La denutrizione colpisce la metà dei bambini con meno di 5 anni

(13/2/2018 Agenzia Fides)

Quetzaltenango – Il fenomeno della denutrizione infantile continua ad essere tra le principali emergenze che affliggono il Guatemala. Gli ultimi dati, appena pubblicati, registrano che nel 2017 l’80% delle morti tra i più piccoli prima di aver compiuto i 2 anni di vita, è stata causata della denutrizione acuta. Nonostante i programmi adottati dal governo e da altre istituzioni locali, al 23 dicembre del 2017 sono morti 111 bambini guatemaltechi a causa della mancanza di generi alimentari. Ventana de los Mil Días è uno di questi programmi, voluti dal governo del Partito Patriota, denominato così proprio perché mille sono i giorni più importanti per la sopravvivenza di un bambino a partire dai 270 di gestazione media più altri 730 di vita dopo la nascita.
Nel 2017 nel Paese erano registrati 2 milioni 737 mila bambini tra 0 e 5 anni, secondo l’Indice demografico dell’Istituto Nazionale di Statistica, e il gruppo di minori colpiti da denutrizione acuta era dello 0.7%, secondo lo Studio sulla Salute Materno Infantile. Dai dati registrati emerge che 19 mila 160 bambini fossero in quelle condizioni, tuttavia il numero calcolato dalla Segreteria sulla Sicurezza Alimentare e Nutrizionale (Sesán) e il Ministero della Sanità registrano 12 mila 281 casi, un “calo” sia pure lieve, rispetto ai 13 mila 418 bambini colpiti nel 2016.
Per far fronte al fenomeno, Caritas Guatemala ha in corso dal 2015 il progetto “Ridurre la denutrizione infantile in quattro municipi di Quetzaltenango e Sololá” del quale beneficiano 1075 famiglie. Tra gli obiettivi specifici sono previsti l’aumento del consumo calorico proteico e di generi alimentari di alto valore nutrizionale in bambini, donne che allattano, incinte e in età fertile, oltre alla riduzione dell’incidenza di malattie prevalenti come diarrea e malattie respiratorie in minori di cinque anni.
In Guatemala il 46.5% dei bambini con meno di 5 anni soffre di denutrizione. Secondo la proiezione demografica, un milione 272 mila bambini sono condannati a non raggiungere il loro potenziale fisico e intellettuale.

Dall’esempio dei martiri il coraggio della conversione

Agenzia Fides 13/02/2018

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – Preoccupazione ma anche speranza, nel messaggio quaresimale della Conferenza episcopale guatemalteca (CEG) divulgato al termine dell’assemblea annuale. L’ “aperta criminalità”, che “si estende come un’epidemia in un numero sempre maggiore di zone del paese”, semina il terrore tra gli abitanti e condanna tanti piccoli imprenditori e commercianti a dover pagare il pizzo o abbandonare l’attività. La “corruzione generalizzata” nei settori della politica e della società vincolati al crimine sono le “dinamiche perverse” che preoccupano i Vescovi poichè portano il Paese a vagare angosciosamente “senza rotta”.
“Fino a quando nell’anima mia proverò affanni, tristezza nel cuore ogni momento?” ripetono col salmista (Salmo 13,3). Tuttavia la Quaresima, “tempo di conversione del cuore verso il progetto del Regno annunciato da Gesù, è senza dubbio un kairós, un tempo favorevole”, che i Pastori invitano a vivere con intensità, facendosi guidare dal salmo 15.
Sono anzitutto quanti hanno responsabilità pubblica di vario genere – anche se nessuno è escluso –, ad essere “chiamati a vivere rettamente o a risponderne se non lo fanno”. “Siamo tutti chiamati ad annunciare la verità e ad amarla” sottolineano. Come rimedio ai mali del Paese, invitano ad essere “testimoni della verità” seguendo l’esempio dei compatrioti che “hanno sofferto persecuzioni, torture e persino la morte per la loro fedeltà a Gesù Cristo”. E citano i martiri de El Quiché, il Servo di Dio don Hermógenes López, Mons. Juan Gerardi – assassinato dopo la pubblicazione del dossier “Guatemala, Nunca mas” sulla violazione dei diritti umani durante la dittatura militare – e il Beato Stanley Rother, oltre a tanti uomini e donne “sconosciuti o quasi, che hanno fecondato con la loro fedeltà la terra guatemalteca”, che definiscono “terra di martiri”.
Il consolidamento dell’impegno per la giustizia e la solidarietà, il Congresso Missionario nazionale di novembre e la preparazione alla GMG di Panama sono mete e percorsi sui quali i Vescovi desiderano che la Chiesa in Guatemala si concentri, insieme al lavoro di “rinnovamento”, affichè le parrocchie diventino sempre più “comunità misericordiose e samaritane”. Prima di affidare tutti alla Madonna del Rosario, patrona del Guatemala, la CEG rende grazie a Dio per “tanta gente buona che lotta e si sforza, in mezzo ad afflizioni ed angustie, di far progredire la propria famiglia, di aiutare la sua comunità, e di offire una testimonianza di fede e di amore al prossimo”.
“Il nostro popolo – affermano i Vescovi – possiede evidentemente una fede che sostiene la sua etica e le sue conseguenti decisioni per il bene”. Non manca un ringraziamento per “tanti progetti missionari e di evangelizzazione che ci aiutano ad essere sempre di più una Chiesa in uscita”.

