E se aiutando loro, arrivassimo ad aiutare anche noi stessi?

Se donando, in realtà, ricevessimo?

Ecco i bambini (e le famiglie) che cominceranno il percorso all’asilo da Gennaio 2020.

 

Ho aperto con queste due domande per riflettere sulle conseguenze dirette e indirette di una donazione per un progetto geograficamente lontano, come il nostro asilo in Guatemala.  Donando prendiamo qualcosa che è “sul nostro piatto” e lo doniamo a qualcun altro , senza aspettarci nulla in cambio : così va intesa la donazione, e così compie al massimo il suo potenziale “umanizzante”.  Ma vorrei che consideraste anche quanto segue:

Partecipando al progetto Asilo “Gian Carlo Noris” a San Pedro Yepocapa, abbiamo la possibilità’ di :

  • Formare le persone che abitano e abiteranno questo pianeta oggi e domani. Individui e comunità che condivideranno le finite risorse di questo pianeta con noi e con i nostri figli. In un momento in cui più che mai ci rendiamo conto di come le nostre vite siano tutte interconnesse, sostenere una persona/comunità’ dall’altra parte del mondo vale forse, quanto educare i bambini della nostra cittadina.
    – Se in Guatemala tagliano i boschi, è un problema anche per “noi”.
    -Se in Guatemala gettano la plastica nei fiumi, è un problema anche per “noi”.
    -Se in Guatemala violentano una donna o picchiano un bambino, e’ una sconfitta anche per “noi”

E quindi, in quest’ottica aiutando loro aiutiamo anche noi stessi. Senza quindi dimenticarci del valore umanizzante di una donazione fine a se stessa, consideriamo che aiutando le persone a noi lontane (fisicamente) aiutiamo anche quelle a noi più vicine.

Aiutando loro, aiutiamo anche noi stessi e le persone a noi più care.

INVIA UNA DONAZIONE

ASILO “GIAN-CARLO NORIS” a San Pedro Yepocapa (Guatemala) 2020.

Ed eccoci quindi al sodo : il progetto asilo.

Il nostro asilo a San Pedro Yepocapa, è ormai una realtà consolidata e riconosciuta ( a livello comunitario e istituzionale).
Gli sforzi congiunti delle nostre maestre, del personale Rekko , del direttore Jose Perez Carbonero, della fondazione “Plantando Semilla” e di tutti coloro che sostengono il progetto, hanno già’ consentito di formare oltre 120 bambini e bambine

Da 7 anni, abbiamo preso un’impegno nei confronti della comunità, e in particolare nei confronti delle famiglie più escluse ed emarginate.
Questo impegno è riassunto nella parola “asilo” ma e’ in realtà molto di più. Infatti il progetto è:

  • un centro educativo
  • un centro comunitario per le famiglie
  • un centro di formazione per maestre (negli anni, ne abbiamo già’ formate più di 10)
  • un punto di partenza per interventi sanitari e di assistenza alle famiglie
  • una scuola per “l’alimentazione sana”
  • un punto di connessione tra Rekko e la comunità’

Trovandomi qui in Guatemala, la settimana scorsa, ho avuto l’opportunità’ di incontrare:

  • le maestre: professioniste (alcune, mamme a loro volta) che approcciano con la dovuta serietà’, desiderio di superamento e determinazione il loro lavoro.
  • le famiglie i cui figli sono stati ammessi ai corsi che inizieranno a Gennaio 2020 : scelte da un lato perché identificate come “vulnerabili” e dall’altro perché’ hanno dimostrato il desiderio di offrire ai propri figli un’opportunità.

Sono rimasto positivamente colpito sia dagli uni che dagli altri.
Mi ha emozionato pensare che Rekko rappresenti una piattaforma cosi importante e solida all’interno di San Pedro Yepocapa.
Questi incontri mi hanno ulteriormente rassicurato relativamente alla qualità del progetto e dei servizi che offriamo: per questo mi sento estremamente tranquillo nel “metterci la faccia” e chiedervi di partecipare con me .

Come ho scritto sopra, gli “ingredienti” necessari per realizzare questo progetto sono molti.
Uno di questi siamo noi donatori e sostenitori: come ogni cosa infatti, anche questo progetto ha un costo.

Esattamente : 23.221,00 Euro .
Una cifra importante, ma che insieme sono sicuro potremo coprire.

Come dico sempre : INSIEME POSSIAMO TUTTO .

A QUESTO LINK TROVATE LA PAGINA CON LA DESCRIZIONE DEL PROGETTO, INCLUSI GLI STRUMENTI PER EFFETTUARE UNA DONAZIONE.

Visita del nuovo cardinale

Ramazzini-Don Luigi

 

da “L’Arena” domenica 13 ottobre 2019

È cardinale da una settimana, anche se papa Francesco ha fatto il suo nome all’Angelus il 1° settembre scorso, ma la schiettezza di monsignor Alvaro Leonel Ramazzini Imeri, vescovo di Huehuetenango in Guatemala, è rimasta la stessa tanto da fare una visita a sorpresa all’amico monsignor Luigi Adami, parroco di San Zeno di Colognola. In Italia per ricevere la nomina nella basilica di San Pietro a Roma, prima di ripartire domani per la sua terra, il cardinale ha pranzato con don Adami in paese dove è già stato anni fa, incontrando in canonica i parrocchiani che da anni intrattengono rapporti di amicizia con alcune comunità guatemalteche.

