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In America Centrale la povertà fa più danni del virus

Davanti alla cattedrale di San Salvador, 15 marzo 2020.
Coronavirus

Il nuovo coronavirus è arrivato in America Centrale, ma c’è arrivato timidamente. Il 12 marzo l’Honduras ha confermato i primi due casi. Il giorno dopo il Guatemala ha annunciato di avere un contagiato. Il presidente del Salvador ha invitato i parlamentari a dichiarare lo stato d’emergenza (che permette di limitare le libertà di spostamento, di espressione e di associazione e consente alla polizia di effettuare arresti arbitrari), mentre il Guatemala ha dichiarato lo stato di calamità. Una delle regioni più povere del continente è ormai convinta che la pandemia si diffonderà tra i suoi abitanti.

In Salvador sui social network non si parla d’altro e dai centri di quarantena, creati per le persone da poco entrate nel paese, arrivano le prime lamentele. Gli ospedali privati sono pieni di persone che credono di avere dei sintomi e i giornali sono pieni di notizie sugli spettacoli cancellati. Come tutto quello che succede in America Centrale, insomma, la diffusione del virus è segnata dal classismo.

Da quando il Salvador ha dichiarato la quarantena per ogni suo cittadino in arrivo nel paese, l’11 marzo, sembra che uno dei principali problemi legati alla pandemia sia l’esistenza di un centro d’accoglienza molto scomodo e caldo nella parte est del paese, nel quale le persone appena rientrate da un viaggio all’estero devono dormire su delle brande, in un capannone, insieme ad altre persone, condividendo servizi igienici spartani. Giornali e tv intervistano i viaggiatori che si lamentano di quanto sia scomodo vivere per trenta giorni in condizioni così precarie. Si discute di questo ma nessuno si chiede se queste misure siano le migliori per affrontare la situazione. Considerando, per esempio, che un viaggiatore che arriva in Salvador, dove al momento non ci sono casi confermati, può ritrovarsi a dormire vicino a una persona arrivata dagli Stati Uniti, dove i casi sono migliaia.

Ci sono 13,5 milioni di poveri in questa piccola regione nella quale il nuovo coronavirus ancora non ha fatto tutti i danni che può fare

Un’altra delle notizie più ricorrenti è la corsa ad accaparrarsi i prodotti nei supermercati. Molte persone si sono affrettate a svuotare interi scaffali di cibo in scatola, carta igienica, acqua, qualsiasi cosa, ma in grandi quantità. Anzi, mi correggo, non “le persone”, ma solo le persone che possono permetterselo.

È questo il punto. Il problema, per la maggioranza dei centroamericani, non sono né le lunghe file negli ospedali pubblici né le condizioni d’accoglienza per chi torna da un viaggio né il caos consumistico. Perché nei paesi della regione la maggioranza delle persone non si fa visitare negli ospedali privati, viaggia solo in autobus – per andare a lavorare – e non compra niente in quantità eccessiva, perché i loro stipendi – sempre che li ricevano – non sono abbastanza alti. In Salvador, un paese con sette milioni di abitanti, due milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. In Honduras e Guatemala circa la metà della popolazione vive in condizioni di povertà, senza accesso a beni essenziali. Questo significa, approssimando per difetto, che ci sono 13,5 milioni di poveri in questa piccola regione nella quale il nuovo coronavirus ancora non ha fatto tutti i danni che può fare. I tre paesi del nord dell’America Centrale appaiono regolarmente, da decenni, nelle prime cinque posizioni delle classifiche dei più miserabili del continente.

Parlando di persone che si spostano, in questo preciso momento ci sono persone il cui dilemma non è se mettersi in viaggio o andare in quarantena in un capannone troppo caldo. Ci sono persone che viaggeranno qualunque cosa accada e dovranno fare i conti con la quarantena, perché non hanno altra scelta. Sono i soliti, quelli che viaggiano perché non hanno alternativa: i migranti espulsi dagli Stati Uniti.

