Tutti gli articoli di aldo

I Vescovi per la festa dell’indipendenza: “celebriamo la nostra libertà come dono e come impegno”

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – “Voi siete stati chiamati alla libertà” (Gal 5,13): questo il versetto biblico che apre il Messaggio dei Vescovi del Guatemala, pubblicato con la data dell’8 settembre, in occasione dell’anniversario dell’Indipendenza politica del Paese.
Articolato in 5 punti, il Messaggio inizia riflettendo sul valore della libertà, a 199 anni dall’indipendenza, e sulla necessità di continuare a lavorare per costruire un futuro migliore. “Osservando serenamente la situazione sociale, politica ed economica – scrivono i Vescovi – vediamo una situazione cronica di povertà e miseria di milioni di guatemaltechi, la mancanza di accesso ai servizi sanitari di base, di alloggi dignitosi, di lavoro, di salari equi e di un’istruzione di qualità, l’abbandono della terra da parte dei contadini, l’assenza di una riforma agraria complessiva in grado di generare sviluppo, l’indebolimento e il discredito delle istituzioni rappresentanti lo Stato, mentre la violenza e la corruzione sono mali antichi, che non sono mai stati risolti e che oggi esigono soluzioni con particolare urgenza”.
Quindi i Vescovi si soffermano sulla pandemia di coronavirus, che si aggiunge al quadro “triste e angosciante” del paese, causando una “situazione dolorosa e sconcertante”, che ci chiama a guardare all’essenziale, “a quelle cose senza le quali sarebbe un’aberrazione dirci liberi, cioè la promozione della dignità umana e la difesa dei diritti e degli obblighi che ne derivano”.
Viene quindi messa in rilievo l’importanza della solidarietà “che non si ferma alle elemosine, ma richiede azioni per trasformare l’ordine sociale. È necessario creare opportunità di partecipazione e inclusione che siano la conseguenza di leggi generali basate sul diritto e su un sistema giudiziario imparziale che agisca con tempestività e correttezza. È necessario creare opportunità sanitarie e educative che siano conseguenza di politiche pubbliche orientate al bene comune. Questo getterà le basi fondamentali perché tutti vedano riconosciuti nella pratica la propria dignità, i diritti fondamentali e la libertà”.
Quindi il Messaggio invita alla custodia del creato, seguendo l’insegnamento di Papa Francesco. Nell’ultimo punto i Vescovi invitano a mantenere viva la speranza, nonostante le limitazioni alle celebrazioni pubbliche della fede, e ad agire su questa base, ricordando che anche in mezzo al dolore e alla malattia, nulla può separarci dall’amore di Dio manifestato in Cristo Nostro Signore Gesù (cfr Rm 8,35-39). Nella conclusione, esortano tutti “a celebrare la nostra libertà come dono e come compito”, affidandosi alla protezione della Vergine Addolorata, Madre fedele e incondizionata, perché “ci protegga e in questi tempi difficili ci mostri Gesù”. (SL) (Agenzia Fides 11/9/2020)

I Vescovi a Stati Uniti e Messico: in tempo di pandemia “fermate le espulsioni in nome del popolo che soffre”

Agenzia Fides 16/04/2020

Ad un mese dall’inizio delle restrizioni imposte per contenere la pandemia di Covid 19, i Vescovi del Guatemala rilevano che parte dei connazionali non sembra aver preso piena coscienza della gravità della situazione, sono inoltre preoccupati per i molti lavoratori che vivono alla giornata e per le numerose paure che nascono in questa situazione, di fronte alle quali esortano a non rassegnarsi e a non perdere la speranza: “Tutti possiamo contribuire e collaborare in questi momenti affinché la solidarietà rimanga elevata e sia vissuta nelle comunità”.

I Pastori della Chiesa cattolica sono particolarmente angosciati dall’enorme numero di connazionali espulsi dagli Stati Uniti e dal Messico, insieme a cittadini dell’Honduras, in seguito alla crisi provocata dalla pandemia di coronavirus, che ha spinto ad accelerare i processi di deportazione. “Come è possibile che il governo degli Stati Uniti e quello del Messico continuino con queste espulsioni durante la crisi che ci colpisce, nel contesto di una precarietà nazionale in termini di servizi sanitari e strategie per contenere la pandemia? Non sono più utili alla società americana, in particolare se hanno contratto il coronavirus? Se i governi degli Stati Uniti e del Messico si sono sempre mostrati campioni della difesa dei diritti umani, perché ora dimostrano il contrario?” si chiedono i Vescovi guatemaltechi che sottolineano: “L’esempio che i due governi danno al mondo intero in questo modo è di non avere il minimo senso di umanità”.
Nella loro dichiarazione, pervenuta a Fides, intitolata “Sottoposti alla prova, manteniamo la speranza”, i Vescovi rilevano con dolore che anche in Guatemala si vede la mancanza di solidarietà delle comunità, che si rifiutano di riaccogliere i loro connazionali espulsi. Soli e senza denaro, sono vittime di discriminazione e rifiuto, mentre quando inviavano le rimesse venivano accolti con grande gioia: “E’ questo lo spirito cristiano? E’ questa la solidarietà nazionale?” chiedono.
Data la gravità della situazione, i Vescovi alzano la loro voce “per domandare ai governi degli Stati Uniti e del Messico di fermare le espulsioni in nome del popolo che soffre”. “Sia negli Stati Uniti che in Messico e anche noi in Guatemala ci consideriamo per la maggior parte cristiani – proseguono -, perciò ci appelliamo a questo sentimento religioso perché la nostra voce sia ascoltata”.
Richiamando lo spirito della Pasqua, spirito della Risurrezione di Gesù, che ci dà forza e speranza in questo tempo incerto e difficile, concludono: “Se soffriamo per il contagio dobbiamo anche contagiarci di speranza e di spirito fraterno” (SL)

In America Centrale la povertà fa più danni del virus

Davanti alla cattedrale di San Salvador, 15 marzo 2020.
Coronavirus

Il nuovo coronavirus è arrivato in America Centrale, ma c’è arrivato timidamente. Il 12 marzo l’Honduras ha confermato i primi due casi. Il giorno dopo il Guatemala ha annunciato di avere un contagiato. Il presidente del Salvador ha invitato i parlamentari a dichiarare lo stato d’emergenza (che permette di limitare le libertà di spostamento, di espressione e di associazione e consente alla polizia di effettuare arresti arbitrari), mentre il Guatemala ha dichiarato lo stato di calamità. Una delle regioni più povere del continente è ormai convinta che la pandemia si diffonderà tra i suoi abitanti.

In Salvador sui social network non si parla d’altro e dai centri di quarantena, creati per le persone da poco entrate nel paese, arrivano le prime lamentele. Gli ospedali privati sono pieni di persone che credono di avere dei sintomi e i giornali sono pieni di notizie sugli spettacoli cancellati. Come tutto quello che succede in America Centrale, insomma, la diffusione del virus è segnata dal classismo.

Da quando il Salvador ha dichiarato la quarantena per ogni suo cittadino in arrivo nel paese, l’11 marzo, sembra che uno dei principali problemi legati alla pandemia sia l’esistenza di un centro d’accoglienza molto scomodo e caldo nella parte est del paese, nel quale le persone appena rientrate da un viaggio all’estero devono dormire su delle brande, in un capannone, insieme ad altre persone, condividendo servizi igienici spartani. Giornali e tv intervistano i viaggiatori che si lamentano di quanto sia scomodo vivere per trenta giorni in condizioni così precarie. Si discute di questo ma nessuno si chiede se queste misure siano le migliori per affrontare la situazione. Considerando, per esempio, che un viaggiatore che arriva in Salvador, dove al momento non ci sono casi confermati, può ritrovarsi a dormire vicino a una persona arrivata dagli Stati Uniti, dove i casi sono migliaia.