Il Guatemala … e noi

Relazione sul viaggio dall’11 al 22 febbraio 2018

 

Santiago---foto-gruppo

Ecco una breve relazione (incompleta) sul recente viaggio in Guatemala al quale ho partecipato insieme ad altri 5 amici/che (don Luigi, Zeno, Costantino, Teresa, Agnese). Siamo partiti il giorno 11 e rientrati in Italia la sera del 23 febbraio dopo un volo durato complessivamente 17 ore. Per me e don Luigi era la terza volta, per Agnese la prima, per gli altri la seconda. Scopo principale del viaggio era soprattutto quello di rinsaldare la lunga amicizia (20 anni) con gli amici e amiche che conosciamo ed operano in Guatemala nei progetti ai quali anche noi abbiamo nel tempo collaborato e tuttora ci coinvolgono personalmente e come parrocchia di San Zeno di Colognola ai Colli. Progetti che riguardano il miglioramento delle condizioni di vita in popolazioni impoverite da un sistema neoliberale che violentemente in forme diverse negli anni passati e tuttora costringono alla marginalità molte popolazioni (soprattutto indigene). Ricordo a tal proposito che il 50% dei bambini (molti di più tra gli indigeni) è denutrito e la scolarizzazione è a livelli ancora molto bassi. Elevato è anche il numero degli abbandoni scolastici.

Arrivati all’aeroporto di Città del Guatemala siamo stati accolti da Hugo Garrido che ci ha accompagnati con la sua grande auto per quasi tutto il viaggio tranne i 3 giorni trascorsi con p. Clemente nel Quiché. Hugo è un socio dell’Associazione no profit CIEDEG della quale fanno parte movimenti religiosi e organizzazioni sociali impegnate per una politica ispirata ai valori cristiani promuovendo un’economia di giustizia nei settori più emarginati. Una persona (Hugo) molto sensibile con la quale si è stabilita una bella amicizia fin da subito.