Il 12 marzo, durante una conferenza stampa telefonica, il commissario ad interim per le dogane e la protezione delle frontiere degli Stati Uniti, Mark Morgan, ha dichiarato che i voli per i cittadini centroamericani espulsi continueranno a partire regolarmente, indipendentemente da quarantene, calamità e stati d’emergenza.

Ma la cosa non riguarda solo le persone espulse. Quattro ore prima che il presidente del Salvador annunciasse la quarantena nazionale, il sito d’informazione statunitense Buzzfeed ha rivelato che il 6 marzo il presidente salvadoregno si è riunito con alcuni funzionari di Trump per mettere a punto un accordo secondo cui il Salvador deve accogliere i migranti che chiedono asilo negli Stati Uniti, perché aspettino lì finché le loro richieste non sono esaminate. Proprio così: El Salvador, paese dal quale migliaia di persone scappano per cercare rifugio nel resto del mondo, è un “paese sicuro” che riceverà quest’anno più di duemila persone che chiedono asilo negli Stati Uniti. Anche l’Honduras accoglierà queste persone. Il Guatemala ha già ricevuto circa ottocento di questi richiedenti asilo da novembre scorso.

Poi c’è il Messico, che in quanto a fermare e a espellere i migranti non vuole sfigurare di fronte agli Stati Uniti. L’Istituto nazionale delle migrazioni ha annunciato che continuerà a espellere centroamericani con autobus e aerei. Nel 2019 circa 3.200 persone sono state espulse verso un piccolo paese come il Salvador, perlopiù da Messico e Stati Uniti. Da quando è scoppiata la pandemia le autorità di tutti i paesi ripetono di non mettersi in viaggio, soprattutto da paesi dove ci sono persone contagiate, come Messico o Stati Uniti. A meno che tu non sia un migrante centroamericano: in tal caso le raccomandazioni non valgono.

Meno di due dollari al giorno
Ci si raccomanda di lavarsi le mani più volte al giorno, e di farlo con attenzione. Ma nei paesi centroamericani una grande percentuale della popolazione non ha accesso all’acqua potabile. Migliaia di queste persone pagano per averla, ma a causa della pianificazione urbana, che ha permesso la costruzione di quartieri spontanei arroccati sulle colline, i sistemi idraulici vecchi e danneggiati fanno in modo che queste persone abbiano a disposizione solo un sottile filo d’acqua, per un’ora o due, all’alba. Altri non hanno neanche quello. In questi paesi, se uno vive nelle zone più ricche e possiede una cisterna che accumula acqua negli orari in cui il servizio funziona, può lavarsi le mani come indicato nei manuali. Ma se uno deve estrarre l’acqua dai pozzi con sudore e muscoli, probabilmente non seguirà alla lettera le istruzioni dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Salutarsi con il gomito, dicono. Ancora meglio, da lontano, se possibile. Nelle zone rurali dell’Honduras una persona su cinque vive in condizioni di povertà, cioè con meno di 1,90 dollari al giorno. Queste persone, molte delle quali si guadagnano da vivere vendendo quel che riescono a procurarsi, viaggeranno in autobus per raggiungere il paesino più vicino, reggendosi al corrimano più vicino, senza alcun gel igienizzante, che costa alcuni centesimi a flacone, si riforniranno in un qualche mercato e si muoveranno da un posto all’altro per cercare di vendere quel che hanno coltivato. Queste persone stringeranno mani per concludere degli accordi e tenderanno il palmo per ricevere monete, quando verranno pagati. Perché se non lo faranno a ucciderle non sarà il virus, ma la fame. State tranquilli, perché queste persone non affolleranno i supermercati per accaparrarsi cose.