Ci sono 13,5 milioni di poveri in questa piccola regione nella quale il nuovo coronavirus ancora non ha fatto tutti i danni che può fare

Un’altra delle notizie più ricorrenti è la corsa ad accaparrarsi i prodotti nei supermercati. Molte persone si sono affrettate a svuotare interi scaffali di cibo in scatola, carta igienica, acqua, qualsiasi cosa, ma in grandi quantità. Anzi, mi correggo, non “le persone”, ma solo le persone che possono permetterselo.

È questo il punto. Il problema, per la maggioranza dei centroamericani, non sono né le lunghe file negli ospedali pubblici né le condizioni d’accoglienza per chi torna da un viaggio né il caos consumistico. Perché nei paesi della regione la maggioranza delle persone non si fa visitare negli ospedali privati, viaggia solo in autobus – per andare a lavorare – e non compra niente in quantità eccessiva, perché i loro stipendi – sempre che li ricevano – non sono abbastanza alti. In Salvador, un paese con sette milioni di abitanti, due milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. In Honduras e Guatemala circa la metà della popolazione vive in condizioni di povertà, senza accesso a beni essenziali. Questo significa, approssimando per difetto, che ci sono 13,5 milioni di poveri in questa piccola regione nella quale il nuovo coronavirus ancora non ha fatto tutti i danni che può fare. I tre paesi del nord dell’America Centrale appaiono regolarmente, da decenni, nelle prime cinque posizioni delle classifiche dei più miserabili del continente.

Parlando di persone che si spostano, in questo preciso momento ci sono persone il cui dilemma non è se mettersi in viaggio o andare in quarantena in un capannone troppo caldo. Ci sono persone che viaggeranno qualunque cosa accada e dovranno fare i conti con la quarantena, perché non hanno altra scelta. Sono i soliti, quelli che viaggiano perché non hanno alternativa: i migranti espulsi dagli Stati Uniti.

Il 12 marzo, durante una conferenza stampa telefonica, il commissario ad interim per le dogane e la protezione delle frontiere degli Stati Uniti, Mark Morgan, ha dichiarato che i voli per i cittadini centroamericani espulsi continueranno a partire regolarmente, indipendentemente da quarantene, calamità e stati d’emergenza.

Ma la cosa non riguarda solo le persone espulse. Quattro ore prima che il presidente del Salvador annunciasse la quarantena nazionale, il sito d’informazione statunitense Buzzfeed ha rivelato che il 6 marzo il presidente salvadoregno si è riunito con alcuni funzionari di Trump per mettere a punto un accordo secondo cui il Salvador deve accogliere i migranti che chiedono asilo negli Stati Uniti, perché aspettino lì finché le loro richieste non sono esaminate. Proprio così: El Salvador, paese dal quale migliaia di persone scappano per cercare rifugio nel resto del mondo, è un “paese sicuro” che riceverà quest’anno più di duemila persone che chiedono asilo negli Stati Uniti. Anche l’Honduras accoglierà queste persone. Il Guatemala ha già ricevuto circa ottocento di questi richiedenti asilo da novembre scorso.

Poi c’è il Messico, che in quanto a fermare e a espellere i migranti non vuole sfigurare di fronte agli Stati Uniti. L’Istituto nazionale delle migrazioni ha annunciato che continuerà a espellere centroamericani con autobus e aerei. Nel 2019 circa 3.200 persone sono state espulse verso un piccolo paese come il Salvador, perlopiù da Messico e Stati Uniti. Da quando è scoppiata la pandemia le autorità di tutti i paesi ripetono di non mettersi in viaggio, soprattutto da paesi dove ci sono persone contagiate, come Messico o Stati Uniti. A meno che tu non sia un migrante centroamericano: in tal caso le raccomandazioni non valgono.

Meno di due dollari al giorno
Ci si raccomanda di lavarsi le mani più volte al giorno, e di farlo con attenzione. Ma nei paesi centroamericani una grande percentuale della popolazione non ha accesso all’acqua potabile. Migliaia di queste persone pagano per averla, ma a causa della pianificazione urbana, che ha permesso la costruzione di quartieri spontanei arroccati sulle colline, i sistemi idraulici vecchi e danneggiati fanno in modo che queste persone abbiano a disposizione solo un sottile filo d’acqua, per un’ora o due, all’alba. Altri non hanno neanche quello. In questi paesi, se uno vive nelle zone più ricche e possiede una cisterna che accumula acqua negli orari in cui il servizio funziona, può lavarsi le mani come indicato nei manuali. Ma se uno deve estrarre l’acqua dai pozzi con sudore e muscoli, probabilmente non seguirà alla lettera le istruzioni dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Salutarsi con il gomito, dicono. Ancora meglio, da lontano, se possibile. Nelle zone rurali dell’Honduras una persona su cinque vive in condizioni di povertà, cioè con meno di 1,90 dollari al giorno. Queste persone, molte delle quali si guadagnano da vivere vendendo quel che riescono a procurarsi, viaggeranno in autobus per raggiungere il paesino più vicino, reggendosi al corrimano più vicino, senza alcun gel igienizzante, che costa alcuni centesimi a flacone, si riforniranno in un qualche mercato e si muoveranno da un posto all’altro per cercare di vendere quel che hanno coltivato. Queste persone stringeranno mani per concludere degli accordi e tenderanno il palmo per ricevere monete, quando verranno pagati. Perché se non lo faranno a ucciderle non sarà il virus, ma la fame. State tranquilli, perché queste persone non affolleranno i supermercati per accaparrarsi cose.

Il coronavirus è arrivato in questa regione già afflitta da varie calamità. Ora farà la sua parte. Perché il resto, cioè costruire società con un abisso profondo tra classi alte e basse, è già stato fatto da decenni.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Cosa succede nel resto dell’America Latina

Al momento sono 17 i paesi latinoamericani con casi confermati di Covid-19. Ecco le misure che hanno adottato finora:

