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Sono Beati i martiri di Quichè

“Animati dalla fede in Cristo, sono stati eroici testimoni di giustizia e di amore”

Santa Cruz (Agenzia Fides) – “Venerdì scorso, a Santa Cruz del Quiché, in Guatemala, sono stati beatificati José María Gran Cirera e nove compagni martiri. Si tratta di tre sacerdoti della Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù, e sette laici, uccisi tra il 1980 e il 1991, tempo di persecuzione contro la Chiesa cattolica impegnata nella difesa dei poveri. Animati dalla fede in Cristo, sono stati eroici testimoni di giustizia e di amore. Il loro esempio ci renda più generosi e coraggiosi nel vivere il Vangelo. E un applauso ai nuovi Beati!” Con queste parole dopo il Regina caeli di ieri, domenica 25 aprile, il Santo Padre Francesco ha ricordato la Beatificazione di un gruppo di martiri di Quiché, in Guatemala (vedi Fides 24/03/2021).
I tre sacerdoti erano Missionari del Sacro Cuore di Gesù, tutti nati in Spagna: padre José María Gran Cirera, padre Faustino Villanueva Villanueva e padre Juan Alonso Fernández. I 7 laici sono Domingo del Barrio Batz, Juan Barrera Méndez (12 anni), Tomás Ramírez Caba, Nicolás Castro, Reyes Us Hernández, Rosalío Benito, Miguel Tiu Imul.
La celebrazione della Beatificazione si è svolta venerdì 23 aprile all’aperto, nel comprensorio del Colegio el Rosario, con la partecipazione dei rappresentanti di tutte le parrocchie e le comunità del dipartimento di Quichè e di altre zone del paese, nel rispetto delle norme sanitarie di prevenzione del coronavirus. E’ stata presieduta da Monsignor Rosolino Bianchetti Boffelli, Vescovo della diocesi di Quiché, che ha sostituito il Cardinale Alvaro Ramazzini, Delegato Pontificio, che non ha potuto essere presente per motivi di salute. Il Nunzio Apostolico, Arcivescovo Montecillo Padilla, ha letto la Lettera apostolica in cui il Santo Padre Francesco, accogliendo la richiesta di Vescovi e fedeli, sentito il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, dichiara che i tre sacerdoti e i sette laici, “animati da profonda fede in Cristo, unico Salvatore, che furono eroici testimoni del suo regno di giustizia, di amore e di perdono, fino all’effusione del loro sangue, d’ora in poi siano chiamati Beati”.
Secondo le informazioni pervenute a Fides, hanno concelebrato la Messa diversi Vescovi, del Guatemala e di altri paesi, come numerosi sacerdoti venuti appositamente. Al termine del rito sono seguiti danze e musiche ispirati al “Quichè resuscitato”, illuminato dalla testimonianza dei nuovi martiri. La celebrazione è stata trasmessa da diversi media in tutta l’America centrale, gli Stati Uniti e anche in Spagna, paese di origine dei tre sacerdoti missionari del Sacro Cuore.
Monsignor Rosolino Bianchetti Boffelli, Vescovo della diocesi di Quiché, negli altipiani guatemaltechi al confine con il Messico, missionario fidei donum di origini italiane, ha sottolineato a Vatican news: “I nostri martiri erano veramente dei missionari in movimento. Andavano di casa in casa, mantenendo viva la fede, pregando con i loro fratelli, evangelizzando, implorando il Dio della vita. Erano uomini di grande fede, di grande fiducia in Dio, ma allo stesso tempo di grande dedizione perché ci fosse un cambiamento, un Guatemala diverso”. (SL) (Agenzia Fides 26/04/2021)