Il coronavirus è arrivato in questa regione già afflitta da varie calamità. Ora farà la sua parte. Perché il resto, cioè costruire società con un abisso profondo tra classi alte e basse, è già stato fatto da decenni.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Cosa succede nel resto dell’America Latina

Al momento sono 17 i paesi latinoamericani con casi confermati di Covid-19. Ecco le misure che hanno adottato finora:

  • Argentina È il paese dove c’è stato il primo morto per Covid-19 nel continente. Il 15 marzo il governo ha chiuso tutte le scuole e le università per 14 giorni e ha chiuso le frontiere per un mese.
  • Bolivia Finora i casi confermati sono 11. Il governo ha dichiarato l’emergenza nazionale e ha chiuso tutte le scuole fino al 31 marzo. Inoltre ha dispiegato 10mila agenti di polizia alle frontiere.
  • Brasile I contagiati al momento sono 200. Il governo di Jair Bolsonaro è stato criticato per non aver preso sul serio i rischi dell’epidemia. Alcuni stati, tra cui quello di São Paulo, hanno deciso di agire autonomamente e hanno preso misure più severe.
  • Colombia I casi confermati sono circa quaranta. Il governo ha annunciato lo stato d’emergenza sanitaria fino al 30 marzo. Inoltre ha chiuso la frontiera con il Venezuela e ha cancellato i voli provenienti da Europa e Asia. Sono vietati gli eventi pubblici con più di 500 persone. La Colombia è uno dei paesi più colpiti dal crollo delle borse, per questo il governo ha annunciato tagli alle tasse e sussidi per i settori più colpiti, a cominciare dal turismo.
  • Costa Rica Ci sono almeno 30 casi confermati. Sono state chiuse le scuole per almeno 14 giorni e sospesi i viaggi all’estero degli impiegati pubblici.
  • Cuba Ci sarebbero quattro casi confermati. I voli in arrivo non sono stati cancellati, ma sono aumentati i controlli su chi proviene da Italia, Cina, Iran, Giappone, Corea del Sud, Germania, Francia e Stati Uniti.
  • Cile Nel paese ci sono decine di casi confermati. Il 15 marzo il governo ha chiuso le scuole e le università per 14 giorni e ha bloccato le visite alle case di riposo per trenta giorni. A partire dal 18 marzo saranno vietati gli eventi pubblici con più di 200 persone.
  • Ecuador Ci sono circa trenta casi confermati. Chi torna dalle zone a rischio, tra cui Italia, Spagna e Cina, deve restare in casa per 14 giorni. Sono state chiuse le scuole e vietati gli eventi pubblici.
  • Guatemala Finora un caso registrato. È vietato l’ingresso di persone che arrivano da Cina, Iran, Italia, Spagna e Corea del Sud.
  • Honduras I contagiati al momento sono sei. Il 15 marzo il governo ha ordinato ai lavoratori del settore pubblico e privato di restare a casa, ha deciso di bloccare temporaneamente tutti i voli e ha sospeso i trasporti pubblici. Queste misure dureranno sette giorni.
  • Messico Ci sono circa 50 casi confermati. Il governo ha sospeso le attività scolastiche fino al 20 aprile. Non ci sono restrizioni sui voli in arrivo, ma solo controlli maggiori per i passeggeri dei voli internazionali.
  • Panama I casi confermati sono circa 50. Il presidente ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale e ha annunciato misure per sostenere le imprese.
  • Paraguay Al momento ci sono circa dieci casi confermati. Il governo ha sospeso temporaneamente le attività scolastiche e gli eventi pubblici.
  • Perù È uno dei paesi più colpiti. Il presidente ha chiuso le frontiere per 15 giorni e imposto una quarantena generale. Cancellati i voli da Europa e Spagna e ritardato l’inizio dell’anno scolastico, previsto per il 30 marzo.
  • Repubblica Dominicana Il 15 marzo i casi registrati erano nove. Il governo ha sospeso l’attività scolastica negli istituti pubblici e privati in questi giorni per disinfettare le aule.
  • Uruguay Il 13 marzo ha annunciato di avere i primi casi. Il governo ha chiuso le scuole per due settimane e ha vietato gli assembramenti pubblici.
  • Venezuela Finora i casi sono circa dieci. Il presidente ha imposto la quarantena in sei province. Inoltre ha cancellato i voli dall’Europa, dalla Colombia, da Panama e della Repubblica Dominicana.