  • Argentina È il paese dove c’è stato il primo morto per Covid-19 nel continente. Il 15 marzo il governo ha chiuso tutte le scuole e le università per 14 giorni e ha chiuso le frontiere per un mese.
  • Bolivia Finora i casi confermati sono 11. Il governo ha dichiarato l’emergenza nazionale e ha chiuso tutte le scuole fino al 31 marzo. Inoltre ha dispiegato 10mila agenti di polizia alle frontiere.
  • Brasile I contagiati al momento sono 200. Il governo di Jair Bolsonaro è stato criticato per non aver preso sul serio i rischi dell’epidemia. Alcuni stati, tra cui quello di São Paulo, hanno deciso di agire autonomamente e hanno preso misure più severe.
  • Colombia I casi confermati sono circa quaranta. Il governo ha annunciato lo stato d’emergenza sanitaria fino al 30 marzo. Inoltre ha chiuso la frontiera con il Venezuela e ha cancellato i voli provenienti da Europa e Asia. Sono vietati gli eventi pubblici con più di 500 persone. La Colombia è uno dei paesi più colpiti dal crollo delle borse, per questo il governo ha annunciato tagli alle tasse e sussidi per i settori più colpiti, a cominciare dal turismo.
  • Costa Rica Ci sono almeno 30 casi confermati. Sono state chiuse le scuole per almeno 14 giorni e sospesi i viaggi all’estero degli impiegati pubblici.
  • Cuba Ci sarebbero quattro casi confermati. I voli in arrivo non sono stati cancellati, ma sono aumentati i controlli su chi proviene da Italia, Cina, Iran, Giappone, Corea del Sud, Germania, Francia e Stati Uniti.
  • Cile Nel paese ci sono decine di casi confermati. Il 15 marzo il governo ha chiuso le scuole e le università per 14 giorni e ha bloccato le visite alle case di riposo per trenta giorni. A partire dal 18 marzo saranno vietati gli eventi pubblici con più di 200 persone.
  • Ecuador Ci sono circa trenta casi confermati. Chi torna dalle zone a rischio, tra cui Italia, Spagna e Cina, deve restare in casa per 14 giorni. Sono state chiuse le scuole e vietati gli eventi pubblici.
  • Guatemala Finora un caso registrato. È vietato l’ingresso di persone che arrivano da Cina, Iran, Italia, Spagna e Corea del Sud.
  • Honduras I contagiati al momento sono sei. Il 15 marzo il governo ha ordinato ai lavoratori del settore pubblico e privato di restare a casa, ha deciso di bloccare temporaneamente tutti i voli e ha sospeso i trasporti pubblici. Queste misure dureranno sette giorni.
  • Messico Ci sono circa 50 casi confermati. Il governo ha sospeso le attività scolastiche fino al 20 aprile. Non ci sono restrizioni sui voli in arrivo, ma solo controlli maggiori per i passeggeri dei voli internazionali.
  • Panama I casi confermati sono circa 50. Il presidente ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale e ha annunciato misure per sostenere le imprese.
  • Paraguay Al momento ci sono circa dieci casi confermati. Il governo ha sospeso temporaneamente le attività scolastiche e gli eventi pubblici.
  • Perù È uno dei paesi più colpiti. Il presidente ha chiuso le frontiere per 15 giorni e imposto una quarantena generale. Cancellati i voli da Europa e Spagna e ritardato l’inizio dell’anno scolastico, previsto per il 30 marzo.
  • Repubblica Dominicana Il 15 marzo i casi registrati erano nove. Il governo ha sospeso l’attività scolastica negli istituti pubblici e privati in questi giorni per disinfettare le aule.
  • Uruguay Il 13 marzo ha annunciato di avere i primi casi. Il governo ha chiuso le scuole per due settimane e ha vietato gli assembramenti pubblici.
  • Venezuela Finora i casi sono circa dieci. Il presidente ha imposto la quarantena in sei province. Inoltre ha cancellato i voli dall’Europa, dalla Colombia, da Panama e della Repubblica Dominicana.

Speranza di un cambiamento

da “L’Osservatore Romano” del 16 febbraio 2020

CITTÀ DEL GUATEMALA, 15 febbraio. La responsabilità dei governanti recentemente eletti nella promozione del bene comune in una società inclusiva, la lotta contro la corruzione, la crisi migratoria in America centrale, il recente annuncio della beatificazione dei martiri di El Quiché e l’impegno della Chiesa ad annunciare Cristo come luce che dà senso alla vita e apre cammini di speranza: questi sono stati i principali temi affrontati dai vescovi del Guatemala nel corso dell’assemblea plenaria della conferenza episcopale, durante la quale hanno potuto riflettere sulle attività dell’anno trascorso e sulle priorità pastorali future. In un comunicato a firma del presidente, monsignor Gonzalo de Villa y Vàsquez, vescovo di Sololà-Chimaltenango, e del vicepresidente, monsignor Antonio Calderón Cruz, vescovo di San Francisco de Asis de Jutiapa, i presuli invitano inoltre tutti i guatemaltechi a «lavorare per il dialogo tra i diversi settori della società e giungere ad accordi consensuali, lasciando da parte posizioni rigide e pregiudizi del passato».

«Nonostante le delusioni del passato e lo scetticismo suscitato nella popolazione, la speranza di un cambiamento risorge sempre», sottolineano i vescovi, auspicando che la priorità dei nuovi governanti eletti in Guatemala «sia il bene comune» e che «si metta fine alle pratiche politiche nefaste legate alla corruzione e all’assenza dello Stato negli spazi che sono sua responsabilità principale». Il loro primo impegno deve quindi essere quello di «promuovere una società inclusiva, con opportunità per tutti, che dia impulso allo sviluppo umano integrale della popolazione ed eviti le ondate di migranti che sono costretti a fuggire dalla povertà». A gennaio, nel suo primo discorso ufficiale dopo l’insediamento, il nuovo presidente della Repubblica del Guatemala, Alejandro Giammattei, aveva affermato che la lotta alla corruzione — «totale e inflessibile» — sarebbe stata la priorità del suo governo, nell’intento di mettere fine «a sprechi, prezzi gonfiati, opere inesistenti, al contrabbando, al degrado delle dogane, e alle pratiche disoneste e rivoltanti esistenti». Nel discorso, il capo dello Stato aveva garantito che sarebbero state rilanciate l’economia e l’occupazione e che il dilagante fenomeno delle temibili bande giovanili, conosciute in Centro America e Messico come maras, sarebbe stato contrastato con vigore.

«L’inizio dell’anno — ricordano inoltre i presuli — è stato segnato anche dalla sofferenza dei migranti che cercano di fuggire da situazioni di povertà e di violenza». Ringraziano quanti si adoperano per alleviare le loro sofferenze, auspicando l’impegno di tutti i guatemaltechi per combattere le cause dell’emigrazione, e sottolineano ugualmente l’improrogabilità di creare «possibilità di sviluppo e di lavoro per il gran numero di giovani che sono una ricchezza incontestabile del paese».

Evocando più particolarmente la vita della Chiesa in Guatemala, la conferenza episcopale non manca di rallegrarsi per l’annuncio, il 24 gennaio, della beatificazione dei martiri di El Quiché: i servi di Dio José Maria Gran Cirera, Juan Alonso e Faustino Villanueva, sacerdoti professi dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù, e sette compagni, laici — tra i quali Juan Barrerà Méndez, un bambino di dodici anni — uccisi, in odio alla fede, in Guatemala tra il 1980 e il 1991. «Erano spinti unicamente dall’amore a Dio e ai fratelli più poveri, in un periodo di persecuzione della Chiesa e di violenza contro tutta la popolazione», sottolineano i presuli guatemaltechi, ricordando che questi martiri «si aggiungono ai recenti beatificati e alle centinaia di testimoni sconosciuti le cui vite hanno fecondato la missione della Chiesa in Guatemala e diventano nuovi testimoni qualificati che ci guidano a seguire Gesù nei nostri tempi».

Sottolineano poi che il loro «compito principale come vescovi è quello di promuovere, guidare e animare l’evangelizzazione nel paese, con l’aiuto dei sacerdoti, dei consacrati e dei tanti laici» a cui esprimono il loro ringraziamento. La «missione permanente» dei vescovi, aggiungono, consiste nell’annunciare Gesù Cristo come luce che dà senso alle nostre vite e apre percorsi di speranza, celebrare nella liturgia la sua azione salvifica nei confronti dei credenti, e sostenere i laici nell’ambito familiare, lavorativo e pubblico.