Beatificazione di 3 sacerdoti e 7 laici

 Il 23 aprile 2021

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – La celebrazione della Beatificazione di dieci martiri della diocesi guatemalteca di Quiché si svolgerà a Santa Cruz del Quiché il 23 aprile 2021. Annunciando la solenne circostanza, i Vescovi del Guatemala hanno pubblicato un messaggio in cui ripercorrono la storia di questa terra, bagnata dal sangue di tanti martiri, “fedeli testimoni di Dio” e del suo Vangelo, impegnati a costruire la comunità e la società secondo i valori del Regno.
Il 23 gennaio 2020 Papa Francesco aveva autorizzato la pubblicazione dei decreti che riconoscono il martirio di 3 sacerdoti missionari e 7 laici, tra cui un ragazzo di 12 anni, uccisi in odio alla fede tra il 1980 e il 1991. Erano spinti unicamente dall’amore a Dio e ai fratelli più poveri, in un periodo di persecuzione della Chiesa e di violenza contro tutta la popolazione. I loro nomi si aggiungono alle centinaia di altri testimoni, noti e sconosciuti, che hanno fecondato con il loro sangue questa terra (vedi Fides 13/2/2020).
I tre sacerdoti sono Missionari del Sacro Cuore di Gesù, tutti nati in Spagna. Padre José María Gran Cirera fu inviato in Guatemala nel 1975, dove si impegnò con i poveri e gli indigeni. Venne assassinato il 4 giugno 1980 insieme al sacrestano e catechista Domingo del Barrio Batz, anche lui tra i nuovi beati, mentre rientravano da una visita pastorale ad alcuni villaggi. Padre Faustino Villanueva Villanueva nel 1959 fu inviato in Guatemala, dove ebbe incarichi pastorali in diverse parrocchie della diocesi di Quiché. Fu assassinato il 10 luglio 1980. Padre Juan Alonso Fernández fu inviato in Guatemala nel 1960, lo stesso anno della sua ordinazione. Dal 1963 al 1965 fu missionario in Indonesia. Tornato in Guatemala, fondò la parrocchia di S. Maria Regina a Lancetillo. Fu torturato e assassinato il 15 febbraio 1981.
Insieme a loro verranno beatificati 7 laici, oltre a Domingo del Barrio Batz, sposato, ucciso insieme a padre Cirera, ci sono Juan Barrera Méndez, 12 anni, membro dell’Azione Cattolica; Tomás Ramírez Caba, sposato, sacrestano; Nicolás Castro, catechista e ministro straordinario della Comunione; Reyes Us Hernández, sposato, impegnato nelle attività pastorali; Rosalío Benito, catechista e operatore pastorale; Miguel Tiu Imul, sposato, direttore dell’Azione Cattolica e catechista.
Nel loro messaggio che porta la data del 21 marzo, i Vescovi del Guatemala ricordano che “nel corso della storia della Chiesa, in tempi e circostanze differenti, uomini e donne, fedeli discepoli del Signore, hanno versato il loro sangue fino alla morte. Con il sacrificio della propria vita, hanno suggellato le convinzioni più profonde che hanno animato la loro vita: vivere come Gesù, dare la loro esistenza per gli altri e partecipare al loro destino. Destino di persecuzione e morte.”
Nella storia recente del Guatemala, nel 2017 sono stati beatificati altri quattro martiri, che “negli anni del conflitto armato interno, hanno versato il loro sangue perché erano convinti che non ci fosse amore più grande che dare la vita per gli altri, soprattutto quando la Chiesa cattolica ha insistito per difendere i valori del Regno, proclamati dal Signore Gesù: la difesa della dignità umana, il rispetto della vita, la giustizia sociale e la difesa dei più deboli e vulnerabili”.
“Ora – proseguono -, il Signore ci offre nuovamente l’opportunità di lodarlo e ringraziarlo poiché il prossimo 23 aprile saremo testimoni della Beatificazione dei Martiri della Diocesi di Quiché”. Nel messaggio i Vescovi ricordano che nella diocesi di Quiché l’evangelizzazione si intensificò negli anni 40 del secolo scorso, coinvolgendo molti uomini e donne “per Dio, per la Chiesa e per la società”. La loro vita era contrassegnata dalla fede, dalla carità e dalla preghiera, la stessa fede nella Risurrezione che diede loro la forza di affrontare le sofferenze e la morte. “La loro testimonianza e il loro esempio ci aiutano a confermare la nostra fede nella risurrezione di Cristo e ci offrono l’opportunità di onorarli perché anche loro hanno dato la vita per i propri nemici. Il ricordo della loro vita e delle loro opere riafferma la speranza che si deve morire per vivere e che non c’è amore più grande che dare la vita per gli altri”.
La vita dei nuovi beati è caratterizzata dalle loro opere, proseguono i Vescovi, in quanto erano convinti che il cristiano non può disinteressarsi della realtà in cui vive o chiudersi in un individualismo egoista, sordo alle grandi necessità del suo popolo e delle sue comunità. Furono promotori di giustizia, costruttori di pace, artigiani del bene comune, difensori della persona e dei suoi diritti, annunciatori del Vangelo e costruttori appassionati del Regno di Dio, con una totale fiducia in Cristo, che gli dava forza per affrontare prove, umiliazioni e calunnie.
“Mentre li contempliamo come martiri della Chiesa, un canto di gratitudine e di lode esce dai nostri cuori – conclude il messaggio -. Benedetto è il sangue versato da questi nostri fratelli, perché loro, con la loro testimonianza, ci hanno mostrato cosa significa amare Gesù Cristo… Beati i martiri di un popolo indigeno benedetto dalla fede in Gesù Cristo, perché ci hanno mostrato fino a che punto può arrivare la dedizione di un catechista o di un missionario. Dio è stato grande con noi perché in mezzo alla violenza incontrollabile di quegli anni terribili brillavano luce e speranza, e oggi si raccolgono i frutti della fedeltà e della santità della loro testimonianza”. (SL) (Agenzia Fides 24/03/2021)