Speranza di un cambiamento

da “L’Osservatore Romano” del 16 febbraio 2020

CITTÀ DEL GUATEMALA, 15 febbraio. La responsabilità dei governanti recentemente eletti nella promozione del bene comune in una società inclusiva, la lotta contro la corruzione, la crisi migratoria in America centrale, il recente annuncio della beatificazione dei martiri di El Quiché e l’impegno della Chiesa ad annunciare Cristo come luce che dà senso alla vita e apre cammini di speranza: questi sono stati i principali temi affrontati dai vescovi del Guatemala nel corso dell’assemblea plenaria della conferenza episcopale, durante la quale hanno potuto riflettere sulle attività dell’anno trascorso e sulle priorità pastorali future. In un comunicato a firma del presidente, monsignor Gonzalo de Villa y Vàsquez, vescovo di Sololà-Chimaltenango, e del vicepresidente, monsignor Antonio Calderón Cruz, vescovo di San Francisco de Asis de Jutiapa, i presuli invitano inoltre tutti i guatemaltechi a «lavorare per il dialogo tra i diversi settori della società e giungere ad accordi consensuali, lasciando da parte posizioni rigide e pregiudizi del passato».

«Nonostante le delusioni del passato e lo scetticismo suscitato nella popolazione, la speranza di un cambiamento risorge sempre», sottolineano i vescovi, auspicando che la priorità dei nuovi governanti eletti in Guatemala «sia il bene comune» e che «si metta fine alle pratiche politiche nefaste legate alla corruzione e all’assenza dello Stato negli spazi che sono sua responsabilità principale». Il loro primo impegno deve quindi essere quello di «promuovere una società inclusiva, con opportunità per tutti, che dia impulso allo sviluppo umano integrale della popolazione ed eviti le ondate di migranti che sono costretti a fuggire dalla povertà». A gennaio, nel suo primo discorso ufficiale dopo l’insediamento, il nuovo presidente della Repubblica del Guatemala, Alejandro Giammattei, aveva affermato che la lotta alla corruzione — «totale e inflessibile» — sarebbe stata la priorità del suo governo, nell’intento di mettere fine «a sprechi, prezzi gonfiati, opere inesistenti, al contrabbando, al degrado delle dogane, e alle pratiche disoneste e rivoltanti esistenti». Nel discorso, il capo dello Stato aveva garantito che sarebbero state rilanciate l’economia e l’occupazione e che il dilagante fenomeno delle temibili bande giovanili, conosciute in Centro America e Messico come maras, sarebbe stato contrastato con vigore.

«L’inizio dell’anno — ricordano inoltre i presuli — è stato segnato anche dalla sofferenza dei migranti che cercano di fuggire da situazioni di povertà e di violenza». Ringraziano quanti si adoperano per alleviare le loro sofferenze, auspicando l’impegno di tutti i guatemaltechi per combattere le cause dell’emigrazione, e sottolineano ugualmente l’improrogabilità di creare «possibilità di sviluppo e di lavoro per il gran numero di giovani che sono una ricchezza incontestabile del paese».

Evocando più particolarmente la vita della Chiesa in Guatemala, la conferenza episcopale non manca di rallegrarsi per l’annuncio, il 24 gennaio, della beatificazione dei martiri di El Quiché: i servi di Dio José Maria Gran Cirera, Juan Alonso e Faustino Villanueva, sacerdoti professi dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù, e sette compagni, laici — tra i quali Juan Barrerà Méndez, un bambino di dodici anni — uccisi, in odio alla fede, in Guatemala tra il 1980 e il 1991. «Erano spinti unicamente dall’amore a Dio e ai fratelli più poveri, in un periodo di persecuzione della Chiesa e di violenza contro tutta la popolazione», sottolineano i presuli guatemaltechi, ricordando che questi martiri «si aggiungono ai recenti beatificati e alle centinaia di testimoni sconosciuti le cui vite hanno fecondato la missione della Chiesa in Guatemala e diventano nuovi testimoni qualificati che ci guidano a seguire Gesù nei nostri tempi».