 

La gente di San Rafael ferma la miniera che fa morire di sete

dal quotidiano "Avvenire"
Lucia Capuzzi, Casillas (Guatemala) giovedì 2 gennaio 2020
Dal 2017, i giudici hanno ordinato la sospensione dei lavori a El Escobal, il secondo giacimento mondiale d’argento. Da 939 giorni, i contadini vigilano, in staffetta, che lo stop sia rispettato
Il presidio di Casillas, vicino alla miniera di El Escobal

Il presidio di Casillas, vicino alla miniera di El Escobal

«Sono qui perché è mio dovere esserci. Quando mi chiedono se ho paura, rispondo che tutti dobbiamo morire. Tanto vale farlo lottando». Mentre parla, Adriana rimescola i fagioli che cuociono nella grossa pentola di rame. Nessuna variazione di menù per Capodanno: legumi e tortillas (spianate di mais). «Ci abbiamo fatto anche la cena di San Silvestro», racconta la donna, visibilmente stanca dopo aver trascorso la notte a Casillas.
Il “presidio” è una specie di gazebo di legno, sotto il cui tetto di lamiera si notano un divano scassato, qualche sedia di plastica e un fornelletto da campo. «Non abbiamo molti mezzi. Siamo volontari. Anzi, come contadini, ci rimettiamo perché per venire qua dobbiamo saltare il lavoro nei campi. E trovare i soldi per la benzina o per il biglietto del bus. Ma lo facciamo con il cuore. Senza acqua non c’è agricoltura. È in gioco il nostro presente e il nostro futuro». A “minacciarli” – sostiene Adriana – è il progetto El Escobal, la seconda miniera d’argento più grande del mondo, di proprietà, prima, di Thoe Sources e, ora, del colosso canadese Pan American Silver. Situata a cavallo dei dipartimenti di Santa Rosa e Jalapa, l’impresa ha lavorato a pieno ritmo tra il 2013 e il 2017. Con un fortissimo impatto su ambiente e popolazione locale, come denunciato da studi indipendenti e dalla Chiesa locale. La pressione sociale ha portato, però, il 7 giugno di quell’anno, la corte di giustizia guatemalteca a fermare le attività. Una decisione confermata nel settembre 2018 dal massimo tribunale. A vigilare che sia rispettata, sono gli abitanti dei municipi limitrofi di Santa Rosa da Lima, Nueva Santa Rosa, Casillas, San Rafael Las Flores, San Carlos Azalate. Da 939 giorni e notti si alternano al presidio, posto all’imboccatura della strada che conduce a El Escobal.
«Ci siamo auto-organizzati in dieci turni da 24 ore. In media ci sono tra le dieci e le venti persone. E il presidio non è mai rimasto deserto», sottolinea Adriana, determinata ad andare avanti «fino a quando la miniera non sarà definitivamente chiusa». Lo stop ordinato dalla magistratura è temporaneo: fino allo svolgimento della consultazione preventiva dei locali, richiesto dalla consultazione per le zone ad alta intensità indigena. Come, appunto, la regione intorno a El Escobal dove risiedono gli indios Xinka. Nonostante l’impegno ad agire al più presto, finora il governo di Jimmy Morales ha preso tempo per evitare il riaccendersi del conflitto, che ha avuto momenti di forte tensione. Gli attivisti hanno denunciato minacce e la morte, in agguati o nella repressione di manifestazioni, di 12 leader sociali, e l’arresto di altri 19. La questione più spinosa, ora, è come realizzare la votazione. Ovvero se far partecipare solo i residenti di San Rafael – come vorrebbe l’impresa i cui investimenti hanno dato un impulso positivo all’economia cittadina – o la gente dell’intera zona, in gran parte contraria al progetto. «Per forza. La miniera rischia di lasciare a secco 300mila persone anche se secondo l’azienda il suo impatto si esaurirebbe in un raggio di sei chilometri», sostiene Moises Divas, coordinatore della Commissione diocesana per la protezione della natura (Codidena). Un organismo costituito nella diocesi di Santa Rosa nel 2019 che ha accompagnato la resistenza pacifica dei contadini a El Escobal.
«La gente sopravvive grazie ai cinque fiumi che bagnano la regione, già a rischio siccità per il cambiamento climatico. Da lì la miniera prelevava quasi cento litri al minuto. Mentre i suoi tunnel di estrazione – scavati a sei chilometri di profondità – hanno alterato la loro fonte di alimentazione: le falde sotterranee. Per non parlare dell’impiego sistematico di cianuro e arsenico nella lavorazione dell’argento». Dati negati dall’azienda che afferma di voler creare sviluppo nel secondo Paese più povero d’America. Con la sua chiusura – dice – andrebbero persi 80mila impieghi. «El Escobal dava lavoro a 1.004 persone, di cui 530 di Santa Rosa – conclude Divas –. La gente l’ha imparato sulla sua pelle: l’economia estrattiva non crea ricchezza né benessere»

© Riproduzione riservata

E se aiutando loro, arrivassimo ad aiutare anche noi stessi?

Se donando, in realtà, ricevessimo?

Ecco i bambini (e le famiglie) che cominceranno il percorso all’asilo da Gennaio 2020.

 

Ho aperto con queste due domande per riflettere sulle conseguenze dirette e indirette di una donazione per un progetto geograficamente lontano, come il nostro asilo in Guatemala.  Donando prendiamo qualcosa che è “sul nostro piatto” e lo doniamo a qualcun altro , senza aspettarci nulla in cambio : così va intesa la donazione, e così compie al massimo il suo potenziale “umanizzante”.  Ma vorrei che consideraste anche quanto segue:

Partecipando al progetto Asilo “Gian Carlo Noris” a San Pedro Yepocapa, abbiamo la possibilità’ di :

  • Formare le persone che abitano e abiteranno questo pianeta oggi e domani. Individui e comunità che condivideranno le finite risorse di questo pianeta con noi e con i nostri figli. In un momento in cui più che mai ci rendiamo conto di come le nostre vite siano tutte interconnesse, sostenere una persona/comunità’ dall’altra parte del mondo vale forse, quanto educare i bambini della nostra cittadina.
    – Se in Guatemala tagliano i boschi, è un problema anche per “noi”.
    -Se in Guatemala gettano la plastica nei fiumi, è un problema anche per “noi”.
    -Se in Guatemala violentano una donna o picchiano un bambino, e’ una sconfitta anche per “noi”

E quindi, in quest’ottica aiutando loro aiutiamo anche noi stessi. Senza quindi dimenticarci del valore umanizzante di una donazione fine a se stessa, consideriamo che aiutando le persone a noi lontane (fisicamente) aiutiamo anche quelle a noi più vicine.

Aiutando loro, aiutiamo anche noi stessi e le persone a noi più care.

INVIA UNA DONAZIONE

ASILO “GIAN-CARLO NORIS” a San Pedro Yepocapa (Guatemala) 2020.

Ed eccoci quindi al sodo : il progetto asilo.

