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I Vescovi: in pericolo il già fragile Stato di diritto nel Paese

Città del Guatemala, 11 gennaio 2019 (Agenzia Fides)

“Enorme preoccupazione e grande indignazione di fronte agli avvenimenti degli ultimi giorni” sono stati espressi dai Vescovi del Guatemala in un comunicato firmato dal Presidente della Conferenza Episcopale del Guatemala, Mons. Gonzalo de Villa Vasquez, Vescovo di Sololà-Chimaltenango, e dal Segretario generale, Mons. Domingo Buezo Leiva, Vescovo di Izabal, che porta la data del 10 gennaio. Continua la lettura di I Vescovi: in pericolo il già fragile Stato di diritto nel Paese

Guatemala: il presidente Morales espelle la Commissione contro l’impunità. Mons. Bianchetti (Quiché), “decisione vergognosa

AGENZIA SIR (Servizio Informazioni Religiose) 


“Da condannare e vergognosa”. Così mons. Rosolino Bianchetti, vescovo di Quiché, definisce sul quotidiano “Prensa Libre” la decisione del presidente del Guatemala, Jimmy Morales, di espellere la Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala (Cicig), che ha già lasciato il Paese per ragioni di sicurezza. Ieri molti cittadini sono tornati in piazza, a Città del Guatemala, davanti alla Corte costituzionale (che in questi mesi ha fatto da argine alle decisioni di Morales) per manifestare contro la scelta del presidente, che, dopo un iniziale appoggio, già da circa un anno e mezzo ha iniziato la sua personale guerra contro la Commissione appoggiata dall’Onu, che aveva cominciato a mettere nel mirino anche i comportamenti del presidente. Ha commentato mons. Bianchetti al quotidiano guatemalteco: “Quando non si toccavano i suoi amici corrotti, tutto andava bene, però quando si sono iniziati a conoscere i maneggi che stavano facendo i politicanti al suo fianco, è iniziata la guerra contro la Cicig”.
Mons. Bianchetti esprime preoccupazione per l’immediato futuro: “Sarà triste vedere Otto Pérez Molina o Roxana Baldetti (presidente e vicepresidente del Guatemala tra il 2012 e il 2015, ndr) liberi, perché non è stato possibile concludere le inchieste”.
Anche dalla società civile arrivano reazioni di condanna e preoccupazione. In un comunicato pervenuto al Sir, per esempio, la Municipalità indigena di Sololá parla di “pagina nera per la democrazia”, di un “autentico sequestro della democrazia orchestrato dalle vecchie mafie del potere economico e militare, che cercano solo di recuperare il potere perduto”. Alla fine del 2015 Morales, ex comico di professione, era stato eletto sull’onda dell’indignazione per l’emergere di una corruzione generalizzata che coinvolgeva i suoi predecessori.

Il presidente del Guatemala è sempre più impopolare

da “Internazionale” del 21 settembre 2018

Jimmy Morales non rinnoverà il mandato alla commissione internazionale istituita per contrastare la corruzione nel paese. Una decisione che ha scatenato molte proteste

Jimmy Morales, il presidente del Guatemala, si sente forte. Ha il so­stegno di molti imprenditori, di una parte dei militari e della cosiddetta stampa alle dipendenze del corruttore della politica, l’imprenditore Àngel Gonzàlez. Ma le sue iniziative ammantate di autorita­rismo dimostrano solo la sua profonda de­bolezza. E nel frattempo la sua impopolari­tà aumenta.

Il 31 agosto Morales ha annunciato con un anno di anticipo che non rinnoverà il mandato alla Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala (Cicig), un organismo internazionale indipendente creato nel 2007 con un accordo tra il gover­no guatemalteco e le Nazioni Unite. Mora­les era circondato da militari e poliziotti in uniforme, e davanti agli uffici della Cicig si erano appostati veicoli militari donati dagli Stati Uniti. L’immagine ha fatto molto di­scutere per la sua aria minacciosa. Il 3 set­tembre alcuni dipendenti della Direzione per la migrazione, un ufficio del ministero dell’interno, hanno fatto trapelare un docu­mento che vietava al commissario capo del­la Cicig, il colombiano Ivan Velàsquez, di rientrare nel paese. Il giorno dopo Morales ha spiegato che Velàsquez, all’estero per lavoro, non poteva tornare in Guatemala perché era considerato una minaccia per la sicurezza nazionale. Poi ha chiesto ad Anto­nio Guterres, segretario generale dell’Onu, di designare un sostituto.