Sottolineano poi che il loro «compito principale come vescovi è quello di promuovere, guidare e animare l’evangelizzazione nel paese, con l’aiuto dei sacerdoti, dei consacrati e dei tanti laici» a cui esprimono il loro ringraziamento. La «missione permanente» dei vescovi, aggiungono, consiste nell’annunciare Gesù Cristo come luce che dà senso alle nostre vite e apre percorsi di speranza, celebrare nella liturgia la sua azione salvifica nei confronti dei credenti, e sostenere i laici nell’ambito familiare, lavorativo e pubblico.

 

I Vescovi: in pericolo il già fragile Stato di diritto nel Paese

Città del Guatemala, 11 gennaio 2019 (Agenzia Fides)

“Enorme preoccupazione e grande indignazione di fronte agli avvenimenti degli ultimi giorni” sono stati espressi dai Vescovi del Guatemala in un comunicato firmato dal Presidente della Conferenza Episcopale del Guatemala, Mons. Gonzalo de Villa Vasquez, Vescovo di Sololà-Chimaltenango, e dal Segretario generale, Mons. Domingo Buezo Leiva, Vescovo di Izabal, che porta la data del 10 gennaio. Continua la lettura di I Vescovi: in pericolo il già fragile Stato di diritto nel Paese

Guatemala: il presidente Morales espelle la Commissione contro l’impunità. Mons. Bianchetti (Quiché), “decisione vergognosa

AGENZIA SIR (Servizio Informazioni Religiose) 


“Da condannare e vergognosa”. Così mons. Rosolino Bianchetti, vescovo di Quiché, definisce sul quotidiano “Prensa Libre” la decisione del presidente del Guatemala, Jimmy Morales, di espellere la Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala (Cicig), che ha già lasciato il Paese per ragioni di sicurezza. Ieri molti cittadini sono tornati in piazza, a Città del Guatemala, davanti alla Corte costituzionale (che in questi mesi ha fatto da argine alle decisioni di Morales) per manifestare contro la scelta del presidente, che, dopo un iniziale appoggio, già da circa un anno e mezzo ha iniziato la sua personale guerra contro la Commissione appoggiata dall’Onu, che aveva cominciato a mettere nel mirino anche i comportamenti del presidente. Ha commentato mons. Bianchetti al quotidiano guatemalteco: “Quando non si toccavano i suoi amici corrotti, tutto andava bene, però quando si sono iniziati a conoscere i maneggi che stavano facendo i politicanti al suo fianco, è iniziata la guerra contro la Cicig”.
Mons. Bianchetti esprime preoccupazione per l’immediato futuro: “Sarà triste vedere Otto Pérez Molina o Roxana Baldetti (presidente e vicepresidente del Guatemala tra il 2012 e il 2015, ndr) liberi, perché non è stato possibile concludere le inchieste”.
Anche dalla società civile arrivano reazioni di condanna e preoccupazione. In un comunicato pervenuto al Sir, per esempio, la Municipalità indigena di Sololá parla di “pagina nera per la democrazia”, di un “autentico sequestro della democrazia orchestrato dalle vecchie mafie del potere economico e militare, che cercano solo di recuperare il potere perduto”. Alla fine del 2015 Morales, ex comico di professione, era stato eletto sull’onda dell’indignazione per l’emergere di una corruzione generalizzata che coinvolgeva i suoi predecessori.