Il nostro asilo a San Pedro Yepocapa, è ormai una realtà consolidata e riconosciuta ( a livello comunitario e istituzionale).
Gli sforzi congiunti delle nostre maestre, del personale Rekko , del direttore Jose Perez Carbonero, della fondazione “Plantando Semilla” e di tutti coloro che sostengono il progetto, hanno già’ consentito di formare oltre 120 bambini e bambine

Da 7 anni, abbiamo preso un’impegno nei confronti della comunità, e in particolare nei confronti delle famiglie più escluse ed emarginate.
Questo impegno è riassunto nella parola “asilo” ma e’ in realtà molto di più. Infatti il progetto è:

  • un centro educativo
  • un centro comunitario per le famiglie
  • un centro di formazione per maestre (negli anni, ne abbiamo già’ formate più di 10)
  • un punto di partenza per interventi sanitari e di assistenza alle famiglie
  • una scuola per “l’alimentazione sana”
  • un punto di connessione tra Rekko e la comunità’

Trovandomi qui in Guatemala, la settimana scorsa, ho avuto l’opportunità’ di incontrare:

  • le maestre: professioniste (alcune, mamme a loro volta) che approcciano con la dovuta serietà’, desiderio di superamento e determinazione il loro lavoro.
  • le famiglie i cui figli sono stati ammessi ai corsi che inizieranno a Gennaio 2020 : scelte da un lato perché identificate come “vulnerabili” e dall’altro perché’ hanno dimostrato il desiderio di offrire ai propri figli un’opportunità.

Sono rimasto positivamente colpito sia dagli uni che dagli altri.
Mi ha emozionato pensare che Rekko rappresenti una piattaforma cosi importante e solida all’interno di San Pedro Yepocapa.
Questi incontri mi hanno ulteriormente rassicurato relativamente alla qualità del progetto e dei servizi che offriamo: per questo mi sento estremamente tranquillo nel “metterci la faccia” e chiedervi di partecipare con me .

Come ho scritto sopra, gli “ingredienti” necessari per realizzare questo progetto sono molti.
Uno di questi siamo noi donatori e sostenitori: come ogni cosa infatti, anche questo progetto ha un costo.

Esattamente : 23.221,00 Euro .
Una cifra importante, ma che insieme sono sicuro potremo coprire.

Come dico sempre : INSIEME POSSIAMO TUTTO .

A QUESTO LINK TROVATE LA PAGINA CON LA DESCRIZIONE DEL PROGETTO, INCLUSI GLI STRUMENTI PER EFFETTUARE UNA DONAZIONE.

Visita del nuovo cardinale

Ramazzini-Don Luigi

 

da “L’Arena” domenica 13 ottobre 2019

È cardinale da una settimana, anche se papa Francesco ha fatto il suo nome all’Angelus il 1° settembre scorso, ma la schiettezza di monsignor Alvaro Leonel Ramazzini Imeri, vescovo di Huehuetenango in Guatemala, è rimasta la stessa tanto da fare una visita a sorpresa all’amico monsignor Luigi Adami, parroco di San Zeno di Colognola. In Italia per ricevere la nomina nella basilica di San Pietro a Roma, prima di ripartire domani per la sua terra, il cardinale ha pranzato con don Adami in paese dove è già stato anni fa, incontrando in canonica i parrocchiani che da anni intrattengono rapporti di amicizia con alcune comunità guatemalteche.

Nato 72 anni fa a Ciudad de Guatemala ma di origini italiane, monsignor Ramazzini è ritenuto «vescovo di frontiera», dalla parte dei poveri, indigeni discendenti dai Maya e migranti, sostenendoli nella rivendicazione dei loro diritti. Un impegno coraggioso per il quale è stato minacciato di morte. «Sono in amicizia con don Luigi e la sua comunità che ringrazio per la solidarietà che esprimono al mio Paese, piccolo ma desideroso di andare avanti nonostante le difficoltà», ha esordito Ramazzini. «Non sapevo che papa Francesco mi avrebbe nominato cardinale; ho avuto la notizia il giorno stesso in cui ha fatto il mio nome, da un amico di Fabriano che mi ha telefonato, ma gli ho risposto che la cosa mi giungeva nuova e dovevo verificare. Poi l’ho letto su Vatican News e mi ha chiamato il nunzio apostolico, così ho capito che era vero», ha raccontato. «Il nunzio mi ha dato una lettera del Papa in cui diceva che l’essere cardinale non è un onore ma un servizio, “una missione da compiere con lealtà, coerenza e compassione”, collaborando col Santo Padre nel governo della Chiesa; sono valori che hanno sempre orientato la mia vita». Ha parlato di papa Bergoglio: «L’ho conosciuto quando era presidente della conferenza episcopale argentina e io di quella del Guatemala. Ultimamente ci eravamo visti a Panama alla Giornata della gioventù, ma non mi aspettavo mi facesse cardinale.

Desideravo stargli vicino», ha ammesso, «per potergli riferire della realtà povera in cui viviamo, e ora mi sarà più semplice». «Sono in sintonia con lui», ha detto Ramazzini, «e mi dispiacciono le critiche che gli fanno. Ho visto a Roma cardinali che, dalle informazioni che circolano, sono contro Francesco, ma erano lì in concistoro; noi giuriamo fedeltà al Papa e se qualcosa non va, dobbiamo dialogare con lui e non rilasciare dichiarazioni pubbliche che non giovano a nessuno. La fraternità si costruisce sulla lealtà. Spero che questo Papa vada avanti a lungo perché sta facendo cose sconvolgenti». «Ora torno in Guatemala dove c’è chi mi accusa di aver estorto la nomina», ha rivelato il cardinale, «perché non la accetta. Sono persone che non hanno mai parlato con me; alcune fanno parte della Chiesa, altre del settore filomilitare, altre ancora sono ricche e ritengono il mio pensiero marxista, ma la mia è solo dottrina della Chiesa. Ho contro di me anche dei contadini perchè dico che non si usa la violenza per affermare i propri diritti. Quando prendi posizioni tipiche del Vangelo, la reazione è questa». Ramazzini ha parlato della sua diocesi: «Ha 1 milione e 200 mila abitanti di cui il 70 per cento cattolici e siamo in 40 preti. Ci sono tanti problemi tra cui molti migranti minorenni che vanno negli Stati Uniti; parecchi di loro sono in centri di detenzione, altri privati dei documenti. Tra Guatemala e Messico sostano 2 mila migranti africani, ma non c’è lavoro. Io sono contro l’industria estrattiva di oro e argento che sfrutta e impoverisce, ma sono favorevole alle iniziative che potranno permettere alla gente di vivere con dignità». •

M.R.

Ramazzini a San Zeno

Il cardinale Álvaro Leonel Ramazzini Imeri

Al nuovo cardinale, creato da Papa Francesco il 5 ottobre 2019, è stato assegnato il titolo della Chiesa di San Giovanni Evangelista a Spinaceto
Il cardinale Alvaro Leonel Rammazini Imeri – vescovo di Huehuetenango
da Vaticannews del 05 ottobre 2019
Letteralmente “vescovo di frontiera”, Álvaro Leonel Ramazzini Imeri è schierato da sempre in prima linea accanto alle popolazioni più povere del Guatemala. Aperto al dialogo a tutto campo, in particolare è al fianco degli indigeni discendenti dei maya e dei migranti, sostenendoli nella rivendicazioni dei loro diritti, contro le ingiustizie e i soprusi, soprattutto quelli perpetrati dalle multinazionali che saccheggiano le risorse del Paese centramericano.  Per questa sua azione ha ricevuto anche minacce di morte.

Nato il 16 luglio 1947 a Ciudad de Guatemala, è il maggiore dei quattro figli di Ernesto Ramazzini e Delia Imeri, di origini italiane, emigrati dalla  Lombardia. Ha frequentato i primi tre anni della scuola primaria nel Colegio de Jesús de Candelaria, il quarto anno nella Escuela Pública Miguel Hidalgo y Costilla a Chimaltenango e il quinto e sesto anno nel Colegio El Rosario. Poi ha perfezionato la  preparazione nel Seminario minore conciliare di Santiago, sempre nell’arcidiocesi di Guatemala. Ha studiato filosofia e teologia nell’Instituto Teológico Salesiano e ha concluso la formazione al sacerdozio in Messico, nel seminario diocesano di Mérida, nello Yucatán.