Nato 72 anni fa a Ciudad de Guatemala ma di origini italiane, monsignor Ramazzini è ritenuto «vescovo di frontiera», dalla parte dei poveri, indigeni discendenti dai Maya e migranti, sostenendoli nella rivendicazione dei loro diritti. Un impegno coraggioso per il quale è stato minacciato di morte. «Sono in amicizia con don Luigi e la sua comunità che ringrazio per la solidarietà che esprimono al mio Paese, piccolo ma desideroso di andare avanti nonostante le difficoltà», ha esordito Ramazzini. «Non sapevo che papa Francesco mi avrebbe nominato cardinale; ho avuto la notizia il giorno stesso in cui ha fatto il mio nome, da un amico di Fabriano che mi ha telefonato, ma gli ho risposto che la cosa mi giungeva nuova e dovevo verificare. Poi l’ho letto su Vatican News e mi ha chiamato il nunzio apostolico, così ho capito che era vero», ha raccontato. «Il nunzio mi ha dato una lettera del Papa in cui diceva che l’essere cardinale non è un onore ma un servizio, “una missione da compiere con lealtà, coerenza e compassione”, collaborando col Santo Padre nel governo della Chiesa; sono valori che hanno sempre orientato la mia vita». Ha parlato di papa Bergoglio: «L’ho conosciuto quando era presidente della conferenza episcopale argentina e io di quella del Guatemala. Ultimamente ci eravamo visti a Panama alla Giornata della gioventù, ma non mi aspettavo mi facesse cardinale.

Desideravo stargli vicino», ha ammesso, «per potergli riferire della realtà povera in cui viviamo, e ora mi sarà più semplice». «Sono in sintonia con lui», ha detto Ramazzini, «e mi dispiacciono le critiche che gli fanno. Ho visto a Roma cardinali che, dalle informazioni che circolano, sono contro Francesco, ma erano lì in concistoro; noi giuriamo fedeltà al Papa e se qualcosa non va, dobbiamo dialogare con lui e non rilasciare dichiarazioni pubbliche che non giovano a nessuno. La fraternità si costruisce sulla lealtà. Spero che questo Papa vada avanti a lungo perché sta facendo cose sconvolgenti». «Ora torno in Guatemala dove c’è chi mi accusa di aver estorto la nomina», ha rivelato il cardinale, «perché non la accetta. Sono persone che non hanno mai parlato con me; alcune fanno parte della Chiesa, altre del settore filomilitare, altre ancora sono ricche e ritengono il mio pensiero marxista, ma la mia è solo dottrina della Chiesa. Ho contro di me anche dei contadini perchè dico che non si usa la violenza per affermare i propri diritti. Quando prendi posizioni tipiche del Vangelo, la reazione è questa». Ramazzini ha parlato della sua diocesi: «Ha 1 milione e 200 mila abitanti di cui il 70 per cento cattolici e siamo in 40 preti. Ci sono tanti problemi tra cui molti migranti minorenni che vanno negli Stati Uniti; parecchi di loro sono in centri di detenzione, altri privati dei documenti. Tra Guatemala e Messico sostano 2 mila migranti africani, ma non c’è lavoro. Io sono contro l’industria estrattiva di oro e argento che sfrutta e impoverisce, ma sono favorevole alle iniziative che potranno permettere alla gente di vivere con dignità». •

M.R.

Ramazzini a San Zeno

Il cardinale Álvaro Leonel Ramazzini Imeri

Al nuovo cardinale, creato da Papa Francesco il 5 ottobre 2019, è stato assegnato il titolo della Chiesa di San Giovanni Evangelista a Spinaceto
Il cardinale Alvaro Leonel Rammazini Imeri – vescovo di Huehuetenango
da Vaticannews del 05 ottobre 2019
Letteralmente “vescovo di frontiera”, Álvaro Leonel Ramazzini Imeri è schierato da sempre in prima linea accanto alle popolazioni più povere del Guatemala. Aperto al dialogo a tutto campo, in particolare è al fianco degli indigeni discendenti dei maya e dei migranti, sostenendoli nella rivendicazioni dei loro diritti, contro le ingiustizie e i soprusi, soprattutto quelli perpetrati dalle multinazionali che saccheggiano le risorse del Paese centramericano.  Per questa sua azione ha ricevuto anche minacce di morte.

Nato il 16 luglio 1947 a Ciudad de Guatemala, è il maggiore dei quattro figli di Ernesto Ramazzini e Delia Imeri, di origini italiane, emigrati dalla  Lombardia. Ha frequentato i primi tre anni della scuola primaria nel Colegio de Jesús de Candelaria, il quarto anno nella Escuela Pública Miguel Hidalgo y Costilla a Chimaltenango e il quinto e sesto anno nel Colegio El Rosario. Poi ha perfezionato la  preparazione nel Seminario minore conciliare di Santiago, sempre nell’arcidiocesi di Guatemala. Ha studiato filosofia e teologia nell’Instituto Teológico Salesiano e ha concluso la formazione al sacerdozio in Messico, nel seminario diocesano di Mérida, nello Yucatán.

È stato ordinato presbitero il 27 giugno 1971 nella cattedrale di Guatemala dall’arcivescovo Mario Casariego, che lo ha subito incaricato di occuparsi del seminario maggiore de la Asunción. In quel periodo, precisamente tra il 1976 e il 1980, ha studiato Diritto canonico alla Pontificia università Gregoriana, conseguendo il dottorato.

Rientrato in Guatemala è stato prima formatore, poi professore di Teologia e quindi dal 1983 al 1986 rettore del seminario  de la Asunción. Ha anche insegnato Teologia e Diritto canonico nell’Istituto teologico salesiano, accompagnando questi servizi con la cura pastorale nelle parrocchie.

Il 15 dicembre 1988 Giovanni Paolo II lo ha nominato vescovo di San Marcos e il 6 gennaio 1989 gli ha conferito personalmente l’ordinazione nella basilica di San Pietro. ¡Ay de mí sino evangelizo! (“Guai a me se non evangelizzo!”) è il suo motto episcopale. Nella diocesi ha fondato la pastorale della terra, per la valorizzazione delle risorse agricole e della dignità dei lavoratori rurali, e la Casa del migrante, per tutelare soprattutto i minori non accompagnati.