Il secondo giorno abbiamo abbracciato p. Clemente Peneleu Navichoc e Nicolasa Mendoza con i quali siamo rimasti fino al giorno 17 e che abbiamo poi rivisto a Città del Guatemala il 22 prima del ritorno in Italia. A Santiago Atitlan e nel vicino San Lucas Toliman ci hanno fatto incontrare con alcuni bambini/e, ragazzi/e che frequentano le iniziative inserite nel progetto “La Laguna” coordinatrice del quale è Nicolasa. In particolare a Santiago abbiamo visitato la sede dove si svolgono le lezioni dell’iniziativa denominata “Oxlajuj Na´oj” che significa “tredici pensieri”. Nella cosmovisione maya questo termine indica la “pienezza del sapere e dell’essere”. Sono 40 le persone maggiorenni (25 uomini e 15 donne) che frequentano il centro nel fine settimana per diventare leader di comunità emarginate (in particolare del popolo maya). E’ un ciclo di studi con varie materie ad indirizzo scientifico e sociologico che può durare un anno (primario) o due anni (basico). Al termine del primo anno viene rilasciato un attestato riconosciuto legalmente che facilita l’accesso a istituzioni pubbliche o non governative impegnate nella promozione dei diritti umani e della valorizzazione della cultura maya. Al termine del secondo anno un diploma – riconosciuto da una università del Belize – consente l’accesso a qualsiasi facoltà universitaria. E’ un progetto molto importante perché colma le lacune di un sistema formativo pubblico che tende ad emarginare e ad omologare la cultura. Sempre lì si riuniscono anche ragazzi e ragazze che per situazioni familiari difficili o di altro genere sono stati costretti ad interrompere la formazione scolastica primaria (per noi scuole elementari). A questi ragazzi si dà la possibilità di apprendere le tecniche della pittura acrilica su tela. Questi dipinti sono stati esposti in una mostra ed alcuni sono stati venduti. L’iniziativa è molto utile perché molti ragazzini e ragazzine in ozio finirebbero sulla strada facile preda di bande e di malfattori che purtroppo sono molto diffuse. Con il progetto “La Laguna” contribuiamo al pagamento dell’affitto dei locali e degli istruttori.

Sempre nei pressi di Santiago abbiamo visitato il nuovo villaggio ricostruito (anche con il nostro contributo) su terreno più sicuro dopo che una frana provocata dall’uragano Stan nel 2005 aveva travolto la località di Panabaj provocando oltre 1000 morti. In una di questa casette 5 ragazzi con l’aiuto di Juan e di un ex allievo ora insegnante sviluppano le loro capacità artistiche e realizzano dipinti che poi vendono nei negozi o mercati. Ciò è reso possibile anche con il contributo che noi forniamo al progetto Laguna.

L’iniziativa più emozionante è stata quella che abbiamo visitato nella vicina località di San Lucas Toliman. In un ex garage ridipinto siamo stati accolti dal sorriso di una decina di bambini/e e ragazzini con evidenti disabilità fisiche e mentali. Una insegnante ci spiega che sono solo alcuni dei 38 che ospita lì dalle 8,30 alle 12,30 di tutti i giorni feriali perché non ci sono altre strutture pubbliche di accoglienza per queste persone. Qui le 2 insegnanti volontarie (non sappiamo se hanno una abilitazione specifica riconosciuta) cercano di sviluppare le capacità dei ragazzi nella realizzazione di disegni e piccoli oggetti di bigiotteria. Ci sono molte richieste da parte di tante altre famiglie ma non possono accoglierle per mancanza di risorse e spazi molto limitati. Avrebbero grande bisogno di almeno una psicologa ma non hanno la possibilità di pagarla. Parte del contributo per La Laguna va anche a questa iniziativa.

Non abbiamo avuto il tempo di visitare un’altra struttura (sempre del progetto Laguna) che accoglie ragazzi/e ciechi i quali con l’aiuto di Juan praticano una tecnica che permette loro di realizzare dipinti contribuendo in modo significativo alla crescita della loro autostima, fondamentale nella loro situazione.

Quella stessa sera abbiamo cenato con mons. Rosolino vescovo del Quiché (e quindi di p. Clemente), accolti con cordialità nel vescovado. Ci ha fornito una panoramica della situazione della realtà guatemalteca che è fatta di luci ed ombre. La piaga più dolorosa – ci ha detto – è la grande corruzione che investe tutti i settori della vita pubblica e non lascia spazio alle politiche sociali. La risorsa più rilevante per l’economia del paese sono le rimesse degli emigrati soprattutto negli Stati Uniti (circa 2 milioni le stime ufficiali) che ora sono nel mirino minaccioso della egoistica politica del presidente USA Trump.