È stato ordinato presbitero il 27 giugno 1971 nella cattedrale di Guatemala dall’arcivescovo Mario Casariego, che lo ha subito incaricato di occuparsi del seminario maggiore de la Asunción. In quel periodo, precisamente tra il 1976 e il 1980, ha studiato Diritto canonico alla Pontificia università Gregoriana, conseguendo il dottorato.

Rientrato in Guatemala è stato prima formatore, poi professore di Teologia e quindi dal 1983 al 1986 rettore del seminario  de la Asunción. Ha anche insegnato Teologia e Diritto canonico nell’Istituto teologico salesiano, accompagnando questi servizi con la cura pastorale nelle parrocchie.

Il 15 dicembre 1988 Giovanni Paolo II lo ha nominato vescovo di San Marcos e il 6 gennaio 1989 gli ha conferito personalmente l’ordinazione nella basilica di San Pietro. ¡Ay de mí sino evangelizo! (“Guai a me se non evangelizzo!”) è il suo motto episcopale. Nella diocesi ha fondato la pastorale della terra, per la valorizzazione delle risorse agricole e della dignità dei lavoratori rurali, e la Casa del migrante, per tutelare soprattutto i minori non accompagnati.

Nel 1990 è divenuto segretario generale della Conferenza episcopale guatemalteca (Ceg), nel cui ambito ha ricoperto numerosi incarichi fino ad esserne eletto presidente nel 2006. Ha terminato il mandato nel 2008 e al momento è responsabile delle Commissioni per le comunicazioni sociali e per la giustizia e la solidarietà.  Ma è stato anche a capo della pastorale sociale, della Caritas nazionale, della pastorale delle comunicazioni, della pastorale dei carcerati e di quella  per la “movilidad humana”.

Sempre nell’ambito della Ceg, ha assunto un ruolo di rilievo al servizio della promozione della pace durante la guerra civile che ha colpito il Paese dal 1960 al 1996: infatti è stato delegato dei vescovi guatemaltechi  in seno alla “Comisión multipartita” per la verifica delle comunità della popolazione civile in resistenza nel nord del Quiche  (1990-1994) e membro del settore religioso nella  Commissione nazionale di riconciliazione, che ha consentito la nascita del Dialogo nazionale (1991-1996).

Impegnato anche a livello continentale, ha presieduto dal 2000 al 2006 il Servicio internacional cristiano de solidaridad con los pueblos de América latina “Óscar Romero” (Sicsal) e dal 2001 al 2005  il Segretariato episcopale dell’America centrale (Sedac). Significativo il suo contribuito nel Consiglio episcopale latinoamericano (Celam): ha preso parte alle conferenze generali del 1992 a Santo Domingo e del 2007 ad Aparecida; e   tra il 1991 e il 1995 è stato responsabile della sezione per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.

Nel 2011 ha ricevuto il premio “Pacem in terris”   assegnato “per onorare una persona che si distingue nella pace e nella giustizia, non solamente nel proprio paese ma nel mondo”   e il 14 maggio 2012 è stato trasferito da Benedetto XVI alla sede residenziale di Huehuetenango, che conta quasi un milione di fedeli, ai confini con lo Stato messicano del Chiapas. Dopo l’ingresso in diocesi, il successivo 14 luglio, ha ancora di più rilanciato il suo servizio tra i poveri, divenendo punto di riferimento soprattutto per le popolazioni indigene che subiscono violenze e ingiustizie.

Appassionato di musica e letteratura, ama anche il calcio e le lunghe passeggiate in mezzo alla natura. Nell’ambito della Curia romana, dal 1990 è membro della Pontificia commissione per l’America latina, e dal 1991 al 1996 è stato membro del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Nel 1997 ha preso parte all’Assemblea speciale per l’America del Sinodo dei vescovi.

Guatemala: un passo avanti e due indietro

Ne parliamo con Secil De Leon, un analista politico e docente universitario.

da: https://www.notiziegeopolitiche.net/guatemala-un-passo-avanti-e-due-indietro/

a cura di Maddalena Pezzotti –

Nel complesso il Guatemala ha indicatori tipici di quello che una volta si chiamava il terzo mondo, fra i quali il 45 per cento di malnutrizione cronica nei bambini sotto i cinque anni di età, oltre il 50 per cento di povertà e povertà estrema, e l’esclusione dalla previdenza sociale del 75 per cento della forza lavoro, in quanto impiegata nell’ambito informale. Le entrate fiscali non superano il 10 per cento del Pil, con una sofferenza finanziaria per l’istruzione, l’occupazione, la sicurezza e la giustizia, e il ricorso indiscriminato al debito interno ed esterno per coprire il deficit del funzionamento dello stato.
Cultura e gestione della res publica restano di sapore coloniale. Circa due dozzine di famiglie rappresentano il 90 per cento del reddito globale su 17 milioni. Le compagnie straniere che estraggono ricchezza dal sottosuolo per legge corrispondono all’erario l’1 per cento dei loro ricavi ed è per un gesto di buona volontà che alcune arrivano a contribuire con il 5 per cento. Durante il suo primo viaggio negli Stati Uniti, il presidente uscente, Jimmy Morales, aveva offerto a Trump manodopera a buon mercato per costruire il muro lungo la frontiera sud.

Secil De Leon è un analista politico, e docente universitario presso l’Università San Carlos, l’unico ateneo statale, in un paese dove si sta privatizzando il comparto educativo. Con lui analizziamo la discussa conclusione delle recenti elezioni politiche, soffermandoci su temi dell’attualità nazionale.

– I guatemaltechi hanno espresso una marcata astensione per il secondo turno delle elezioni generali, che ha designato non solo il presidente della repubblica, ma 340 sindaci, 160 deputati e 20 delegati per il parlamento centroamericano. A quali elementi si deve questa alienazione dagli strumenti di partecipazione democratica?
L’astensionismo è una tendenza che ha raggiunto i suoi numeri più bassi in questa ultima tornata. La vittoria di Giammattei è minata da un gap di legittimità: 8 milioni di abitanti erano abilitati al voto ed è stato proclamato con meno del 25 per cento del totale. Una ragione potrebbe essere che la giustizia è intervenuta in modo decisivo nell’arena elettorale e, a causa di evidenti violazioni dello stato di diritto, ben cinque candidati sono stati esclusi sin dal primo turno. Tra questi, la figlia del dittatore Rios-Montt, e Thelma Aldana, ex capo della procura, per le quali era stata testimoniata una massiccia intenzione di voto. Questi eventi ripetuti hanno determinato un quadro di incertezza nell’arena politica tanto che, fino a poche ore dall’apertura delle urne, non era chiaro dal punto di vista giuridico se potesse rotolare qualche altra testa. Va detto che le inchieste che la commissione internazionale contro l’impunità (Cicig) e la procura hanno condotto dal 2015 hanno mostrato un sistema perverso e ipocrita, trasversale a tutti i settori, gestito da politici di lungo corso, imprenditori di successo, ufficiali pluridecorati, e membri del clero, che nascosti da una cortina di rispettabilità, depredavano risorse pubbliche per alimentare lussi individuali, così aggravando la deprivazione a cui è soggiogata la maggior parte della gente. Soprattutto, va detto che le denunce di frode nel centro di calcolo del tribunale supremo elettorale, già al primo turno, sono cadute nel vuoto, provocando un diffuso sentimento di sfiducia. Nemmeno la stampa ha dato credito alle segnalazioni, ora confermate. È stato riconosciuto che ci sia stata manipolazione ed è stata aperta un’indagine penale. Ci troviamo in una situazione in cui sono stati annunciati un presidente, e un parlamento, senza che si sappia con affidabilità come sia stata distribuita la volontà popolare”.