Nel 1990 è divenuto segretario generale della Conferenza episcopale guatemalteca (Ceg), nel cui ambito ha ricoperto numerosi incarichi fino ad esserne eletto presidente nel 2006. Ha terminato il mandato nel 2008 e al momento è responsabile delle Commissioni per le comunicazioni sociali e per la giustizia e la solidarietà.  Ma è stato anche a capo della pastorale sociale, della Caritas nazionale, della pastorale delle comunicazioni, della pastorale dei carcerati e di quella  per la “movilidad humana”.

Sempre nell’ambito della Ceg, ha assunto un ruolo di rilievo al servizio della promozione della pace durante la guerra civile che ha colpito il Paese dal 1960 al 1996: infatti è stato delegato dei vescovi guatemaltechi  in seno alla “Comisión multipartita” per la verifica delle comunità della popolazione civile in resistenza nel nord del Quiche  (1990-1994) e membro del settore religioso nella  Commissione nazionale di riconciliazione, che ha consentito la nascita del Dialogo nazionale (1991-1996).

Impegnato anche a livello continentale, ha presieduto dal 2000 al 2006 il Servicio internacional cristiano de solidaridad con los pueblos de América latina “Óscar Romero” (Sicsal) e dal 2001 al 2005  il Segretariato episcopale dell’America centrale (Sedac). Significativo il suo contribuito nel Consiglio episcopale latinoamericano (Celam): ha preso parte alle conferenze generali del 1992 a Santo Domingo e del 2007 ad Aparecida; e   tra il 1991 e il 1995 è stato responsabile della sezione per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.

Nel 2011 ha ricevuto il premio “Pacem in terris”   assegnato “per onorare una persona che si distingue nella pace e nella giustizia, non solamente nel proprio paese ma nel mondo”   e il 14 maggio 2012 è stato trasferito da Benedetto XVI alla sede residenziale di Huehuetenango, che conta quasi un milione di fedeli, ai confini con lo Stato messicano del Chiapas. Dopo l’ingresso in diocesi, il successivo 14 luglio, ha ancora di più rilanciato il suo servizio tra i poveri, divenendo punto di riferimento soprattutto per le popolazioni indigene che subiscono violenze e ingiustizie.

Appassionato di musica e letteratura, ama anche il calcio e le lunghe passeggiate in mezzo alla natura. Nell’ambito della Curia romana, dal 1990 è membro della Pontificia commissione per l’America latina, e dal 1991 al 1996 è stato membro del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Nel 1997 ha preso parte all’Assemblea speciale per l’America del Sinodo dei vescovi.

Guatemala: un passo avanti e due indietro

Ne parliamo con Secil De Leon, un analista politico e docente universitario.

da: https://www.notiziegeopolitiche.net/guatemala-un-passo-avanti-e-due-indietro/

a cura di Maddalena Pezzotti –

Nel complesso il Guatemala ha indicatori tipici di quello che una volta si chiamava il terzo mondo, fra i quali il 45 per cento di malnutrizione cronica nei bambini sotto i cinque anni di età, oltre il 50 per cento di povertà e povertà estrema, e l’esclusione dalla previdenza sociale del 75 per cento della forza lavoro, in quanto impiegata nell’ambito informale. Le entrate fiscali non superano il 10 per cento del Pil, con una sofferenza finanziaria per l’istruzione, l’occupazione, la sicurezza e la giustizia, e il ricorso indiscriminato al debito interno ed esterno per coprire il deficit del funzionamento dello stato.
Cultura e gestione della res publica restano di sapore coloniale. Circa due dozzine di famiglie rappresentano il 90 per cento del reddito globale su 17 milioni. Le compagnie straniere che estraggono ricchezza dal sottosuolo per legge corrispondono all’erario l’1 per cento dei loro ricavi ed è per un gesto di buona volontà che alcune arrivano a contribuire con il 5 per cento. Durante il suo primo viaggio negli Stati Uniti, il presidente uscente, Jimmy Morales, aveva offerto a Trump manodopera a buon mercato per costruire il muro lungo la frontiera sud.

Secil De Leon è un analista politico, e docente universitario presso l’Università San Carlos, l’unico ateneo statale, in un paese dove si sta privatizzando il comparto educativo. Con lui analizziamo la discussa conclusione delle recenti elezioni politiche, soffermandoci su temi dell’attualità nazionale.

– I guatemaltechi hanno espresso una marcata astensione per il secondo turno delle elezioni generali, che ha designato non solo il presidente della repubblica, ma 340 sindaci, 160 deputati e 20 delegati per il parlamento centroamericano. A quali elementi si deve questa alienazione dagli strumenti di partecipazione democratica?
L’astensionismo è una tendenza che ha raggiunto i suoi numeri più bassi in questa ultima tornata. La vittoria di Giammattei è minata da un gap di legittimità: 8 milioni di abitanti erano abilitati al voto ed è stato proclamato con meno del 25 per cento del totale. Una ragione potrebbe essere che la giustizia è intervenuta in modo decisivo nell’arena elettorale e, a causa di evidenti violazioni dello stato di diritto, ben cinque candidati sono stati esclusi sin dal primo turno. Tra questi, la figlia del dittatore Rios-Montt, e Thelma Aldana, ex capo della procura, per le quali era stata testimoniata una massiccia intenzione di voto. Questi eventi ripetuti hanno determinato un quadro di incertezza nell’arena politica tanto che, fino a poche ore dall’apertura delle urne, non era chiaro dal punto di vista giuridico se potesse rotolare qualche altra testa. Va detto che le inchieste che la commissione internazionale contro l’impunità (Cicig) e la procura hanno condotto dal 2015 hanno mostrato un sistema perverso e ipocrita, trasversale a tutti i settori, gestito da politici di lungo corso, imprenditori di successo, ufficiali pluridecorati, e membri del clero, che nascosti da una cortina di rispettabilità, depredavano risorse pubbliche per alimentare lussi individuali, così aggravando la deprivazione a cui è soggiogata la maggior parte della gente. Soprattutto, va detto che le denunce di frode nel centro di calcolo del tribunale supremo elettorale, già al primo turno, sono cadute nel vuoto, provocando un diffuso sentimento di sfiducia. Nemmeno la stampa ha dato credito alle segnalazioni, ora confermate. È stato riconosciuto che ci sia stata manipolazione ed è stata aperta un’indagine penale. Ci troviamo in una situazione in cui sono stati annunciati un presidente, e un parlamento, senza che si sappia con affidabilità come sia stata distribuita la volontà popolare”.

