MENCHÚ: SPERO SEMPRE DI POTER PERDONARE

da "Avvenire" 7 giugno 2016
Intervista di Lucia Capuzzi

«Nella cultura maya, il coraggioso deve chiedere perdono 400 volte al giorno. Per il male consapevole e per quello fatto senza saperlo. La persona di valore, inoltre, deve dire grazie 400 volte al giorno. Per i doni che sa di aver ricevuto e per quelli, immensi, di cui non si rende conto». Nel caso di Rigoberta Menchú Tum l’esercizio non è stato vano. «Perdono» e «grazie» sono le luci-guida nella vita di questa guatemalteca nata 57 anni fa a Chimel, remoto villaggio ancora senza acqua né luce, e insignita del Nobel per la pace, nel 1992. Aveva 16 anni quando dovette fuggire, a piedi, dalla guerra civile nel vicino Chiapas. Tremante, l’adolescente indigena accettò l’incarico del vescovo Samuel Ruiz di raccontare al resto della Chiesa messicana il dramma dei nativi guatemaltechi, vittime di un genocidio da parte dell’esercito. Quel giorno, Rigoberta scoprì nella parola la sua forza. E con la parola cominciò a combattere, senz’armi, la dittatura, contribuendo a sconfiggerla. Menchú partecipò alla stesura degli accordi di pace, nel 1996. Ora l’ex contadina di Chimel continua a lottare: per la difesa dell’ambiente, per la dignità dei popoli indios, per l’educazione, per la giustizia. «La pace non è la firma su un trattato. È una scelta quotidiana. Ognuno può fare la differenza», ha affermato la Nobel alla conferenza tenuta all’Università Cattolica di Milano, insieme al docente Dante Liano. Nell’occasione, il dipartimento di Scienze linguistiche e Letterature straniere della Cattolica ha annunciato un contributo alla Fondazione Menchú per aiutare le giovani maya negli studi universitari.

Una delle grandi sfide che la vede in prima linea è quella per la cura della casa comune. Perché le sta tanto a cuore?

Siamo terra: è lei a darci il necessario per vivere. Siamo acqua: di liquido è fatto il 90 per cento delle nostre cellule. Siamo cosmo: secondo la tradizione maya, una donna resta incinta quando il suo utero è allineato con la luna e terra. Recuperare la consapevolezza di chi siamo e per che cosa Dio ci ha creato, ci aiuta a comprendere che siamo legati e complementari. Abbiamo necessità gli uni degli altri per andare avanti. Ognuno nasce con una missione sociale. L’educazione deve ricordarcelo e guidarci verso una “vita piena”, in armonia con la natura, Dio e i fratelli. È altro rispetto alla “bella vita”, in cui il denaro è la misura di tutte le cose. E l’ambiente è una “risorsa” da sfruttare, comprare e vendere. Per questo, sono rimasta molto colpita dall’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. È un messaggio di grande saggezza perché non si basa su teorie astratte ma su un’analisi profonda della realtà.

Che cosa ha significato per lei, maya, la richiesta di perdono di Francesco ai popoli indigeni formulata in Chiapas?

È stato un gesto di grande coraggio. E di vera umiltà. Il Papa, però, non si limita alle parole. Ogni suo atto è un omaggio alla dignità umana.

L’esercito ha sterminato la sua famiglia. È riuscita a perdonare?

Nessuno mi ha mai chiesto perdono. Mi sarebbe piaciuto poterlo concedere ma i colpevoli, ancora, rifiutano di sentirsi responsabili. A 30 anni dagli accordi di pace, però, il Guatemala ha compiuto cruciali passi avanti nel recupero della verità e della giustizia. Oltre 20 militari d’alto grado sono stati condannati per il genocidio. L’anno scorso, un tribunale ha finalmente riconosciuto che mio padre, Vicente, non era un guerrigliero. Lo bruciarono vivo, dentro l’ambasciata spagnola, per il suo impegno di dirigente contadino e catechista. Tali traguardi sono il risultato di una lunga lotta pacifica compiuta insieme a tanti che ora non ci sono più. Come il vescovo Juan Gerardi.

Lei fu uno dei 12 guatemaltechi a ricevere dalle mani del pastore le prime copie del rapporto “Nunca más” sugli orrori di 36 anni (1960-1996) di guerra. Ho conosciuto monsignor Gerardi quando, costretto all’esilio, continuava a denunciare all’Onu le atrocità del Guatemala. Ammiravo quell’uomo umile e testardo. Non avrei mai pensato che ci saremmo trovati a lavorare insieme. Fu grazie a monsignor Gerardi se abbiamo potuto dare un nome ai troppi morti sepolti nelle fosse comuni, se tanti massacri sono arrivati in tribunale. Sapeva di rischiare tanto. Ma non aveva paura. Me lo disse quel 24 aprile 1998, quando mi consegnò il Nunca Más. Non lo vidi più. Due giorni dopo, lo assassinarono.

In America Latina non ci sono più dittature ma la violenza continua in altre forme. Lei, dopo aver vissuto tanto dolore, è ottimista sul futuro?

Chiunque, come me, abbia dedicato la vita a lottare contro l’impunità e l’ingiustizia, ha il dovere di essere ottimista. Oggi e sempre. Il passato non si può cambiare. Possiamo, però, impedire che si ripeta. Costruendo un futuro più umano per quanti verranno. È questo il nostro impegno di uomini e donne. E, ne sono convinta, ne vale la pena.