– Il tribunale supremo elettorale ha sancito la vittoria di Alejandro Giammattei, del partito di centrodestra “Vamos”, per la massima carica dello Stato, con il 57 per cento delle preferenze, equivalente a 1.9 milioni di volti, dopo tre esperimenti con partiti diversi. Giammattei, promilitarista, accusato di aver partecipato a esecuzioni extragiudiziali, si installerà il 14 gennaio del 2020. Cosa ci dice questo risultato del paese attuale?
Il nostro è un paese ricco e meraviglioso, stracolmo di indigenti, analfabeti e disoccupati, senza nessun mezzo per cambiare la propria condizione. I giovani costituiscono più della metà dei guatemaltechi, ma questo segmento vitale per la società e l’economia sogna di migrare verso migliori prospettive, identificate negli Stati Uniti. Giammattei è stato patrocinato da un milionario, proprietario di Claro, una delle due società di telefonia che operano in Guatemala. Sandra Torres, al ballottaggio con Giammatei, è stata patrocinata da un altro milionario, proprietario di Tigo, la compagnia concorrente. Questo è uno scontro tra fortune di dubbia origine che mirano all’appalto del 4G su scala nazionale. Questo scampolo di narrazione locale accade in un mondo in cui Trump e Xi Jinping lottano per il controllo del 5G. Con questa elezione, il Guatemala rimarrà un paradiso per uomini d’affari senza scrupoli, funzionari corrotti, e criminalità”.

– Quali sono le ragioni della sconfitta di Sandra Torres? Al primo turno, la candidata del Partito dell’Unità e della Speranza (Une per la sigla in spagnolo) era in vantaggio. Molti analisti hanno parlato di un partito sovrasaturato di leader e di uno stile interpersonale della stessa Torres che non faciliterebbe i negoziati e i patti incrociati. Cosa ne pensa?
Sono stati resi pubblici gli audio di comunicazioni in cui Torres accettava un contributo non dichiarato di un milione di dollari per una precedente campagna. Questo non le ha impedito di competere, perché i processi intentati contro di lei non hanno portato a una condanna. Ha giocato a sfavore il fatto di essere al suo terzo tentativo consecutivo di conquistare la poltrona, con un accumulo di voto di rifiuto o di punizione, al quale vengono sottoposti molti personaggi con un surplus di visibilità. Pure Giammattei era alla sua terza prova, ma Torres era stata la first lady durante il mandato di Alvaro Colom, con un enorme potere reale nel governo della Une fra il 2008 e il 2012, al punto che si parlava del ‘governo della moglie’. Nel 2015, questo stesso meccanismo implicito ha catapultato il novellino Jimmy Morales alla presidenza, superandola. Nemmeno la rivelazione della condotta sessuale promiscua di Giammattei all’interno del suo stesso partito con giovani militanti, in un contesto religioso come il Guatemala, ha prodotto un esito differente”.

– Il contrasto alla Cicig tanto del vecchio presidente come del nuovo è nota. La commissione, tuttavia, ha esibito la trama fra l’apparato politico e la finanza elettorale, dove gli imprenditori e la criminalità organizzata pagano le campagne e poi ottengono contratti. La corruzione e il traffico di influenze incidono sull’alto tasso di povertà e ingovernabilità e la Cicig ha un robusto supporto civico. Potrebbe cambiare lo scenario?
La lotta contro la corruzione chapina (forma colloquiale per guatemalteca, ndr) ricorda l’Italia degli anni novanta con Mani Pulite. Nel nostro caso, la Cicig è stata incentivata dagli Stati Uniti e governi europei. L’ambasciata americana in Guatemala è un attore politico di rilievo, occupato finora dalla linea democratica. Senza il suo appoggio politico, finanziario, tecnico e di intelligence, la riuscita non sarebbe stata la stessa. Portare i sei imprenditori più influenti del paese in tribunale per aver finanziato illegalmente la campagna di Jimmy Morales nel 2015 non sarebbe stato viabile senza una benedizione papale, in questo caso, degli Stati Uniti. La residenza e l’apparato di sicurezza del commissario Iván Velásquez sono sempre stati sulla lista spese dell’ambasciata. La commissione ha svelato il vero volto di un impianto malavitoso e prevaricatore che assicura che nulla cambi, nonostante la chiamata alle urne ogni quattro anni: un sofisticato gattopardismo tropicale. Il rapporto delinquenziale tra i grandi imprenditori locali, la classe politica, i loro esecutori ai vertici delle istituzioni statali e dell’esercito, e reti criminali, è stato smascherato, toccando la figura del presidente della repubblica e la sua famiglia, coinvolti in illeciti che includono corruzione, narcotraffico e riciclaggio di denaro sporco. Non so se e come potrebbe cambiare lo scenario. Purtroppo, Trump è in cerca di consensi all’Onu, e in seno alla organizzazione degli stati americani, a puntello di decisioni azzardate e invise, da Israele al Venezuela, e ha trovato in Jimmy Morales (l’ambasciata guatemalteca è stata spostata da Tel Aviv a Gerusalemme in seguito alla decisione del presidente degli Stati Uniti, ndr) e in Aleandro Giammattei dei fidati vassalli. La Cicig è diventata materiale di scambio”.

– Giammattei ha concentrato la sua strategia elettorale sull’opposizione all’accordo migratorio firmato a Washington da Jimmy Morales che prevede l’accoglienza di migranti e richiedenti asilo da El Salvador e Honduras in transito verso gli Stati Uniti. Trump ha minacciato il Guatemala di imporre dazi sulle sue esportazioni, e tassare le rimesse che 1 milione e 500 mila guatemaltechi residenti negli Usa inviano al loro paese, e che costituiscono forse la misura più efficace contro la povertà. C’è un’uscita da questa spinosa questione?
La notizia della firma dell’accordo che rende il Guatemala un paese terzo sicuro è arrivata a una settimana dal primo turno. Giammattei aveva palesato di essere contrario. Come presidente eletto ha ricalibrato la sua posizione, dicendo che deve essere rinegoziato e ogni giorno che passa lo vediamo avvicinarsi alla linea di Washington. Dal 1954, il capitale statunitense determina la vita di questo paese. Con l’eccezione di Alfonso Portillo (la sua amministrazione si è svolta fra il 2000 e il 2004, ndr), tutti i governi hanno ridotto la politica estera guatemalteca a un tappetino per gli interessi americani. Per quanto si può vedere, Giammattei non sarà l’eccezione, poiché l’esercizio della sovranità ha un prezzo. Cuba e Venezuela sono due esempi di politiche repressive applicate a coloro che non si allineano”.

