denominato “La dispensa del volontario” dove vogliamo educare le associazioni e la cittadinanza all’acquisto mettendo inizialmente  in rete le associazioni che si occupano di cibo, fame, povertà e spreco, per educarci tutti insieme all’importanza del cibo buono, pulito e giusto. Tutto questo per noi è lotta alla povertà ed è ciò che un’associazione come la nostra ha il dovere di fare.
Concludo questo mio piccolo scritto chiedendovi, se lo volete, di darci una mano investendo 8 euro in un gesto semplice come quello di finanziare una “bolsa Solidaria” per un anziano di Santa Gertrudis  o in un esame ginecologico o in una donazione per acquistare dentifricio e spazzolino per chi non ha nulla e viene ricoverato in ospedale.
Perché? perché ne vale la pena e perché
“ Le buone idee hanno le gambe lunghe, e tanti hanno queste idee a ogni latitudine: il segreto sta nell’unire le forze”                                                                                                                                                  Carlo Petrini
Il codice IBAN del conto corrente postale di AINS onlus è:
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CIN: w
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CAB: 11300
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Incontro con Padre Clemente

Incontro-Clemente

Alcune note biografiche

Clemente Peneleu Navichoc è un prete cattolico di etnia maya, parroco di San Antonio Llotenango, una località vicino a Santa Cruz del Quiché in Guatemala. E’ stato ordinato sacerdote nel 1986 a Sacatepéquez. Prima dell’attuale parrocchia è stato responsabile di altre comunità parrocchiali a Santo Tomas (Izabal), Antigua, San Pedro Jocopillas e San Bartolomé Jocotenango, Sacapulas, Chel (Chajul) e Canillà. In tutte queste località ha testimoniato con coraggio la sua fede con la scelta preferenziale per i poveri, gli ultimi, specialmente gli indigeni. Con coraggio e determinazione ha realizzato scuole di formazione per i catechisti (che in Guatemala sono il perno fondamentale della pastorale), restaurato chiese e case parrocchiali, avviato scuole elementari e professionali, creato un “Centro educativo mixto bilingue interculturale” (CEMBI) nella sperduta località di Chel. Per la sua coraggiosa azione sociale e l’impegno di pacificazione a seguito della sanguinosa guerra civile che ha devastato il Guatemala per circa trent’anni ha subito numerose minacce e intimidazioni. Ha collaborato con il vescovo mons. Juan Gerardi, ucciso due giorni dopo aver presentato il libro di testimonianze e denuncia “Guatemala nunca mas”. Clemente vive e valorizza la sua fede cristiana manifestando e promuovendo orgogliosamente la sua origine e la cultura maya. Merita la nostra ammirazione e solidarietà.

Rete Solidarietà Italia Guatemala