– Il tribunale supremo elettorale ha sancito la vittoria di Alejandro Giammattei, del partito di centrodestra “Vamos”, per la massima carica dello Stato, con il 57 per cento delle preferenze, equivalente a 1.9 milioni di volti, dopo tre esperimenti con partiti diversi. Giammattei, promilitarista, accusato di aver partecipato a esecuzioni extragiudiziali, si installerà il 14 gennaio del 2020. Cosa ci dice questo risultato del paese attuale?
Il nostro è un paese ricco e meraviglioso, stracolmo di indigenti, analfabeti e disoccupati, senza nessun mezzo per cambiare la propria condizione. I giovani costituiscono più della metà dei guatemaltechi, ma questo segmento vitale per la società e l’economia sogna di migrare verso migliori prospettive, identificate negli Stati Uniti. Giammattei è stato patrocinato da un milionario, proprietario di Claro, una delle due società di telefonia che operano in Guatemala. Sandra Torres, al ballottaggio con Giammatei, è stata patrocinata da un altro milionario, proprietario di Tigo, la compagnia concorrente. Questo è uno scontro tra fortune di dubbia origine che mirano all’appalto del 4G su scala nazionale. Questo scampolo di narrazione locale accade in un mondo in cui Trump e Xi Jinping lottano per il controllo del 5G. Con questa elezione, il Guatemala rimarrà un paradiso per uomini d’affari senza scrupoli, funzionari corrotti, e criminalità”.

– Quali sono le ragioni della sconfitta di Sandra Torres? Al primo turno, la candidata del Partito dell’Unità e della Speranza (Une per la sigla in spagnolo) era in vantaggio. Molti analisti hanno parlato di un partito sovrasaturato di leader e di uno stile interpersonale della stessa Torres che non faciliterebbe i negoziati e i patti incrociati. Cosa ne pensa?
Sono stati resi pubblici gli audio di comunicazioni in cui Torres accettava un contributo non dichiarato di un milione di dollari per una precedente campagna. Questo non le ha impedito di competere, perché i processi intentati contro di lei non hanno portato a una condanna. Ha giocato a sfavore il fatto di essere al suo terzo tentativo consecutivo di conquistare la poltrona, con un accumulo di voto di rifiuto o di punizione, al quale vengono sottoposti molti personaggi con un surplus di visibilità. Pure Giammattei era alla sua terza prova, ma Torres era stata la first lady durante il mandato di Alvaro Colom, con un enorme potere reale nel governo della Une fra il 2008 e il 2012, al punto che si parlava del ‘governo della moglie’. Nel 2015, questo stesso meccanismo implicito ha catapultato il novellino Jimmy Morales alla presidenza, superandola. Nemmeno la rivelazione della condotta sessuale promiscua di Giammattei all’interno del suo stesso partito con giovani militanti, in un contesto religioso come il Guatemala, ha prodotto un esito differente”.

– Il contrasto alla Cicig tanto del vecchio presidente come del nuovo è nota. La commissione, tuttavia, ha esibito la trama fra l’apparato politico e la finanza elettorale, dove gli imprenditori e la criminalità organizzata pagano le campagne e poi ottengono contratti. La corruzione e il traffico di influenze incidono sull’alto tasso di povertà e ingovernabilità e la Cicig ha un robusto supporto civico. Potrebbe cambiare lo scenario?
La lotta contro la corruzione chapina (forma colloquiale per guatemalteca, ndr) ricorda l’Italia degli anni novanta con Mani Pulite. Nel nostro caso, la Cicig è stata incentivata dagli Stati Uniti e governi europei. L’ambasciata americana in Guatemala è un attore politico di rilievo, occupato finora dalla linea democratica. Senza il suo appoggio politico, finanziario, tecnico e di intelligence, la riuscita non sarebbe stata la stessa. Portare i sei imprenditori più influenti del paese in tribunale per aver finanziato illegalmente la campagna di Jimmy Morales nel 2015 non sarebbe stato viabile senza una benedizione papale, in questo caso, degli Stati Uniti. La residenza e l’apparato di sicurezza del commissario Iván Velásquez sono sempre stati sulla lista spese dell’ambasciata. La commissione ha svelato il vero volto di un impianto malavitoso e prevaricatore che assicura che nulla cambi, nonostante la chiamata alle urne ogni quattro anni: un sofisticato gattopardismo tropicale. Il rapporto delinquenziale tra i grandi imprenditori locali, la classe politica, i loro esecutori ai vertici delle istituzioni statali e dell’esercito, e reti criminali, è stato smascherato, toccando la figura del presidente della repubblica e la sua famiglia, coinvolti in illeciti che includono corruzione, narcotraffico e riciclaggio di denaro sporco. Non so se e come potrebbe cambiare lo scenario. Purtroppo, Trump è in cerca di consensi all’Onu, e in seno alla organizzazione degli stati americani, a puntello di decisioni azzardate e invise, da Israele al Venezuela, e ha trovato in Jimmy Morales (l’ambasciata guatemalteca è stata spostata da Tel Aviv a Gerusalemme in seguito alla decisione del presidente degli Stati Uniti, ndr) e in Aleandro Giammattei dei fidati vassalli. La Cicig è diventata materiale di scambio”.