Dopo il discorso di fine agosto Morales ha abbandonato la sala lasciando alla mini­stra degli esteri, Sandra Jovel, il lavoro spor­co. Jovel ha parlato di presunte illegalità commesse dalla Cicig per spiegare la deci­sione di revocare il mandato e di ordinarel’espulsione del commissario, all’estero per un viaggio di lavoro. Secondo un sondaggio recente la decisione del governo è impopo­lare. Il 67 per cento degli intervistati pensa che il problema principale del paese sia la corruzione, e otto persone su dieci conside­rano il Guatemala corrotto. Il 64,3 per cento è contrario alla decisione del presidente e il 65 per cento ritiene che il mandato della Ci­cig non sia stato rinnovato soprattutto per­ché “non conviene al governo”.

Prova di forza

Questi risultati si riflettono nel malconten­to sempre più forte dei cittadini. A Quetzaltenango, nell’ovest del paese, Mo­rales non ha potuto inaugurare la festa per il 1970 anniversario dell’indipendenza per­ché ancora prima del suo arrivo era chiaro che la sua presenza non era gradita. Dal 10 settembre ci sono state varie manifestazio­ni contro il governo: le autorità indigene di Sololà, il comitato di sviluppo contadino (Codeca), gli studenti dell’Universidad de San Carlos e alcune organizzazioni religio­se di base hanno protestato in tutto il paese.

Il 12 settembre a Città del Guatemala, sempre in occasione della festa dell’indipendenza, il presidente si è circondato an­cora una volta dell’esercito. Le forze specia­li della guardia presidenziale, armate con fucili d’assalto, hanno circondato il palazzo del parlamento. I militari erano affiancati da più di duemila agenti della polizia fatti arrivare nella capitale su ordine del gover­no, a discapito della sicurezza di tutti gli al­tri dipartimenti. Con i suoi provvedimenti autoritari, Morales sta cercando senza suc­cesso di dimostrare la sua forza. In realtà non è un presidente forte, ma piuttosto un leader che usa la forza. ♦_/?•

Da sapere

La decisione della corte

♦ Il 17 settembre 2018 la corte costituzionale ha ordinato al presidente Jimmy Morales di autorizzare l’ingresso nel paese di Ivan Velàsquez, capo della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala (Cicig). Morales gli aveva negato l’accesso all’inizio di settembre. Il governo, però, ha fatto sapere che non rispetterà l’ordine della corte. La Cicig, un organismo internazionale indipendente creato nel 2007, ha accusato il presidente e alcuni suoi familiari di pratiche illecite. Bbcmundo

Eruzione del vulcano del Fuego

 Città del Guatemala (Agenzia Fides) –  4 giugno 2018

Almeno 25 persone sono morte, 20 sono rimate ferite e 1 milione e 700 mila che vivono nella zona sono interessate in qualche modo dall’eruzione del vulcano del Fuego in Guatemala, 40 km a sud ovest della capitale. Questa eruzione, verificatasi ieri pomeriggio, ora locale, è la seconda registrata quest’anno. La prima ha avuto luogo il 1° febbraio, e il vulcano ha avuto allora 20 ore di attività. Secondo le informazioni ricevute dall’Agenzia Fides, il Coordinatore nazionale per la riduzione dei disastri del Guatemala (Conred), ha dichiarato che tra le 20 persone le ferite ci sono 12 bambini, quattro con ustioni di terzo grado. Ha inoltre confermato che nella zona interessata dal fenomeno vivono 1,7 milioni di persone.
Sergio García, direttore del Conred, ha dichiarato che la comunità di El Rodeo è stata una delle più danneggiate, perché è stata sepolta dalla lava e dalle ceneri: “Abbiamo persone scomparse, ma non sappiamo quante siano, perché il conteggio si sta facendo con le comunità”. Il governo del Guatemala, nelle prime ore di oggi, 4 giugno, ha decretato lo stato di calamità pubblica nei dipartimenti di Chimaltenango, Escuintla e Sacatepéquez, i più colpiti dall’eruzione del vulcano del Fuego. Inoltre è stato dichiarato il lutto nazionale per tre giorni in tutto il territorio del Guatemala.
Più di 3.100 persone sono state evacuate e portate in diversi centri nel pomeriggio di domenica 3 giugno, oggi i lavori di soccorso continuano. Tra le azioni già avviate oltre alla ricerca e alla localizzazione delle persone scomparse e all’allestimento di 3 centri di accoglienza nel dipartimento di Escuintla, viene fornita assistenza alle persone ferite, si valutano i danni e si analizzano i bisogni nelle aree colpite, con la mobilitazione delle squadre di pronto soccorso, tra le altre cose. Caritas Guatemala ha lanciato una campagna di aiuti a favore delle vittime: “dobbiamo unirci e aiutare coloro che soffrono per l’eruzione del vulcano di fuoco. Abbiamo bisogno di aiuti con cibo non deperibile, kit di pulizia e igiene personale … le nostre porte sono aperte da questo momento”.