Appello dei Vescovi

 Di fronte alle “evidenti e prolungate difficoltà” per eleggere i membri delle Corti di giustizia: Suprema, di Appello e di Costituzionalità, come cittadini e Pastori della Chiesa in Guatemala, i Vescovi propongono le loro riflessioni in un comunicato dal titolo “Il Signore ama la giustizia” (Sal 37,28), pervenuto all’Agenzia Fides.
Innanzitutto la Presidenza della Conferenza episcopale evidenzia che “Ogni paese che vuole vivere nello stato di diritto ha bisogno di un sistema di amministrazione della giustizia che sia affidabile, adeguato alla legge ed esercitato da persone probe, onorevoli, che conoscono il Diritto e indipendenti di fronte a pressioni di qualsiasi tipo da parte di qualsiasi gruppo o persona”. Rilevano inoltre la necessità che gli operatori della giustizia “non siano eletti o imposti da organizzazioni legate apertamente o velatamente alla criminalità organizzata e al narcotraffico”.
Nelle loro riflessioni i Vescovi ricordano poi che il sistema di elezione dei giudici e dei magistrati stabilito nella Costituzione del 1985, “è stato stravolto da una diversità di interessi, il più delle volte illegali, quando non apertamente delittuosi e criminali”, che stanno facendo morire la giustizia e la sua amministrazione in Guatemala, e la fiducia in essa.
“I continui scandali legati alle persone legate ai processi elettorali di integrazione delle Corti costituiscono un dramma che mette in discussione l’esistenza stessa dello Stato di diritto nel Paese” ammoniscono i Vescovi, che esortano: “Come Chiesa cattolica, nella ricerca del bene comune come norma suprema di convivenza, esortiamo i responsabili, attivi e passivi, dei processi elettorali delle Corti, a contribuire a rendere possibile la credibilità nell’amministrazione della giustizia e nella giusta scelta dei suoi amministratori”.
Infine invocano Dio affinché illumini e sostenga “coloro che possono contribuire al rafforzamento della giustizia in Guatemala, giustizia che il nostro popolo desidera e che il Guatemala merita”. (SL)

(Agenzia Fides 01/03/2021)