Nei giorni seguenti abbiamo condiviso a San Antonio Ilotenango con p. Clemente gli incontri con la sua gente: donne, bambini, anziani quasi tutti indigeni. Tante donne, tantissimi bambini. Abbiamo partecipato alle celebrazioni religiose molto vivaci e partecipate del mercoledì delle Ceneri e del primo venerdì di Quaresima. Ci siamo immersi nel loro ambiente, abbiamo camminato con loro durante la loro Via Crucis in un villaggio sperduto sulla montagna e abbiamo constatato quanto profonda sia la loro religiosità, l’ospitalità e l’affetto verso di noi. Quanta povertà, ma quanta umanità in queste persone che portano evidenti i segni dell’emarginazione. Veramente ci ha fatto tanto bene! Ci ha fatto tanto bene cogliere l’energia e la voglia di riscatto. Molte volte non potevamo capire il loro linguaggio ma ci siamo intesi bene perché – come abbiamo detto loro – “l’idioma del cuore è comprensibile a tutti, non ha confini e solo il nostro egoismo e razzismo può creare le barriere per renderlo incomprensibile”. Bellissimi gli incontri con la Giunta parrocchiale che si compone di 30 persone (uomini e donne) provenienti dai 15 villaggi che p. Clemente (unico prete) visita mediamente una volta al mese.

Altra bella realtà che abbiamo conosciuto a San Antonio è quella dell’associazione delle donne indigene che praticano la “medicina naturale” curando efficacemente varie malattie con ricavati di erbe, fiori, piante riscoprendo e valorizzando saperi antichi tramandati dalle autorità ancestrali maya. Sono una trentina e riescono anche a vendere alcuni loro prodotti. Con il ricavato contribuiscono alla crescita, alla ricerca e a mantenere i rapporti di scambio con altri gruppi analoghi presenti in altre località del Guatemala. Il calore umano manifestato nei nostri confronti ci ha commosso. Padre Clemente ci ha poi mostrato la piccola biblioteca che rimane aperta tutti i giorni tranne il mercoledì. La responsabile (signora Lucia) è anche la segretaria di p. Clemente quando egli è assente dalla parrocchia. Inoltre insegna nel progetto di “Educazione alimentare” frequentato nel fine settimana da 41 giovani di ambo i sessi: molto importante perché finalizzato a promuovere una alimentazione sana molto variegata. Molti problemi sanitari sono infatti collegati a una dieta caratterizzata quasi esclusivamente da frutta tropicale, mais, fagioli, un po’ di riso e qualche pezzo di pollo: molto diffusa sia per tradizione che per condizioni di povertà.

Sabato 17 siamo stati accolti e calorosamente ospitati dalla famiglia di Micaela e Mario Cardenas, presidente e uno dei fondatori della cooperativa Kato-ki (che significa “Aiutiamoci”).

Una bellissima realtà del Guatemala dal 1972 fino ad oggi che ha promosso molte iniziative nel campo dell’istruzione, dell’alimentazione, della salute, dell’agricoltura biologica, dell’educazione civica, ecc. La costruzione del “Centro Monte Cristo” è il fiore all’occhiello che abbiamo visitato dopo il pranzo con loro. E’ un Centro che accoglie tutti i giorni 150 bambini e ragazzi per la colazione. Di questi, 85 si fermano anche per il pranzo perché frequentano i vari corsi professionali nei settori dell’agricoltura, dell’elettricità, della falegnameria, del cucito, della meccanica. Particolare attenzione viene riservata alla formazione di cittadini consapevoli dei propri diritti e della loro storia anche recente. Molti servizi interni della struttura sono gestiti direttamente dagli ospiti. Micaela è un vulcano di energia positiva che ci ha piacevolmente contagiati.

Poi gli ultimi giorni ci siamo recati nella zona del grande lago Izabal, abbiamo percorso in barca la foresta tropicale del Rio Dulce che collega il lago con l’oceano Atlantico e immersi un po’ nella realtà della popolazione nera di cultura garifuna. Un mondo tutto particolare che richiama l’ambiente e il clima dei villaggi africani dai quali provenivano i nonni o i bisnonni degli attuali abitanti. Si stabilirono qui per sfuggire alla schiavitù dei coloni bianchi. Chiamarono questa zona “terra di Dio”, cioè Paradiso terrestre. E infatti la natura tutta intorno è un inno alla fecondità dei frutti, ai profumi e ai colori della creazione.