 

In Guatemala le sfide quotidiane si vincono a colpi di pedali

Un articolo tratto dal mensile “La nuova ecologia” di dicembre 2016 segnala una bella realtà che si sta diffondendo in Guatemala specialmente nelle aree prive di energia elettrica, ma non solo. 

 

San Andrés Itzapa è una cittadina del Guatemala, sugli altopiai della Sierra Madre. Una delle aree più arretrate del paese, abitata dagli indigeni Kakchiquel, che vivono in condizioni difficili per la mancanza di acqua, infrastrutture ed elettricità. Qui l’ong Maya Pedal è diventata un punto di riferimento per le comunità rurali fornendo soluzioni a basso costo, funzionanti grazie all’ingegno e all’energia umana. Nella sua officina, da vent’anni, si progettano e costruiscono le bici-maquina. Vero e proprio fenomeno in Guatemala, che ha contagiato l’intera America Latina. Pompe dell’acqua a pedali, frullatori, trebbiatrici, lavatrici, smerigliatrici e generatori costruiti riciclando vecchie bici ed elettrodomestici. Ad avviarle è il movimento delle gambe, senza l’uso di combustibile o elettricità. «Quello che per gli altri è un rifiuto, per noi è oro – spiega Mario Juárez, presidente di Maya Pedal – Crediamo che rispetto al solare o all’eolico quella a propulsione umana sia la forma di energia più rispettosa del pianeta». Tutto è cominciato dall’incontro con i volontari della no profit canadese Pedal society: era il ’97, un anno dopo la fine di una sanguinosa guerra civile, durata trent’anni, e del genocidio che ha decimato intere comunità di etnia Maya. «Nel 2001 abbiamo fondato Maya pedal, per aiutare le famiglie più povere a ripartire. Da allora continuiamo a crescere di giorno in giorno». La più richiesta è la bici-mulino, in grado di macinare 15 quintali di cereali al giorno. Gettonatissima anche la bici-pompa dell’acqua, che può estrarre dai 18 ai 40 litri di acqua al minuto fino a 30 metri di profondità, risolvendo il problema dell’approvvigionamento idrico. Strumenti di uso quotidiano al servizio dell’agricoltura, ma anche delle microimprese, soprattutto al femminile. Per il Gruppo di sviluppo delle donne in azione, che produce shampoo organico con la polpa di acave, Maya Pedal ha creato la bici-liquadora, un frullatore azionato pedalando su una bici fissata a uno stallo, come una cyclette. Finora sono ventuno i modelli sviluppati, migliaia le bici-maquina fabbricate negli anni con il supporto di volontari e di donazioni internazionali. Come il Mit di Boston, che ha inviato un intero container di bici dismesse. Un’esperienza che ha fatto scuola e che si è diffusa in tutto il continente tramite workshop e grazie ai tutorial open source realizzati da Maya Pedal, disponibili e scaricabili sul sito dell’associazione mayapedal.org.

tratto daLa nuova ecologia” gennaio 2017

“Noi difendiamo la terra col sangue”: le uccisioni di ambientalisti in America latina

dal BLOGLe persone e la dignitàdel Corriere della Sera

2 SETTEMBRE 2016 | di 
epa05196995 Hundreds of people attend the funeral of Honduran activist Berta Caceres in La Esperanza, Honduras, 05 March 2016. Prominent Honduran environmentalist and indigenous activist Berta Caceres was shot dead by unknown assailants early 03 March morning in her home in Honduras. Caceres spent years advocated for the rights of the indigenous Lenca people and fought the construction of a major dam project near their settlements. Within the last week Caceres had warned that four of her colleagues had been killed and others threatened.  EPA/STR

Nel 2014, nel mondo sono stati assassinati 116 difensori dei diritti umani impegnati nella salvaguardia dell’ambiente: 88 di loro in America latina.

L’anno scorso, il numero globale è tragicamente salito a 185 così come quello degli ambientalisti uccisi in America latina: 122.

I due paesi più pericolosi al mondo per chi difende i diritti del territorio e delle sue popolazioni sono Honduras e Guatemala: negli ultimi due anni, si sono contati 20 omicidi in Honduras e 15 in Guatemala.

Questi due paesi hanno tassi di omicidio elevatissimi, rispettivamente 58,5 e 30 ogni 100.000 abitanti. Ma nel caso degli ambientalisti, si tratta di uccisioni mirate, spesso con la complicità o quanto meno l’inerzia delle autorità.