Intervista all’infermiera Damaris Picon Lopez

In un contesto di Cooperazione internazionale crediamo sia importante il confronto e l’ascolto come anche la condivisione di idee.
Tramite Alvaro Aguilar Aldana, il nostro referente progettuale in Guatemala, abbiamo fatto alcune domande a Damaris Picón de Lopez, infermiera Ausiliaria, che per un periodo abbastanza lungo, interrotto dalla venuta della pandemia, ha lavorato presso il nostro Comedor Infantil. 
Le abbiamo fatto qualche domanda  per conoscerla come Infermiera ma soprattutto come persona.
Buongiorno Damaris, ti presenti?
Mi chiamo Damaris e sono infermiera dal 2010. Lavoro presso il Ministero della Sanità Pubblica dal 2015 e attualmente nella zona rurale, nei villaggi tra le montagne o comunque lontano dai centri abitati, dalle grandi città.  Sono madre di 2 bambini. Dopo le scuole medie ho studiato un anno diventando Infermiera ausiliaria perché la mia famiglia non poteva permettersi di farmi studiare all’Università. Ho studiato per poter avere un lavoro ed essere d’aiuto alle persone.
In Guatemala com’è il percorso di studi per diventare infermiera?
E’ di due tipi: Auxiliar de enfermería (infermiera Ausiliaria). Si studia un anno in una scuola dove si accede con il titolo di studio di terza media. Si diventa invece Enfermera Profesional (Infermiera professionale) studiando tre anni in Università.
Sono più le donne o gli uomini che studiano per diventare Infermiere?
In Guatemala ci sono un po’ più donne che studiano infermieristica ma c’è anche un buon numero di uomini interessati. Dove lavoro io ci sono 45 infermiere e solo 2 infermieri.
Si trova facilmente lavoro come Infermiera professionale o come Ausialiaria d’Infermieristica? 
Nel ministero della Sanità pubblica ci sono sporadiche opportunità di trovare lavoro, di essere assunte. Chi lavora per il Ministero sa che farà un lavoro impegnativo e duro perché bisogna camminare molto per raggiungere le comunità, specialmente quelle in montagna. A livello privato ci sono più opportunità di essere assunte anche se lo stipendio è basso. In questo periodo di pandemia sono però aumentate le occasioni di lavoro .
Dove può lavorare un’Infermiera’ 
A livello governativo i luoghi sono gli ambulatori presenti nei villaggi, negli ospedali regionali oppure in quelli nelle grandi città. Privatamente si può essere assunti negli ambulatori o negli ospedali anche se il salario è basso, senza troppe garanzie e con turni pesanti.
Come si lavorare in un paese come il Guatemala dove ci viene detto che l’assistenza sanitaria non è accessibile a tutte le persone che ne hanno bisogno quando si ammalano?
È molto difficile perché mancano risorse per essere in grado di soddisfare tutte le esigenze delle persone, soprattutto nelle zona rurale dove manca tutto. Non ci sono medici ma solo infermieri e se si verificano emergenze i pazienti devono essere mandati negli ospedali.
Puoi raccontarci com’è una tua giornata?
Mi alzo molto presto, alle 4 del mattino, alle 6 sono già in viaggio verso le comunità montane. Impiego un paio d’ore per arrivarci con un veicolo a doppia trazione o in moto. Con il tempo piovoso è molto difficile arrampicarsi a causa delle strade sterrate e senza manutenzione. Arrivata al posto di salute, pulisco l’ambulatorio, preparo il materiale che utilizzerò e inizio a prendermi cura delle persone. La media è di 45 visite giornaliere. Si arriva fino a 80 bambini durante i giorni delle vaccinazioni. A volte salto anche il pranzo per il tanto lavoro che c’è. Nel posto di salute sono da sola. Termino il turno alle 16 per arrivare a casa alle 18 circa. Preparo la cena per la mia famiglia e poi vado a dormire.
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Hai lavorato nel Comedor Infantil, il progetto che abbiamo a Santa Gertrudis. Cosa facevi?
Ho lavorato un anno e mezzo, dopo di che ho dovuto interrompere la collaborazione perché il Ministero della salute, causa la pandemia, mi ha chiesto più tempo al lavoro nelle comunità, aumentandomi le ore. Quello che ho fatto al Comedor mi è piaciuto molto perché mi sono occupato degli anziani e dei bambini. Ho fatto visite a domicilio incontrando e parlando con le persone. Il mio lavoro consisteva nella misurazione dei parametri vitali (controllo della pressione arteriosa e della glicemia), prevenzione ed educazione sanitaria, supporto al medico nelle visite che mensilmente si facevano all’interno del Comedor, organizzazione e preparazione delle giornate dedicate all’esecuzione del pap test.
Quando entri nelle case delle persone cosa trovi?