L’ultimo giorno lo abbiamo trascorso nella capitale: una grande metropoli di oltre 4 milioni di abitanti. Quasi 2 milioni – ci ha detto Hugo – vivono nelle favelas che circondano la metropoli e nelle quali nemmeno la polizia si azzarda ad entrare.

Abbiamo cenato lì con il vescovo di Huehuetenango mons. Ramazzini. Ci è parso molto in forma, impegnato oltre che nella sua grande diocesi (un milione di abitanti) anche nella difesa dei diritti dei popoli indigeni. Il mattino seguente alle ore 8 voleva assolutamente essere presente in qualità di “osservatore” riconosciuto a una riunione tra le autorità ancestrali e i rappresentanti di una multinazionale che sta costruendo una centrale idroelettrica ignorando i diritti delle popolazioni, riconosciuti dalla legge e anche da una recente sentenza della magistratura. Alle ore 22 al volante della sua auto è ripartito per le 4 ore di viaggio notturno.

La mattina seguente insieme a p. Clemente e Nicolasa abbiamo reso omaggio e pregato sulla tomba del vescovo mons. Gerardi in cattedrale dopo aver visitato una mostra della sua vita e opera. Un ex collaboratore ci ha raccontato gli episodi principali della sua vita e il coraggio della sua grande opera di denuncia delle migliaia di delitti commessi negli anni della repressione militare. Denuncia che ha pubblicato nell’aprile del 1998 con la grande opera letteraria di 5 volumi dal titolo “Guatemala nunca mas” (Guatemala mai più). Due giorni dopo la presentazione in cattedrale, alcuni sicari lo hanno ucciso. Ora è per tutti gli umiliati ed emarginati del Guatemala il simbolo, il testimone della voglia di giustizia e di riscatto di un “popolo di martiri”.

Siamo ritornati in Italia più ricchi di quando siamo partiti. Grazie Guatemala!

Aldo

Comunicato dei vescovi del Guatemala

Denuncia dei vescovi contro la dittatura del sistema politico corrotto

Città di Guatemala: marzo 2018

Alla conclusione dell’Assemblea Plenaria, i vescovi del paese centroamericano hanno reso pubblico un comunicato nel quale esprimono la loro preoccupazione e le loro speranze circa la situazione del Guatemala. La denuncia dei vescovi è chiara: “il sistema politico vive sotto la dittatura della corruzione, e pone in gravissimo pericolo la sua esistenza, mentre la sua credibilità nei confronti del popolo è diminuita in modo significativo e la sfiducia e la delusione è aumentata”. “Ci preoccupa l’aumento della povertà della maggior parte della popolazione, del flusso migratorio verso il Nord America, l’aumento delle deportazioni dagli USA, il problema della riforma agraria”. Tra le preoccupazioni dei Vescovi vi è anche la violenza, le estorsioni, l’esistenza di reti politiche ed economiche illecite che rafforzano l’impunità e sostengono la corruzione, la conflittualità sociale, la polarizzazione della società e l’azione dei poteri che non rispettano le leggi. I vescovi esprimono il loro sconcerto di fronte alla “mancanza di coesione dei settori sociali, imprenditoriali, accademici e religiosi per rialzare il paese dal profondo abisso nel quale è caduto. Al di sopra di qualsiasi interesse particolare o di gruppo deve sempre prevalere l’amore per il Guatemala. Crea sconcerto anche l’indifferenza di molti cristiani, che si chiudono nel loro “mondo religioso”, chiudendo gli occhi davanti ai tanti “Lazzaro” che stanno alle loro porte”. Davanti a questa situazione, i vescovi del Guatemala riaffermano il loro impegno a collaborare per trasformare questa drammatica realtà, ed esortano tutti i cittadini ad unirsi e coordinare gli sforzi per creare un paese che viva la solidarietà nella verità e nella realizzazione del Bene Comune.

(da Noticum 3/2018 - pag. 23)