Secondo la Banca mondiale, il 62,8 per cento della popolazione honduregna e il 59,3 per cento di quella guatemalteca vivono sotto la soglia di povertà fissata a un dollaro al giorno. Si tratta per lo più di nativi o di contadini, e spesso i due gruppi coincidono, la cui sopravvivenza dipende dall’accesso alla terra o ad altre preziose risorse naturali.

Terra e risorse che gli ambientalisti difendono e che, come denuncia un rapporto appena pubblicato da Amnesty International, sono bramate dalle imprese che portano avanti progetti idroelettrici e minerari.

La notizia dell’omicidio di Berta Cáceres, avvenuto la notte del 2 marzo in Honduras, ha fatto il giro del mondo (nella foto, i suoi funerali). Ma, così come andava avanti prima della sua uccisione, gli attacchi agli ambientalisti sono proseguiti. Stavolta, con minore risonanza.

Sempre in Honduras, neanche due settimane dopo è stato assassinato Nelson García. Faceva parte del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e native dell’Honduras, l’organizzazione presieduta da Berta Cáceres. Il 6 luglio, in una discarica presso la frontiera col Messico, è stato ritrovato il corpo di Lesbia Urquía.

Intimidazioni e agguati stanno avvenendo anche nei confronti di chi cerca verità e giustizia per Berta Cáceres (qui, l’appello lanciato oggi da Amnesty International).

Il 2 maggio, il giornalista investigativo Félix Molina è sopravvissuto a un agguato mentre il 13 luglio è stato devastato lo studio dell’avvocato Victor Fernández, che difende i familiari di Berta Cáceres.

In Guatemala, sebbene quest’anno non vi siano state (ancora) vittime, è in atto una vergognosa campagna diffamatoria nei confronti degli ambientalisti che si oppongono ai progetti di sfruttamento delle risorse naturali del paese, in particolare quelle minerarie.

Uno dei principali quotidiani del paese, che ironicamente si chiama “Stampa libera”, ha recentemente pubblicato a tutta pagina un’intervista a uno dei dirigenti della compagnia mineraria nazionale che ha accusato di terrorismo le organizzazioni per i diritti umani. Un modo tragicamente efficace per mettere le loro vite in pericolo.

 

La fine di Misna, l’agenzia che ha raccontato le periferie del mondo

“È una follia chiuderla adesso

Il racconto del fondatore Padre Giulio Albanese: L’idea mi venne durante uno stage alla Cnn. La missione è quella di Papa Francesco»
PAOLO MASTROLILLI - INVIATO A NEW YORK
 «Rammarico, dolore e sofferenza». Sono le tre parole che padre Giulio Albanese usa per descrivere il suo stato d’animo, dopo la decisione di chiudere la Missionary International Service News Agency, l’agenzia di informazione che aveva fondato nel 1997. Poi aggiunge: «Questa è una scelta fuori dal tempo e dalla storia, in contraddizione con l’inizio dell’anno della misericordia. La missione che ci ha dato Papa Francesco è dare voce a chi non ha voce, raccontare le periferie del mondo. È una sfida culturale. E invece proprio ora, mentre in regioni come la Repubblica Centrafricana, la Somalia, il Congo, succedono cose terribili, la Misna viene chiusa».

 

Cominciamo dal principio. Come le è venuta l’idea di fondare un’agenzia basata sulle informazioni raccolte tramite i missionari, nelle zone più calde del mondo?

«Lavoravo ad Atlanta, per uno stage professionale alla Cnn. Restavano sempre stupiti per le notizie che riuscivo a trovare, grazie a questi contatti. Furono loro a farmi venire l’idea di fondare un’agenzia, usando la nuova tecnologia offerta da Internet. Così il 2 dicembre del 1997 pubblicammo il primo lancio».

Come è riuscito a costruire la Misna?

«Grazie all’aiuto degli istituti missionari, con 30 milioni di lire, un computer, un telefono dotato di due linee, e due traduttori. Stavamo in uno scantinato di San Pancrazio. Gli istituti mi avevano detto che dovevo coprire l’80% delle spese, e loro avrebbero messo il 20%. Ci sono riuscito per 7 anni. Il bilancio era salito a 600.000 euro e nel 2004 avevo assunto 12 professionisti».

Come ottenevate le notizie?

«Attraverso la rete dei missionari. Non erano giornalisti, ma li avevamo istruiti. Io andavo ogni anno a incontrarli. Erano diventati molto bravi a rispondere alle cinque W della professione, chi, cosa, dove, quando e perché, fornendo informazioni che nessun altro aveva».