Molte necessità, molte persone bisognose, molti bambini con necessità educative … È così difficile spiegare la situazione che incontro nelle comunità. I sentimenti sono molti…
Quanto è importante educare le persone alla prevenzione delle malattie?
Il lavoro che faccio non riguarda solo la cura. Educare è molto importante perché curarsi è difficile a causa della mancanza di medicinali e forniture per cui si può incidere educando le persone. Ecco perché la prevenzione con l’educazione diventa sempre più necessaria.
Di cosa soffrono le persone che assiti a domicilio?
Diarrea, polmonite, raffreddore, tosse; dopo l’esecuzione di pap test si evidenziano casi di cancro uterino ma soprattutto c’è molta malnutrizione e questo influenza anche il processo di apprendimento dei bambini.
Come può essere d’aiuto un’infermiera in un paese in cui la violenza contro le donne, il machismo maschile e la differenza di genere sono molto comuni?
Nonostante tutta questa violenza, l’infermiera è ben vista e apprezzata. Il machismo nella parte montuosa del Guatemala è molto presente. Non si può, ad esempio, parlare liberamente di pianificazione familiare. L’infermiera è molto rispettata ma bisogna fare attenzione quando si parla di questi argomenti con le famiglie.
Abuso di droghe e prevenzione: quale ruolo può avere l’infermiera?
Nella zona in cui lavoro non ci sono problemi di droga, forse a causa della situazione economica che fa si che le persone non abbiamo soldi da spendere per comprarsi la droga. Ci sono invece problemi relativi all’abuso di alcol. L’infermiera ha sicuramente un ruolo molto importante dal punto di vista educativo e preventivo nell’affrontare problematiche di questo genere.
Infermieri e povertà. Cosa pensi tu che ogni giorno entri nelle case di persone che vivono in condizioni di fragilità e talvolta di estrema povertà?
Mi sento impotente non potendo fare nulla vedendo persone abbandonate al loro destino. Come ho detto prima, ci sono molti sentimenti che si provano di fronte a molte situazioni di povertà, a volte estrema, presenti nel paese.
Sanità pubblica o privata. Servizi sanitari gratuiti o a pagamento. Farmaci gratuiti o a pagamento. Cosa ne pensi?
La salute deve essere accessibile a tutti. In Guatemala è stata privatizzata e il privato ne ha tratto grandi profitti, soprattutto con i medicinali. Sebbene la legge dice che tutti hanno diritto gratuitamente di curarsi, non è così.
C’è una figura come l’infermiera scolastica nelle scuole guatemalteche?
Non c’è l’infermiera nelle nostre scuole. Sono i centri sanitari governativi ad essere responsabili del sistema di sorveglianza sanitaria scolastica. Nelle scuole sarebbe utile ed importante esserci, per quanto possibile, per portare formazione, prevenzione ed educazione ma si presta pochissima attenzione a causa dell’elevata domanda di assistenza, di cure, di interventi da parte della popolazione che vive nelle comunità per cui la medicina scolastica passa in secondo piano.
Cosa metti nella tua borsa quando vai al lavoro?
Porto un po’ di tutto: attrezzatura da lavoro, acqua, un pane, un frutto. Ora non manca il gel antibatterico oltre a portare ogni giorno una scorta di medicinali per le esigenze più importanti delle persone di cui devo occuparmi.
Consiglieresti a tuo figlio o a tua figlia di studiare infermieristica?
Si lo consiglierei, anche se si tratta di una professione impegnativa dove si fanno tanti sacrifici. Purtroppo il salario mensile è basso. I miei figli dicono che non vogliono fare l’infermiera perché li lascio soli per ore e ore.
Come hai lavorato in questo periodo di Covid?
Abbiamo riposato poco. Quando ci è stato detto che c’erano i primi casi di coronavirus e che dovevamo intervenire ero molto preoccupata a causa delle poche informazioni che avevamo. Siamo andati dove ci è stato detto, non importava se avevamo una famiglia, se tra i nostri famigliari c’era qualcuno ammalato. Siamo andati dove ci hanno mandato. Ho imparato a fare i tamponi e prendermi cura delle persone. Sono stata lontano da casa e lontano dalla mia famiglia per 2 mesi… è stata un’esperienza molto forte.
In Italia, gli infermieri che hanno lavorato durante il covid sono considerati eroi anche se non ci piace questa parola. 
Come ti consideri?
Mi considero “privilegiata” per aver servito e aiutato la mia comunità però non posso non avere paura di tornare a casa pensando di poter infettare la mia famiglia. Siamo tutti vulnerabili alla pandemia, ma sappiamo che altre persone nei villaggi hanno ancora bisogno di noi per ottenere conforto di fronte alle loro sofferenze.
Vi ringrazio molto per questa intervista che mi aiuta a riflettere su quello che faccio.