© riproduzione riservata

Gli Accordi di Pace a 20 anni dalla firma

L’Associazione APASCI ha raccolto e tradotto una attenta riflessione di Micaela Zamora, Directora CEMOC sugli Accordi di Pace in Guatemala firmati 20 anni fa.

La convinzione che stava alla base dell’inizio del processo di pace in Guatemala era: “senza pace non c’è stabilità, senza stabilità non c’è democrazia e in definitiva non c’è sviluppo”. Sul tavolo dei negoziati fra l’URNG (Unità Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca) e il Governo del Guatemala, con l’appoggio della Comunità Internazionale e della Chiesa Cattolica, si definirono cinque aree tematiche importanti:

  • Riforma Agraria
  • Diritti del Lavoro
  • Diritti dei Popoli indigeni
  • Riforma dell’Educazione
  • Trasformazione dello Stato

Queste aree tematiche danno l’idea del punto di partenza su cui, in un ventaglio di 14 accordi, si sono costruiti tutti gli accordi di pace fino ad arrivare all’accordo definitivo e duraturo firmato il 29 dicembre 1996.

36 anni di conflitto armato in Guatemala, che durante il decennio degli anni ’80, insieme ai conflitti in Salvador e in Nicaragua fu chiamato “crisi internazionale” perché era un problema, un pericolo latente per la pace mondiale, che doveva essere evitato e che si definiva in quei momenti come so­ciale, strutturale e di assenza di un sistema democratico di governo. Il processo di Pace in Guatemala durò13 anni e gli incontri furono ospitati nei paesi di Panama, Messico, Columbia e Venezuela. La prima riunione si tenne il 9 gennaio 1983 nell’isola di Contadora in Panama e fu denominata riunione di Contadora e Caraballeda; la seconda riunione si svolse in Venezuela il 12 gennaio 1984. Questi due incontri furono indispensabili per preparare la via alle successive riunioni, realizzate in Centro America, dove si portarono a termine quelli denominati Esquipulas I e II che portarono alla firma dell’accordo Esquipulas II il 7 agosto 1985, che diede inizio ai dialoghi successivi durati circa 8 o 9 anni per arrivare finalmente alla firma della Pace.

La speranza e l’illusione con cui questi accordi si realizzarono furono le basi per il cambiamento necessario tanto sperato; è stato deludente scontrarsi invece con la realtà di tutti i governi che da allora si sono succeduti che non hanno dato la dovuta importanza agli accordi di Pace o non ne han­no tenuto conto e si sono trovati completamente (o volontariamente) impreparati a dare loro appli­cazione. Questi accordi non solo devono essere messi in pratica ma devono diventare i principi fondamentali su cui costruire un nuovo processo costituente e lo sarà solo quando il popolo si alzerà di nuovo e lo pretenderà…. L’illusione è grande!

La conclusione intima, razionale e vera per organizzazioni come l’Associazione Centro Monte Cristo, è triste. Dopo uno studio e una ricerca cosciente e conseguente di tutto ciò che è in relazione agli Accordi di Pace, dopo aver raccolto documenti, realizzato commenti relativamente agli stessi, possiamo dire che i processi di avanzamento per la realizzazione degli Accordi sono nulli, e di più, ci sono grandi passi indietro in tutti gli aspetti e i settori della giustizia, della sicurezza, dei diritti umani, dei diritti dei popoli indigeni, della salute, dell’educazione.

Poiché non si è tenuta in considerazione l’importanza che hanno, sono stati dimenticati e quasi mai menzionati e ciò, nonostante esistano due enti creati specificamente per vegliare sulla loro at­tuazione: il Consiglio Nazionale per l’attuazione degli Accordi di Pace e la Segreteria della Pace (SEPAZ). Attualmente non esiste alcuna agenda per la celebrazione del 20° anniversario della firma degli Accordi di Pace. Per il 19° anniver­sario non c’è stato che un atto di protocollo perché il Presidente provvisorio Alejandro Maldonado non ebbe tempo per ricordare gli accordi; i problemi della politica nazionale di quel momento (periodo di elezioni e la rinuncia dell’ex presidente e della ex vice presidente) non gli permisero di occuparsi dell’anniversario. Durante il governo dell’ex presidente Otto Perez Molina e della ex vice presidente Roxana Baldetti, entrambi attualmente in carcere, si deteriorò la situazione dello Stato Guatemalteco e gli accordi di pace nella loro totalità, secondo alcuni analisti politici, sono stati completamente dimenticati.

L’attuale presidente eletto Jimmy Morales e il suo governo hanno il grande compito di dare risposte alle domande che la società civi­le ha posto con costanti manifestazioni nella piazza centrale della capitale negli ultimi 5 mesi, richieste che già erano incluse negli accordi di pace. Sarebbe molto opportuno che il Governo riprenda a perseguire il compimento degli accordi di pace perché già questi contengono le Riforme di cui necessita il Guatemala per realizzare un vero e autentico stato di diritto.

Il Guatemala si è deteriorato negli ultimi 4 anni: più che mai la povertà, l’estrema povertà e la miseria sono aumentate al punto che ci sono cittadini guatemaltechi, nostri fratelli, che giorno dopo giorno muoiono di fame difronte all’indifferenza di molti che non dicono o fanno poco, e gli sforzi di quelli che fanno qualcosa producono pochi risultati significativi.