Il presidente del Guatemala è sempre più impopolare

da “Internazionale” del 21 settembre 2018

Jimmy Morales non rinnoverà il mandato alla commissione internazionale istituita per contrastare la corruzione nel paese. Una decisione che ha scatenato molte proteste

Jimmy Morales, il presidente del Guatemala, si sente forte. Ha il so­stegno di molti imprenditori, di una parte dei militari e della cosiddetta stampa alle dipendenze del corruttore della politica, l’imprenditore Àngel Gonzàlez. Ma le sue iniziative ammantate di autorita­rismo dimostrano solo la sua profonda de­bolezza. E nel frattempo la sua impopolari­tà aumenta.

Il 31 agosto Morales ha annunciato con un anno di anticipo che non rinnoverà il mandato alla Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala (Cicig), un organismo internazionale indipendente creato nel 2007 con un accordo tra il gover­no guatemalteco e le Nazioni Unite. Mora­les era circondato da militari e poliziotti in uniforme, e davanti agli uffici della Cicig si erano appostati veicoli militari donati dagli Stati Uniti. L’immagine ha fatto molto di­scutere per la sua aria minacciosa. Il 3 set­tembre alcuni dipendenti della Direzione per la migrazione, un ufficio del ministero dell’interno, hanno fatto trapelare un docu­mento che vietava al commissario capo del­la Cicig, il colombiano Ivan Velàsquez, di rientrare nel paese. Il giorno dopo Morales ha spiegato che Velàsquez, all’estero per lavoro, non poteva tornare in Guatemala perché era considerato una minaccia per la sicurezza nazionale. Poi ha chiesto ad Anto­nio Guterres, segretario generale dell’Onu, di designare un sostituto.

Dopo il discorso di fine agosto Morales ha abbandonato la sala lasciando alla mini­stra degli esteri, Sandra Jovel, il lavoro spor­co. Jovel ha parlato di presunte illegalità commesse dalla Cicig per spiegare la deci­sione di revocare il mandato e di ordinarel’espulsione del commissario, all’estero per un viaggio di lavoro. Secondo un sondaggio recente la decisione del governo è impopo­lare. Il 67 per cento degli intervistati pensa che il problema principale del paese sia la corruzione, e otto persone su dieci conside­rano il Guatemala corrotto. Il 64,3 per cento è contrario alla decisione del presidente e il 65 per cento ritiene che il mandato della Ci­cig non sia stato rinnovato soprattutto per­ché “non conviene al governo”.

Prova di forza

Questi risultati si riflettono nel malconten­to sempre più forte dei cittadini. A Quetzaltenango, nell’ovest del paese, Mo­rales non ha potuto inaugurare la festa per il 1970 anniversario dell’indipendenza per­ché ancora prima del suo arrivo era chiaro che la sua presenza non era gradita. Dal 10 settembre ci sono state varie manifestazio­ni contro il governo: le autorità indigene di Sololà, il comitato di sviluppo contadino (Codeca), gli studenti dell’Universidad de San Carlos e alcune organizzazioni religio­se di base hanno protestato in tutto il paese.

Il 12 settembre a Città del Guatemala, sempre in occasione della festa dell’indipendenza, il presidente si è circondato an­cora una volta dell’esercito. Le forze specia­li della guardia presidenziale, armate con fucili d’assalto, hanno circondato il palazzo del parlamento. I militari erano affiancati da più di duemila agenti della polizia fatti arrivare nella capitale su ordine del gover­no, a discapito della sicurezza di tutti gli al­tri dipartimenti. Con i suoi provvedimenti autoritari, Morales sta cercando senza suc­cesso di dimostrare la sua forza. In realtà non è un presidente forte, ma piuttosto un leader che usa la forza. ♦_/?•