Il Cardinale Ramazzini: conciliare il rispetto delle leggi di ogni paese e il diritto alla migrazione

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – Dopo che l’Honduras ha chiesto al governo del Guatemala una investigazione sui fatti di violenza accaduti contro i migranti nel Guatemala (vedi Fides 21/01/2021), la comunità internazionale ha aperto gli occhi su questo grande gruppo di migranti che continuano la loro marcia verso gli Stati Uniti.
Il Vescovo della diocesi di Huehuetenango, il Cardinale Álvaro Ramazzini, ha rilasciato un’intervista al giornale Prensa Libre in cui parla della emigrazione e si sofferma su quella che ritiene la principale causa, la povertà, definita “una forma di violenza strutturale”.
“Tutti hanno il diritto di migrare, soprattutto nelle situazioni in cui hanno bisogno di sfuggire a persecuzioni e pericoli che minacciano la vita, come la povertà, che è un attentato alla vita perché molte persone, con i livelli di povertà in cui vivono, non possono avere una vita decente” afferma il Cardinale.
Riguardo alla violenza sofferta dal gruppo di migranti, il Cardinale prosegue: “Indubbiamente le leggi di ogni paese devono essere rispettate, dobbiamo riconoscere la loro sovranità, ma allo stesso tempo dobbiamo riconoscere il diritto alla migrazione. Come combinare i due principi è complicato, ecco perché abbiamo sollecitato i governi a richiedere politiche che favoriscano la presenza dei migranti perché non sono tutti criminali o ladri.”
Il Cardinale Ramazzini, dinanzi alla realtà del Guatemala, commenta: “Questo paese non ha implementato politiche per promuovere una maggiore occupazione per le persone. I contadini sono stati abbandonati e lo stesso sistema di riscossione delle tasse, che dovrebbe consentire di avere risorse per soddisfare i bisogni del resto dei guatemaltechi, non ha funzionato. Per questo la Conferenza Episcopale dell’America Centrale chiede che ci sia un incontro dei Presidenti per affrontare questo tema in modo globale e fare fronte comune. Questa situazione non può essere risolta con la sola repressione o con un rigoroso controllo delle frontiere. Proposte e azioni comuni dovrebbero venire dal SICA (Sistema di integrazione centroamericano), che ha a che fare con la mancanza di soluzioni strutturali che causano povertà e violenza.”
Alla fine dell’intervista il Cardinale ricorda che la responsabilità è di tutti: “Siamo tutti responsabili a diversi livelli: famiglie, politici, legislatori che non favoriscono leggi che promuovono lo sviluppo, uomini d’affari che in genere cercano solo i propri interessi, sindacati e organizzazioni sociali che non diventano agenti di sviluppo. Qui siamo tutti responsabili.”
(CE) (Agenzia Fides 09/02/2021)

“I debiti di oggi sono la fame di domani”

Dopo le proteste i Vescovi invitano al dialogo

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – L’invito ai cittadini guatemaltechi a mantenere la calma e a promuovere il dialogo, dopo le manifestazioni popolari che da sabato 21 novembre protestano contro il governo, è venuto ieri da Mons. Gonzalo de Villa y Vásquez, Arcivescovo di Santiago del Guatemala e Primate del paese.
I manifestanti, che sabato hanno perfino dato alle fiamme parte dei locali del Congresso, hanno provocato scontri con la polizia che sono proseguiti lunedì 23, nonostante l’annuncio del Congresso, fatto la mattina presto dello stesso giorno, che si sarebbe rivisto il bilancio generale per il 2021. Il suo presidente, Allan Rodríguez, lo ha annunciato in un messaggio preregistrato, insieme ad altri 16 deputati di vari blocchi affiliati al partito al governo. Nell’annuncio, tuttavia, non ha spiegato quali modifiche saranno apportate.
Il Progetto di bilancio dello Stato 2021 è stato bocciato da tutti i settori sociali, ed è causa delle proteste scoppiate il 19 novembre, prima sui social e poi in piazza, dove ancora continuano, per aver aggravato il debito nazionale e per essere stato approvato in modo poco chiaro da parte del Congresso.
La Conferenza Episcopale del Guatemala (CEG) aveva pubblicato, lo stesso giorno, una dichiarazione in cui affermava: “Il modo in cui è stato approvato ha generato indignazione in settori molto diversi del Paese per il modo opaco e sicuramente torbido con cui si è deciso di raggiungere la maggioranza qualificata dei voti”.
L’approvazione del bilancio si è svolta alle 5 del mattino del 18 novembre senza che tutti i deputati potessero avere accesso al contenuto, secondo la stampa locale. Così molti settori sociali hanno rilanciato il messaggio della CEG, che dice testualmente: “Da dieci anni consecutivi approviamo preventivi sottofinanziati, ma mai prima d’ora per importi così sproporzionati come quest’anno. L’indebitamento del Paese sta raggiungendo livelli francamente preoccupanti e i debiti di oggi saranno la fame di domani. L’eliminazione o la riduzione di elementi importanti sembra esprimere risentimento ma anche miopia etica”.
La richiesta finale del documento – “Chiediamo al Presidente della Repubblica di porre il veto a questo bilancio e di farlo per il bene del Paese” – è stata accolta, ma la popolazione è ancora per strada esprimendo il malcontento per il modo di agire del Congresso. Secondo la ultime notizie, il governo ha accettato di aprire “tavoli di dialogo” con i diversi settori sociali per rivedere il tutto.
(CE) (Agenzia Fides 25/11/2020)

Gli auguri di Natale del presidente “Amici del Guatemala”