– Giammattei ha concentrato la sua strategia elettorale sull’opposizione all’accordo migratorio firmato a Washington da Jimmy Morales che prevede l’accoglienza di migranti e richiedenti asilo da El Salvador e Honduras in transito verso gli Stati Uniti. Trump ha minacciato il Guatemala di imporre dazi sulle sue esportazioni, e tassare le rimesse che 1 milione e 500 mila guatemaltechi residenti negli Usa inviano al loro paese, e che costituiscono forse la misura più efficace contro la povertà. C’è un’uscita da questa spinosa questione?
La notizia della firma dell’accordo che rende il Guatemala un paese terzo sicuro è arrivata a una settimana dal primo turno. Giammattei aveva palesato di essere contrario. Come presidente eletto ha ricalibrato la sua posizione, dicendo che deve essere rinegoziato e ogni giorno che passa lo vediamo avvicinarsi alla linea di Washington. Dal 1954, il capitale statunitense determina la vita di questo paese. Con l’eccezione di Alfonso Portillo (la sua amministrazione si è svolta fra il 2000 e il 2004, ndr), tutti i governi hanno ridotto la politica estera guatemalteca a un tappetino per gli interessi americani. Per quanto si può vedere, Giammattei non sarà l’eccezione, poiché l’esercizio della sovranità ha un prezzo. Cuba e Venezuela sono due esempi di politiche repressive applicate a coloro che non si allineano”.

Che resta della ‘primavera chapina’ del 2015? Quel movimento sociale portò alle dimissioni dell’allora vice-presidente Roxana Baldetti, prima, e poi a quelle del presidente Otto Perez Molina. Quale ruolo può svolgere nell’immediato futuro del Guatemala il collettivo Justicia Ya, che nasce da quelle marce, con l’obiettivo della trasformazione politica del paese?
Le imponenti mobilitazioni degli anni ’60, ’70, ’80 e ’90 in Guatemala non hanno avuto replica nel secolo attuale. Dalla firma della pace nel 1996, la coesione sociale si è disarticolata e, con le dovute eccezioni, diluita in una miriade di Ong prese in ostaggio dal finanziamento di agenzie di cooperazione e sviluppo. Le manifestazioni del 2015 a Città del Guatemala, come nelle ‘primavere arabe’ del 2011, sono state avviate e alimentate dal ruolo dinamico dei social network, arrivando ad affollare la piazza principale della capitale, dove si affaccia il palazzo presidenziale, come non era successo in anni, sull’onda delle imputazioni lanciate dalla Cicig, per la prima volta nella storia, senza remore riguardo a cognomi altisonanti, status o relazioni. Sono stati creati collettivi, che hanno ricevuto risorse dall’ambasciata degli Stati Uniti e la comunità internazionale, e non hanno certo messo a repentaglio lo status quo. Col passare del tempo, l’euforia è scemata, ma possiamo dire che anche se l’azione non è stata sostenuta, ha finito per lasciare un segno. Poche settimane fa l’Università San Carlos è stata occupata da un gruppo di studentii per protestare contro la mancanza di trasparenza, le privatizzazioni che il rettore e il consiglio superiore intendono effettuare, e l’imposizione di decisioni che danneggiano l’utenza. Questi ragazzi sono il frutto di quel 2015 che ha forgiato la loro concezione dell’esercizio della cittadinanza. Non va nemmeno sottovalutato il fatto che in queste elezioni chi si è distinto come il candidato di estrema sinistra è una contadina maya: Thelma Cabrera del Movimento di Liberazione Popolare. Ha vinto in tre circoscrizioni e con il 10 per cento ha fatto il suo ingresso nel congresso della repubblica. Se le cinque proposte della sinistra avessero potuto convergere, ci sarebbe stata l’effettiva possibilità di affrontare Sandra Torres nel ballottaggio e ‘avrebbe cantato un altro gallo’, come diciamo al mio paese”.

Ritorno dal Guatemala

Una utile riflessione di Ruggero che non deve scoraggiare ma rinforzare la volontà di solidarietà con chi opera per il bene del Guatemala.

Buongiorno, il 10 settembre sono atterrato a Milano Malpensa con un volo proveniente da città del Guatemala dove ho trascorso pochi giorni (10) ma particolarmente ricchi di emozioni che brevemente vi racconto. Intanto vi dico che ho visto un paese molto pericoloso dove è aumentata sempre più la violenza tra le persone e, viene proprio da dire, che ci si ammazza per il gusto di farlo. Tutte le mattine, appena sveglio, sul telefonino mi collegavo a la Prensa Libre, il quotidiano più letto nel paese, e, sempre, le notizie erano racconti di violenze tra uomini, di uomini contro le donne e tante nei confronti dei bambini. Su tutte, tre mi hanno particolarmente colpito: l’uccisione in pieno giorno di un autista di un autobus cittadino che in una zona della capitale è stato ammazzato e scaraventato per strada mentre era alla guida. Una storiaccia di una mamma che fotografava la figlia di 5 anni vendendo le foto via internet ad una persona negli Stati Uniti, guadagnando 50 dollari. L’imboscata nei confronti di 4 militari in una zona del Paese ai confini con il Belize e l’Honduras, zona ricca di piantagioni di Palma Africana da cui si ricava l’olio usato nell’industria alimentare. Imboscata che ha provocato 3 morti e un ferito che si è salvato e ha potuto raccontare. Imboscata che ha causato una reazione immediata del governo del Guatemala con un coprifuoco, che non mi era mai capitato di vivere, in alcune regioni del paese compresa quella de El Progresso dove c’è il nostro progetto, il Comedor infantil, la nostra struttura. Coprifuoco che significa non poter fare nulla per 30 giorni una volta calato il sole, nemmeno ritrovarsi per strada in 3-4 persone per bersi una birra o fare quattro chiacchiere. Non è una bella sensazione e non si vive per niente bene in un contesto dove esci alla mattina ma non sai se ritornerai a casa alla sera. Questo è il Centro America, il Guatemala. Verrebbe da dire aggiungendo: ” di cosa ti stupisci?”. Gia![