Quali sono i colpi che ricorda con più soddisfazione?

«La denuncia dei massacri avvenuti nel 1998 nell’ex Zaire, le guerre in Guinea Bissau, Sierra Leone, i sequestri dei missionari. In genere, come per l’ex Zaire, arrivavano subito le smentite dei governi, in quel caso quello ruandese che era responsabile. Poi però la verità veniva sempre a galla».

Anche lei è stato sequestrato.

«Nel 2002, in Uganda. Eravamo entrati in contatto con uno dei gruppi più pericolosi, il Lord’s Resistance Army, e i ribelli non ci avevano trattati male. Il governo però aveva cambiato idea e deciso di attaccarci. Restammo prigionieri per due giorni dentro una capanna di metallo, senza mangiare, finché non ci liberarono e si scusarono».

Perché questi colpi erano così importanti?

«In quelle zone l’informazione è la prima fonte di solidarietà. Abbiamo salvato la vita a tanta gente, non perché fossimo bravi, ma perché rivelare quanto avviene attira l’attenzione internazionale e protegge le vittime».

Poi cosa è successo?

«Una struttura come la Misna aveva bisogno di investimenti e gestione professionale, non poteva andare avanti solo con la beneficenza. Il 30 novembre del 2002 riunimmo gli stati generali, a cui parteciparono 54 congregazioni. Tutti promisero sostegno, ma alla fine restarono solo in quattro, Consolata, Comboniani, Saveriani e Pime, a sostenere i costi. Io poi mi feci da parte, pensando che potessi essere il problema, ma non è bastato».

La chiusura era inevitabile?

«La Misna aveva difficoltà, ma la Cei aveva fatto una proposta molto generosa: coprire il bilancio per due anni; fornire un service composto da Avvenire, TV2000, Radio in Blu e Sir; offrire una persona per gestire la raccolta dei fondi».

Perché non è stata accettata?

«Non lo capisco. Gli istituti hanno detto che non è un problema di soldi, ma di personale. Il personale però è laico, e con questa proposta si poteva ripartire. È mancata la visione dell’importanza strategica dell’informazione, da parte della direzione degli istituti. Il mondo missionario ha fatto e continua a fare molto bene, ma sta invecchiando. Così è stato innescato questo meccanismo di eutanasia. Io però spero ancora che in qualche modo sia possibile resuscitare la Misna».

Fallito ultimo tentativo di salvare Misna

Roma, 8 gen. (askanews) – Non sono bastati gli appelli, le numerosissime manifestazioni di stima e solidarietà giunte nelle ultime settimane per scongiurare la chiusura della ‘voce di chi non ha voce’. L’assemblea dei giornalisti dell’agenzia missionaria Misna apprende oggi che anche l’estremo tentativo di salvare la testata, grazie al contributo e a una soluzione sostanziale proposta dalla Conferenza episcopale italiana, è stato fatto naufragare.

Ieri pomeriggio i superiori generali dei quattro istituti soci dell’agenzia (Missionari comboniani, Missionari della Consolata, Missionari Saveriani e Pime) hanno lasciato cadere nel vuoto la mano tesa di chi proponeva una ‘exit strategy’ alla crisi dell’agenzia. Con un voltafaccia inatteso e contrario agli auspici di buona parte del mondo missionario, del volontariato e dell’editoria cattolica e nazionale, i rappresentanti delle congregazioni hanno fatto tramontare ogni speranza per il futuro della testata che da 18 anni racconta l’attualità dei Sud del mondo.

Un vero e proprio tradimento nei confronti della redazione – che molto si era spesa in queste settimane per trovare una soluzione che ormai sembrava a portata di mano – ma soprattutto l’atto finale di un progressivo abbandono dell’unica realtà intercongregazionale nella quale i singoli istituti religiosi erano chiamati a lavorare insieme.

In tempi in cui si fa sempre più evidente la necessità di aprire al dialogo interreligioso ed ecumenico e all’inizio dell’anno del giubileo della Misericordia, è triste dover constatare che a spegnere la voce di Misna sia proprio l’incapacità delle diverse congregazioni missionarie a dialogare tra loro, mettendo da parte interessi particolari, a favore di un più ampio ‘bene comune’.

Una sfida persa per il mondo dell’editoria cattolica, di cui a fare le spese saranno non solo le stesse realtà missionarie, confinate ognuna nel suo angolo, i dipendenti laici e le loro famiglie, ma le periferie del mondo su cui, da oggi, cala un po’ più di silenzio.

Rete Solidarietà Italia Guatemala