Cari amici del Guatemala,
ho terminato da qualche giorno la lettura dell’enciclica: «Fratelli tutti» (Fratres omnes), di Papa Francesco. Un testo denso e ricco di incitamenti e stimoli per la vita.
È da molti anni che camminiamo insieme per la strada che ha due binari di cui parla papa Francesco: la solidarietà e la fraternità. E desidero, prima del Natale, inviarvi un pensiero perché questa forzata lontananza non ci disunisca e non ci scolli gli uni dagli altri, sbriciolati in una vita solitaria. Dobbiamo sentirci uniti e vicini, ancora «assembrati» nel dare significato e valore alla nostra esistenza, comunque essa sia e comunque in essa ci sentiamo. Questo è un incoraggiamento a non perdere il senso del nostro vivere quotidiano, anche se ci sembra banale, monotono, inutile… Non è così, perché il valore di noi stessi non è misurato né con i tamponi né con il termometro.
E questo è lo scopo per cui è stata scritta l’enciclica, che tenterò di riassumervi in altre parole. Essa desidera di provocare in ogni uomo una considerazione sul senso del suo esistere, perchè certamente non troveremo mai un senso alla nostra vita, né potremo dare valore alla nostra quotidianità, né accresceremo la nostra dignità di uomini e di donne nel puro ammassare ricchezze materiali o nell’inseguire proprietà e profitti economici. Così non sarà la politica, né l’economia né i giochi di potere che potranno dirci o misurare la nostra dignità e il nostro valore umano.
Il potere e l’economia guardano ai profitti dei mercati, al commercio delle armi, ai guadagni tratti dalle malattie e disgrazie altrui, sono interessati ai vantaggi derivanti dalla cultura di violenza, dallo sfruttamento sulla povertà, dall’usofrutto di gente disperata, o quanto rende inquinare l’aria, la terra, il mare… e la stessa pubblicità che incita a quella distruzione.
L’economia e i poteri non guardano e non misurano la lealtà delle persone nelle loro relazioni, la giustizia sociale, l’onestà nella vita pubblica. Non calcolano la sofferenza e l’impegno all’amicizia, all’amore, alla solidarietà e alla fraternità delle famiglie, delle persone. Non sono interessati al malato, al vecchio, all’invalido, … se non per guadagnarci. Non considerano la qualità dell’educazione, la gioia delle relazioni di pace, dei valori e dei pregi, o anche la poesia dei cuori che le persone hanno in loro stesse da esaltare e far vivere…
Insomma una società votata al denaro e al potere ci può costringere a vivere come si vive, ma non ci aiuta e non ci fa capire se ne siamo degni e se meritiamo di vivere.
In sostanza questa è l’enciclica. La ricordo perché il nostro comune cammino di «Amici del Guatemala» è stato quello di generare in noi un sentito dignitoso, che esaltasse le qualità, i valori, gli ideali umani e vitali che ciascuno di noi si porta dentro e che spesso da soli non si riescono a manifestare e a testimoniare. Siamo una comunità, piccola ma sempre una valida comunità di persone che si sentono unite nel testimoniare la bellezza, la grandezza di ogni essere umano quando vive la ricchezza della sua umanità. Un uomo vale l’umanità, dunque sentiamoci uniti in questo cammino nel bene, faticoso ma degno di essere vissuto: una persona che non vive per servire, non serve per la vita.
Sempre uniti nel bene: Buon Natale a tutti.
Athos Turchi
AMICI DEL GUATEMALA ONLUS
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I Vescovi per la festa dell’indipendenza: “celebriamo la nostra libertà come dono e come impegno”