Non commento anche se una certa idea me la sono fatta, per rispetto del paese che ci ospita in solidarietà da 20 anni, perché non conosco bene le dinamiche politiche e sociali e soprattutto perché sarebbe una mancanza di rispetto giudicare ciò che vedo andandoci solo un paio di volte all’anno per poche settimane. Certo è che non è il massimo e più mi informo, più vedo cose che non capisco e spaventano. Poi c’è la parte turistica del paese che accoglie, coccola e difende. Però questo è un altro capitolo che andrebbe analizzato. E’, ripeto, un paese sempre più complicato che ogni volta che ci vado mi sembra sempre peggio anche se ci sono realtà che ho incontrato e vogliono reagire, a fatica, riuscendoci. Il viaggio, per quanto riguarda i nostri progetti, è andato bene. Mi è servito passare del tempo con Alvaro, il nostro referente progettuale, per capire cosa si può fare per migliorare quello che stiamo facendo. Purtroppo è triste constatare che la salute non è una priorità per chi è povero ed essendo che spesso vivono alla giornata: “prima si mangia e poi quando ci ammaleremo…si vedrà. Va potenziato sicuramente il progetto del Sostegno a Distanza che coinvolge 40 tra bambine e bambini, 26 anziani e 7 giovani che frequentano il nostro Collegio aperto a gennaio di quest’anno. Sostenere a Distanza uno di questi bambini li aiuta veramente perché il denaro investito (200 euro all’anno) va a finanziare loro, che frequentano la struttura, per fornire educazione, cibo, intrattenimento e, in caso di necessità, cure sanitarie gratuite. Il sostegno degli anziani con il progetto “Bolsa Solidaria” che consiste nel fornire una volta al mese ad un anziano una borsa di alimenti, li aiuta nel diversificare ed integrare la loro alimentazione. Ricordiamo che in Guatemala gli anziani insieme ai bambini e alle donne sono una categoria del paese veramente fragile. E poi occorre potenziare l’Alojamento Santa Gertrudis e la piccola Tienda alimentare all’interno del Comedor Infantil. L’ Alojamento è 12 posti letto messi a disposizione dei viandanti che passano per lavoro o turismo dalle parti del Comedor Infantil. E’ sui vari motori di ricerca e sta, lentamente funzionando. Con 16 euro si dorme, con 3 euro si fa colazione e l’utile di cassa va a finanziare la struttura e le attività che in essa si svolgono. La piccola Tienda alimentare, un piccolo negozio, funziona perché la gente compra e, anche in questo caso, l’utile di cassa finanza il progetto. Poi c’è tutto il resto che è posti di lavoro, educazione, valori condivisi e la visione di un futuro per i bambini e gli anziani e le loro famiglie. Questo è e questo è ciò che mi porto a casa da un viaggio breve ma intenso di emozioni. Bisogna viaggiare per conoscere ed aprire la mente. Bisogna aver voglia di ascoltare ed osservare e soprattutto occorre cambiare rotta educandoci un po’ tutti alla solidarietà. C’è un gran bisogno di rimanere solidali perché non c’è alternativa e soprattutto ne vale la pena. Continuate a seguirci, se volete e potete.

Ruggero

Uccisa una operatrice pastorale impegnata per la difesa del creato

Suchitepéquez (Agenzia Fides) – Diana Isabel Hernández Juárez, insegnante di 35 anni e coordinatrice della Pastorale del Creato della parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe a Suchitepéquez (Guatemala) è stata assassinata. La notizia inviata a Fides attraverso i social media, arriva insieme al comunicato dell’Associazione “Mujeres Madre Tierra” che hanno condannato il fatto.
Secondo informazioni pervenute a Fides, l’insegnante, sabato 7 settembre scorso, stava partecipando ad un raduno per la Giornata della Bibbia presso la comunità Monte Gloria, quando è stata aggredita da due individui che le hanno sparato e poi sono fuggiti. Non sono serviti i soccorsi dell’Istituto Guatemalteco di Providenza Sociale a Tiquisate dove è stata portata, perché è deceduta a causa delle gravi ferite.
Diana Isabel Hernández Juárez era conosciuta nella zona perché aveva guidato diversi progetti come “l’orto familiare” e “vivai comunali”, e di riforestazione in più di 32 comunità rurali. L’Associazione Mujeres Madre Tierra e la comunità cattolica di Suchitepéquez hanno chiesto alle autorità di chiarire la vicenda e trovare al più presto i responsabili di questo terribile fatto.
(CE) (Agenzia Fides, 10/09/2019)

La dimensione fondamentale dell’invito

Relazione di Dario Boschetto che ha trascorso 4 settimane di volontariato in Guatemala nella comunità di San Antonio Ilotenango.