Da sapere

La decisione della corte

♦ Il 17 settembre 2018 la corte costituzionale ha ordinato al presidente Jimmy Morales di autorizzare l’ingresso nel paese di Ivan Velàsquez, capo della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala (Cicig). Morales gli aveva negato l’accesso all’inizio di settembre. Il governo, però, ha fatto sapere che non rispetterà l’ordine della corte. La Cicig, un organismo internazionale indipendente creato nel 2007, ha accusato il presidente e alcuni suoi familiari di pratiche illecite. Bbcmundo

Eruzione del vulcano del Fuego

 Città del Guatemala (Agenzia Fides) –  4 giugno 2018

Almeno 25 persone sono morte, 20 sono rimate ferite e 1 milione e 700 mila che vivono nella zona sono interessate in qualche modo dall’eruzione del vulcano del Fuego in Guatemala, 40 km a sud ovest della capitale. Questa eruzione, verificatasi ieri pomeriggio, ora locale, è la seconda registrata quest’anno. La prima ha avuto luogo il 1° febbraio, e il vulcano ha avuto allora 20 ore di attività. Secondo le informazioni ricevute dall’Agenzia Fides, il Coordinatore nazionale per la riduzione dei disastri del Guatemala (Conred), ha dichiarato che tra le 20 persone le ferite ci sono 12 bambini, quattro con ustioni di terzo grado. Ha inoltre confermato che nella zona interessata dal fenomeno vivono 1,7 milioni di persone.
Sergio García, direttore del Conred, ha dichiarato che la comunità di El Rodeo è stata una delle più danneggiate, perché è stata sepolta dalla lava e dalle ceneri: “Abbiamo persone scomparse, ma non sappiamo quante siano, perché il conteggio si sta facendo con le comunità”. Il governo del Guatemala, nelle prime ore di oggi, 4 giugno, ha decretato lo stato di calamità pubblica nei dipartimenti di Chimaltenango, Escuintla e Sacatepéquez, i più colpiti dall’eruzione del vulcano del Fuego. Inoltre è stato dichiarato il lutto nazionale per tre giorni in tutto il territorio del Guatemala.
Più di 3.100 persone sono state evacuate e portate in diversi centri nel pomeriggio di domenica 3 giugno, oggi i lavori di soccorso continuano. Tra le azioni già avviate oltre alla ricerca e alla localizzazione delle persone scomparse e all’allestimento di 3 centri di accoglienza nel dipartimento di Escuintla, viene fornita assistenza alle persone ferite, si valutano i danni e si analizzano i bisogni nelle aree colpite, con la mobilitazione delle squadre di pronto soccorso, tra le altre cose. Caritas Guatemala ha lanciato una campagna di aiuti a favore delle vittime: “dobbiamo unirci e aiutare coloro che soffrono per l’eruzione del vulcano di fuoco. Abbiamo bisogno di aiuti con cibo non deperibile, kit di pulizia e igiene personale … le nostre porte sono aperte da questo momento”.

 

In Guatemala le sfide quotidiane si vincono a colpi di pedali

Un articolo tratto dal mensile “La nuova ecologia” di dicembre 2016 segnala una bella realtà che si sta diffondendo in Guatemala specialmente nelle aree prive di energia elettrica, ma non solo. 

 