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – “Voi siete stati chiamati alla libertà” (Gal 5,13): questo il versetto biblico che apre il Messaggio dei Vescovi del Guatemala, pubblicato con la data dell’8 settembre, in occasione dell’anniversario dell’Indipendenza politica del Paese.
Articolato in 5 punti, il Messaggio inizia riflettendo sul valore della libertà, a 199 anni dall’indipendenza, e sulla necessità di continuare a lavorare per costruire un futuro migliore. “Osservando serenamente la situazione sociale, politica ed economica – scrivono i Vescovi – vediamo una situazione cronica di povertà e miseria di milioni di guatemaltechi, la mancanza di accesso ai servizi sanitari di base, di alloggi dignitosi, di lavoro, di salari equi e di un’istruzione di qualità, l’abbandono della terra da parte dei contadini, l’assenza di una riforma agraria complessiva in grado di generare sviluppo, l’indebolimento e il discredito delle istituzioni rappresentanti lo Stato, mentre la violenza e la corruzione sono mali antichi, che non sono mai stati risolti e che oggi esigono soluzioni con particolare urgenza”.
Quindi i Vescovi si soffermano sulla pandemia di coronavirus, che si aggiunge al quadro “triste e angosciante” del paese, causando una “situazione dolorosa e sconcertante”, che ci chiama a guardare all’essenziale, “a quelle cose senza le quali sarebbe un’aberrazione dirci liberi, cioè la promozione della dignità umana e la difesa dei diritti e degli obblighi che ne derivano”.
Viene quindi messa in rilievo l’importanza della solidarietà “che non si ferma alle elemosine, ma richiede azioni per trasformare l’ordine sociale. È necessario creare opportunità di partecipazione e inclusione che siano la conseguenza di leggi generali basate sul diritto e su un sistema giudiziario imparziale che agisca con tempestività e correttezza. È necessario creare opportunità sanitarie e educative che siano conseguenza di politiche pubbliche orientate al bene comune. Questo getterà le basi fondamentali perché tutti vedano riconosciuti nella pratica la propria dignità, i diritti fondamentali e la libertà”.
Quindi il Messaggio invita alla custodia del creato, seguendo l’insegnamento di Papa Francesco. Nell’ultimo punto i Vescovi invitano a mantenere viva la speranza, nonostante le limitazioni alle celebrazioni pubbliche della fede, e ad agire su questa base, ricordando che anche in mezzo al dolore e alla malattia, nulla può separarci dall’amore di Dio manifestato in Cristo Nostro Signore Gesù (cfr Rm 8,35-39). Nella conclusione, esortano tutti “a celebrare la nostra libertà come dono e come compito”, affidandosi alla protezione della Vergine Addolorata, Madre fedele e incondizionata, perché “ci protegga e in questi tempi difficili ci mostri Gesù”. (SL) (Agenzia Fides 11/9/2020)

I Vescovi a Stati Uniti e Messico: in tempo di pandemia “fermate le espulsioni in nome del popolo che soffre”

Agenzia Fides 16/04/2020

Ad un mese dall’inizio delle restrizioni imposte per contenere la pandemia di Covid 19, i Vescovi del Guatemala rilevano che parte dei connazionali non sembra aver preso piena coscienza della gravità della situazione, sono inoltre preoccupati per i molti lavoratori che vivono alla giornata e per le numerose paure che nascono in questa situazione, di fronte alle quali esortano a non rassegnarsi e a non perdere la speranza: “Tutti possiamo contribuire e collaborare in questi momenti affinché la solidarietà rimanga elevata e sia vissuta nelle comunità”.

I Pastori della Chiesa cattolica sono particolarmente angosciati dall’enorme numero di connazionali espulsi dagli Stati Uniti e dal Messico, insieme a cittadini dell’Honduras, in seguito alla crisi provocata dalla pandemia di coronavirus, che ha spinto ad accelerare i processi di deportazione. “Come è possibile che il governo degli Stati Uniti e quello del Messico continuino con queste espulsioni durante la crisi che ci colpisce, nel contesto di una precarietà nazionale in termini di servizi sanitari e strategie per contenere la pandemia? Non sono più utili alla società americana, in particolare se hanno contratto il coronavirus? Se i governi degli Stati Uniti e del Messico si sono sempre mostrati campioni della difesa dei diritti umani, perché ora dimostrano il contrario?” si chiedono i Vescovi guatemaltechi che sottolineano: “L’esempio che i due governi danno al mondo intero in questo modo è di non avere il minimo senso di umanità”.
Nella loro dichiarazione, pervenuta a Fides, intitolata “Sottoposti alla prova, manteniamo la speranza”, i Vescovi rilevano con dolore che anche in Guatemala si vede la mancanza di solidarietà delle comunità, che si rifiutano di riaccogliere i loro connazionali espulsi. Soli e senza denaro, sono vittime di discriminazione e rifiuto, mentre quando inviavano le rimesse venivano accolti con grande gioia: “E’ questo lo spirito cristiano? E’ questa la solidarietà nazionale?” chiedono.
Data la gravità della situazione, i Vescovi alzano la loro voce “per domandare ai governi degli Stati Uniti e del Messico di fermare le espulsioni in nome del popolo che soffre”. “Sia negli Stati Uniti che in Messico e anche noi in Guatemala ci consideriamo per la maggior parte cristiani – proseguono -, perciò ci appelliamo a questo sentimento religioso perché la nostra voce sia ascoltata”.
Richiamando lo spirito della Pasqua, spirito della Risurrezione di Gesù, che ci dà forza e speranza in questo tempo incerto e difficile, concludono: “Se soffriamo per il contagio dobbiamo anche contagiarci di speranza e di spirito fraterno” (SL)