Ho avuto l’opportunità di prestare il mio servizio come educatore missionario in Guatemala, dal 29 luglio al 26 agosto 2019. Nulla di quello che sto per descrivere si sarebbe potuto verificare se, ormai tre anni fa, non avessi ricevuto l’invito al partire da parte di un signore canuto conosciuto quasi “per caso” durante una visita alla scuola di don Milani a Barbiana: Aldo Corradi.
 Tutto è iniziato con quell’invito al quale, dovendo declinare per impegni già presi, ho risposto con la richiesta di mantenermi aggiornato via email sulla situazione dei progetti in Guatemala. E’ stato così che per tre anni ho seguito l’evolversi delle varie vicende politiche, sociali e culturali guatemalteche.
Finalmente a Luglio ho potuto conoscere direttamente questa la realtà.
Potrei descrivere in lunghe pagine i colori, i profumi e la bellezza dei paesaggi che questo paese dona a larghe mani accogliendo ogni persona intenzionata a visitarlo. Potrei parlare dell’azzurro acceso di un cielo che non è velato dal forte inquinamento che noi europei ci siamo abituati a considerare come normale. Potrei parlare della ceiba, albero enorme e possente al centro della cosmogonia maya, che a volte non si riesce ad abbracciare se non si è almeno in sei/sette persone. Potrei parlare dei vestiti tradizionali coloratissimi, dei canti stonati in chiesa o della forte energia evocata durante cerimonie maya e messe cristiane celebrate nello stesso momento. Potrei parlare delle ricchezze delle rovine maya pronte per essere disotterrate.Di tante cose vorrei parlarvi, ma sono due le cose che voglio trasmettervi in queste righe: la bellezza degli incontri fatti e la necessità di creare una visione condivisa sul futuro.
Guide fondamentali per poter comprendere e decifrare la realtà che ogni giorno mi si presentava sono state padre Clemente Peneleu e Nicolasa Mendoza.
P. Clemente mi ha accompagnato all’incontro degli ultimi, nelle pieghe e nelle piaghe di una popolazione che ancora stenta a rialzarsi. Con lui ho potuto fare chiarezza sulla necessità di conoscere appieno le proprie radici, intese come cultura e spiritualità. Mi ha presentato a diversi gruppi e a molti leader sociali: dal gruppo della pastorale della salute (impegnato nella formazione sull’utilizzo di erbe e piante medicinali) al gruppo di giovani, a quello dei numerosissimi chierichetti fino al consiglio pastorale che si occupa, tra le altre cose, di politica etica. Ho conosciuto grazie a lui guide spirituali maya, altri sacerdoti e soprattutto anziani la cui saggezza scandita da lunghi silenzi mi hanno fatto riscoprire il valore dell’ascolto e dell’accoglienza.
Nicolasa mi ha invece guidato alla scoperta di alcune attività e al lavoro di coscientizzazione politica e sociale.
In tutto questo io non sono rimasto con le mani in mano! Assieme al gruppo di chierichetti è stato realizzato un murales collettivo sulla parete esterna della casa di p. Clemente. Dopo aver concordato insieme le attività, ci siamo messi contro la parete per disegnare le nostre sagome. Insieme abbiamo usato colori vivaci e tanta creatività per rendere la nostra sagoma unica ed originale. Ognuno ha scelto poi una parola che lo rappresentava e l’ha scritta sopra la sua sagoma. E così ora la viuzza è adornata da un lungo muro dove una quarantina di sagome colorate si danno la mano e dove la gente di passaggio può leggere parole come fratellanza, giustizia, pace, amore, uguaglianza, rispetto…
Visto che il gruppo non era mai andato in campeggio, ho lanciato la proposta di fare due giorni insieme in un parco naturale situato a 40 minuti di strada da San Antonio Ilotenango. L’adesione è stata immediata, la voglia di impegnarsi e crescere insieme nelle attività proposte è stata elettrizzante. E così abbiamo passato due bellissime giornate a mettere in pratica attraverso attività esperienziali i concetti di collaborazione, rispetto, responsabilità, libertà nella scelta e…coraggio affrontando metaforicamente le nostre paure con una camminata nel bosco di notte senza luci, per poi consegnarle alla luce di un fuoco acceso sotto una stellata incantevole.
Sono stati fatti poi incontri di scambio e formazione sia per i giovani di San Antonio che per gli studenti della Scuola Mista Interculturale Bilingue di Chel, nelle montagne a nord.
Non è stato sempre facile, ma sicuramente ne è valsa la pena. Grave rimane la situazione di miseria (non la si può definire povertà) in cui sono costrette a sopravvivere le persone. Altissimo il livello di violenza testimoniato e vissuto ogni giornata. Disastrosa la condizione delle infrastrutture. Povera e corrotta la mentalità politica. Il Guatemala (o almeno quello che io ho potuto conoscere) sembra soffrire di amnesia e forte miopia. Se l’amnesia sembra aver già cancellato l’esperienza dolorosissima della guerra civile, la miopia non permette di avere una visione sul futuro. Ognuno quindi sembra provare a salvarsi da solo, svendendo e svendendosi. Sono pochissime le scintille di speranza di cambiamento di cui posso dare testimonianza. Però ci sono, e per questo ne vale la pena.
Credo fondamentale investire energie e risorse in progetti che permettano da una parte di coscientizzare le persone (portare a coscienza) capacitandole alla creazione e realizzazione di un progetto sociale e politico condiviso. Punti fondamentali riguardano l’educazione a pensare e l’onestà dell’attività politica. Inoltre bisognerebbe studiare e realizzare porgetti di micro-credito per far partire piccole realtà di commercio che permettano il sostentamento reciproco della comunità. Tutto questo però deve essere monitorato; non come forma di controllo, ma come forma di gestione per capire quali interventi funzionano e quali invece no, tenendo traccia dei risultati con il fine di un continuo miglioramento.
Sono grato per questa esperienza, partita tutta da un invito. Ho messo a disposizione le mie competenze con delle Sorelle e dei Fratelli che hanno voglia di crescere insieme, e che hanno una bellezza straordinaria pronta per essere condivisa con i prossimi ospiti.
Un abbraccio di cuore,
Dario
metamorfosi di un muro

Guatemala. Vince Giammattei e gioca la carta «migrazione»


Articolo tratto dal quotidiano “Avvenire” 
Lucia Capuzzi martedì 13 agosto 2019
Al ballottaggio, il leader conservatore ha staccato di 16 punti la rivale, Sandra Torres. Il neo-eletto ha criticato l’accordo con Trump che consente agli Usa di inviare nel Paese i richiedenti asilo
Il presidente eletto, Alejandro Giammattei, 63 anni, Ansa