Che resta della ‘primavera chapina’ del 2015? Quel movimento sociale portò alle dimissioni dell’allora vice-presidente Roxana Baldetti, prima, e poi a quelle del presidente Otto Perez Molina. Quale ruolo può svolgere nell’immediato futuro del Guatemala il collettivo Justicia Ya, che nasce da quelle marce, con l’obiettivo della trasformazione politica del paese?
Le imponenti mobilitazioni degli anni ’60, ’70, ’80 e ’90 in Guatemala non hanno avuto replica nel secolo attuale. Dalla firma della pace nel 1996, la coesione sociale si è disarticolata e, con le dovute eccezioni, diluita in una miriade di Ong prese in ostaggio dal finanziamento di agenzie di cooperazione e sviluppo. Le manifestazioni del 2015 a Città del Guatemala, come nelle ‘primavere arabe’ del 2011, sono state avviate e alimentate dal ruolo dinamico dei social network, arrivando ad affollare la piazza principale della capitale, dove si affaccia il palazzo presidenziale, come non era successo in anni, sull’onda delle imputazioni lanciate dalla Cicig, per la prima volta nella storia, senza remore riguardo a cognomi altisonanti, status o relazioni. Sono stati creati collettivi, che hanno ricevuto risorse dall’ambasciata degli Stati Uniti e la comunità internazionale, e non hanno certo messo a repentaglio lo status quo. Col passare del tempo, l’euforia è scemata, ma possiamo dire che anche se l’azione non è stata sostenuta, ha finito per lasciare un segno. Poche settimane fa l’Università San Carlos è stata occupata da un gruppo di studentii per protestare contro la mancanza di trasparenza, le privatizzazioni che il rettore e il consiglio superiore intendono effettuare, e l’imposizione di decisioni che danneggiano l’utenza. Questi ragazzi sono il frutto di quel 2015 che ha forgiato la loro concezione dell’esercizio della cittadinanza. Non va nemmeno sottovalutato il fatto che in queste elezioni chi si è distinto come il candidato di estrema sinistra è una contadina maya: Thelma Cabrera del Movimento di Liberazione Popolare. Ha vinto in tre circoscrizioni e con il 10 per cento ha fatto il suo ingresso nel congresso della repubblica. Se le cinque proposte della sinistra avessero potuto convergere, ci sarebbe stata l’effettiva possibilità di affrontare Sandra Torres nel ballottaggio e ‘avrebbe cantato un altro gallo’, come diciamo al mio paese”.

Ritorno dal Guatemala

Una utile riflessione di Ruggero che non deve scoraggiare ma rinforzare la volontà di solidarietà con chi opera per il bene del Guatemala.

Buongiorno, il 10 settembre sono atterrato a Milano Malpensa con un volo proveniente da città del Guatemala dove ho trascorso pochi giorni (10) ma particolarmente ricchi di emozioni che brevemente vi racconto. Intanto vi dico che ho visto un paese molto pericoloso dove è aumentata sempre più la violenza tra le persone e, viene proprio da dire, che ci si ammazza per il gusto di farlo. Tutte le mattine, appena sveglio, sul telefonino mi collegavo a la Prensa Libre, il quotidiano più letto nel paese, e, sempre, le notizie erano racconti di violenze tra uomini, di uomini contro le donne e tante nei confronti dei bambini. Su tutte, tre mi hanno particolarmente colpito: l’uccisione in pieno giorno di un autista di un autobus cittadino che in una zona della capitale è stato ammazzato e scaraventato per strada mentre era alla guida. Una storiaccia di una mamma che fotografava la figlia di 5 anni vendendo le foto via internet ad una persona negli Stati Uniti, guadagnando 50 dollari. L’imboscata nei confronti di 4 militari in una zona del Paese ai confini con il Belize e l’Honduras, zona ricca di piantagioni di Palma Africana da cui si ricava l’olio usato nell’industria alimentare. Imboscata che ha provocato 3 morti e un ferito che si è salvato e ha potuto raccontare. Imboscata che ha causato una reazione immediata del governo del Guatemala con un coprifuoco, che non mi era mai capitato di vivere, in alcune regioni del paese compresa quella de El Progresso dove c’è il nostro progetto, il Comedor infantil, la nostra struttura. Coprifuoco che significa non poter fare nulla per 30 giorni una volta calato il sole, nemmeno ritrovarsi per strada in 3-4 persone per bersi una birra o fare quattro chiacchiere. Non è una bella sensazione e non si vive per niente bene in un contesto dove esci alla mattina ma non sai se ritornerai a casa alla sera. Questo è il Centro America, il Guatemala. Verrebbe da dire aggiungendo: ” di cosa ti stupisci?”. Gia![

Non commento anche se una certa idea me la sono fatta, per rispetto del paese che ci ospita in solidarietà da 20 anni, perché non conosco bene le dinamiche politiche e sociali e soprattutto perché sarebbe una mancanza di rispetto giudicare ciò che vedo andandoci solo un paio di volte all’anno per poche settimane. Certo è che non è il massimo e più mi informo, più vedo cose che non capisco e spaventano. Poi c’è la parte turistica del paese che accoglie, coccola e difende. Però questo è un altro capitolo che andrebbe analizzato. E’, ripeto, un paese sempre più complicato che ogni volta che ci vado mi sembra sempre peggio anche se ci sono realtà che ho incontrato e vogliono reagire, a fatica, riuscendoci. Il viaggio, per quanto riguarda i nostri progetti, è andato bene. Mi è servito passare del tempo con Alvaro, il nostro referente progettuale, per capire cosa si può fare per migliorare quello che stiamo facendo. Purtroppo è triste constatare che la salute non è una priorità per chi è povero ed essendo che spesso vivono alla giornata: “prima si mangia e poi quando ci ammaleremo…si vedrà. Va potenziato sicuramente il progetto del Sostegno a Distanza che coinvolge 40 tra bambine e bambini, 26 anziani e 7 giovani che frequentano il nostro Collegio aperto a gennaio di quest’anno. Sostenere a Distanza uno di questi bambini li aiuta veramente perché il denaro investito (200 euro all’anno) va a finanziare loro, che frequentano la struttura, per fornire educazione, cibo, intrattenimento e, in caso di necessità, cure sanitarie gratuite. Il sostegno degli anziani con il progetto “Bolsa Solidaria” che consiste nel fornire una volta al mese ad un anziano una borsa di alimenti, li aiuta nel diversificare ed integrare la loro alimentazione. Ricordiamo che in Guatemala gli anziani insieme ai bambini e alle donne sono una categoria del paese veramente fragile. E poi occorre potenziare l’Alojamento Santa Gertrudis e la piccola Tienda alimentare all’interno del Comedor Infantil. L’ Alojamento è 12 posti letto messi a disposizione dei viandanti che passano per lavoro o turismo dalle parti del Comedor Infantil. E’ sui vari motori di ricerca e sta, lentamente funzionando. Con 16 euro si dorme, con 3 euro si fa colazione e l’utile di cassa va a finanziare la struttura e le attività che in essa si svolgono. La piccola Tienda alimentare, un piccolo negozio, funziona perché la gente compra e, anche in questo caso, l’utile di cassa finanza il progetto. Poi c’è tutto il resto che è posti di lavoro, educazione, valori condivisi e la visione di un futuro per i bambini e gli anziani e le loro famiglie. Questo è e questo è ciò che mi porto a casa da un viaggio breve ma intenso di emozioni. Bisogna viaggiare per conoscere ed aprire la mente. Bisogna aver voglia di ascoltare ed osservare e soprattutto occorre cambiare rotta educandoci un po’ tutti alla solidarietà. C’è un gran bisogno di rimanere solidali perché non c’è alternativa e soprattutto ne vale la pena. Continuate a seguirci, se volete e potete.

Ruggero

Rete Solidarietà Italia Guatemala