Il presidente eletto, Alejandro Giammattei, 63 anni, Ansa

Buona la quarta. Dopo averci provato nel 2007, 2011 e 2015, domenica, Alejandro Giammattei si è aggiudicato la presidenza guatemalteca con oltre 16 punti di stacco dalla rivale, Sandra Torres. Un risultato, in parte, annunciato dai sondaggi. Al primo turno, il 16 giugno, Torres, ex first lady tra il 2008 e il 2012, era stata la più votata. Al ballottaggio, invece, s’è fermata al 41,8 per cento contro il 58 per cento dello sfidante conservatore. L’autentico vincitore della consultazione è stato, però, l’astensione – a quota 42 per cento –: un segno eloquente della sfiducia dei cittadini nei confronti della classe politica, scredita da una raffica di scandali di corruzione. Nel 2015, le proteste di massa costrinsero alle dimissioni l’allora capo dello Stato, Otto Pérez Molina, e la vice, Roxana Baldetti, entrambi in cella per un giro di mazzette milionario. La “primavera dello scontento guatemalteca”, come è stata soprannominata, ha portato al trionfo dell’ex comico Jimmy Morales, presentatosi come “uomo nuovo” ed elemento di rottura rispetto all’establishment tradizionale. Quattro anni dopo, però, l’ex attore è il leader latinoamericano con minor popolarità, dopo il venezuelano Nicolás Maduro. I sospetti di tangenti sulla sua famiglia, l’insuccesso nella lotta alla povertà e alla violenza, e da ultimo, il controverso accordo migratorio firmato con gli Usa lo scorso 27 luglio, ne hanno minato il consenso.
Un’eredità “avvelenata” per Giammattei, politicamente vicino al predecessore. Il momento, oltretutto, è fondamentale. Nel piccolo Guatemala, Washington sta giocando una partita cruciale in vista della prossima corsa alla Casa Bianca. Insieme terra d’esodo e crocevia obbligato per i centroamericani in rotta verso l’El Dorado Usa, il Paese è strategico per il progetto trumpiano di chiusura della frontiera Sud, cavallo di battaglia delle presidenziali 2020. L’intesa, siglata in tutta fretta, senza fornire dettagli e nonostante l’opposizione della Corte costituzionale, attribuisce al Guatemala – pur senza dirlo esplicitamente – lo status di “nazione terza sicura”. E, per tale ragione, là gli Stati Uniti invieranno i richiedenti asilo salvadoregni e honduregni che ne abbiano attraversato il territorio. Cioè quasi tutti. Il patto rischia di avere un effetto dirompente per il Guatemala, il Paese più povero d’America dopo Haiti e Nicaragua. Nonché luogo d’emigrazione per centinaia di migliaia di persone: solo negli ultimi sei mesi, in 235mila – l’1,5 per cento della popolazione – sono stati fermati mentre cercavano di entrare irregolarmente negli Usa. In campagna elettorale, Giammettei aveva criticato l’accordo Morales-Trump, per altro senza troppa convinzione.
Dopo la vittoria, ha espresso la «speranza di poter apportare dei cambiamenti all’intesa» per «migliorarlo». Il presidente eletto, in ogni caso, entrerà in carica a gennaio. Nel frattempo, Trump non cederà facilmente: aveva già minacciato di imporre tariffe alle esportazioni e alle rimesse, strangolando un’economia già fragile. Altra questione che travalica i confini nazionali è quella della lotta a corruzione a impunità, condotta negli ultimi 12 anni in collaborazione l’Onu tramite un’apposita Commissione (Cicig). A gennaio, il leader uscente ha deciso di non rinnovarne il mandato, dopo che l’organismo aveva iniziato a indagare per finanziamento illecito alcuni suoi familiari. Il successore – che in campagna ha promesso pugno di ferro contro il crimine ed è arrivato a proporre il ritorno alla pena di morte – non è intenzionato a cambiare strada.

Elezioni. La Chiesa esorta a un “voto responsabile”

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – “Voglio invitarvi tutti, dopo aver compiuto un giudizio assennato, a scegliere di votare, ad assumere responsabilmente un dovere da cittadini e da cristiani”: lo afferma l’arcivescovo del Guatemala, Mons. Raul Antonio Martinez, nel messaggio invitato la popolazione , e recapitato all’Agenzia Fides, in vista delle elezioni che si tengono domenica 16 giugno. Il Guatemala terrà elezioni generali per eleggere il presidente, il vicepresidente, 160 deputati al Congresso, 20 al Parlamento centroamericano e 340 dirigenti comunali per il periodo 2020-2024.
Mons. Martinez ha detto che i guatemaltechi devono decidere di votare, compiendo il proprio dovere civico, scegliendo il candidato “che credono sia un po’ il migliore”, e che non devono rimanere a casa. “Non saprò come hai deciso di votare, ma dobbiamo assumerci il dovere che responsabilità di ogni cittadino e cristiano”, ha detto il presule. E ha insistito: “Si decide il futuro della nostra nazione, quindi, bisogna osservare le opere dei candidati da scegliere”. “Andiamo alle urne, esprimiamo un dovere civico, ma non disertiamo perché questo significherebbe che non ci interessa il futuro della nazione, della vita, della nostra famiglia e degli altri”, ha avvertito.
In Guatemala sono più di 8 milioni di cittadini abilitati al voto. Secondo sondaggi pubblicati sulla stampa locale, quasi il 50% della popolazione non ha ben chiaro per chi votare, e lo scenario è piuttosto incerto.
La Chiesa cattolica aveva esortato la comunità nazionale attraverso un documento dei vescovi (Vedi Fides 3/05/2019) che diceva: “Urge essere attenti all’idoneità morale e alla capacità politica dei candidati, per evitare che persone con i vecchi vizi della politica o mosse da interessi personali siano elette, soprattutto quelle sospettate di coinvolgimento nella corruzione o nel narcotraffico. E’ necessario che i candidati manifestino con le loro azioni credibilità, coerenza di vita e impegno per il loro popolo”.
(CE) (Agenzia Fides, 15/06/2019)

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