San Andrés Itzapa è una cittadina del Guatemala, sugli altopiai della Sierra Madre. Una delle aree più arretrate del paese, abitata dagli indigeni Kakchiquel, che vivono in condizioni difficili per la mancanza di acqua, infrastrutture ed elettricità. Qui l’ong Maya Pedal è diventata un punto di riferimento per le comunità rurali fornendo soluzioni a basso costo, funzionanti grazie all’ingegno e all’energia umana. Nella sua officina, da vent’anni, si progettano e costruiscono le bici-maquina. Vero e proprio fenomeno in Guatemala, che ha contagiato l’intera America Latina. Pompe dell’acqua a pedali, frullatori, trebbiatrici, lavatrici, smerigliatrici e generatori costruiti riciclando vecchie bici ed elettrodomestici. Ad avviarle è il movimento delle gambe, senza l’uso di combustibile o elettricità. «Quello che per gli altri è un rifiuto, per noi è oro – spiega Mario Juárez, presidente di Maya Pedal – Crediamo che rispetto al solare o all’eolico quella a propulsione umana sia la forma di energia più rispettosa del pianeta». Tutto è cominciato dall’incontro con i volontari della no profit canadese Pedal society: era il ’97, un anno dopo la fine di una sanguinosa guerra civile, durata trent’anni, e del genocidio che ha decimato intere comunità di etnia Maya. «Nel 2001 abbiamo fondato Maya pedal, per aiutare le famiglie più povere a ripartire. Da allora continuiamo a crescere di giorno in giorno». La più richiesta è la bici-mulino, in grado di macinare 15 quintali di cereali al giorno. Gettonatissima anche la bici-pompa dell’acqua, che può estrarre dai 18 ai 40 litri di acqua al minuto fino a 30 metri di profondità, risolvendo il problema dell’approvvigionamento idrico. Strumenti di uso quotidiano al servizio dell’agricoltura, ma anche delle microimprese, soprattutto al femminile. Per il Gruppo di sviluppo delle donne in azione, che produce shampoo organico con la polpa di acave, Maya Pedal ha creato la bici-liquadora, un frullatore azionato pedalando su una bici fissata a uno stallo, come una cyclette. Finora sono ventuno i modelli sviluppati, migliaia le bici-maquina fabbricate negli anni con il supporto di volontari e di donazioni internazionali. Come il Mit di Boston, che ha inviato un intero container di bici dismesse. Un’esperienza che ha fatto scuola e che si è diffusa in tutto il continente tramite workshop e grazie ai tutorial open source realizzati da Maya Pedal, disponibili e scaricabili sul sito dell’associazione mayapedal.org.

tratto daLa nuova ecologia” gennaio 2017

“Noi difendiamo la terra col sangue”: le uccisioni di ambientalisti in America latina

dal BLOGLe persone e la dignitàdel Corriere della Sera

2 SETTEMBRE 2016 | di 
epa05196995 Hundreds of people attend the funeral of Honduran activist Berta Caceres in La Esperanza, Honduras, 05 March 2016. Prominent Honduran environmentalist and indigenous activist Berta Caceres was shot dead by unknown assailants early 03 March morning in her home in Honduras. Caceres spent years advocated for the rights of the indigenous Lenca people and fought the construction of a major dam project near their settlements. Within the last week Caceres had warned that four of her colleagues had been killed and others threatened.  EPA/STR

Nel 2014, nel mondo sono stati assassinati 116 difensori dei diritti umani impegnati nella salvaguardia dell’ambiente: 88 di loro in America latina.

L’anno scorso, il numero globale è tragicamente salito a 185 così come quello degli ambientalisti uccisi in America latina: 122.

I due paesi più pericolosi al mondo per chi difende i diritti del territorio e delle sue popolazioni sono Honduras e Guatemala: negli ultimi due anni, si sono contati 20 omicidi in Honduras e 15 in Guatemala.

Questi due paesi hanno tassi di omicidio elevatissimi, rispettivamente 58,5 e 30 ogni 100.000 abitanti. Ma nel caso degli ambientalisti, si tratta di uccisioni mirate, spesso con la complicità o quanto meno l’inerzia delle autorità.

Secondo la Banca mondiale, il 62,8 per cento della popolazione honduregna e il 59,3 per cento di quella guatemalteca vivono sotto la soglia di povertà fissata a un dollaro al giorno. Si tratta per lo più di nativi o di contadini, e spesso i due gruppi coincidono, la cui sopravvivenza dipende dall’accesso alla terra o ad altre preziose risorse naturali.

Terra e risorse che gli ambientalisti difendono e che, come denuncia un rapporto appena pubblicato da Amnesty International, sono bramate dalle imprese che portano avanti progetti idroelettrici e minerari.

La notizia dell’omicidio di Berta Cáceres, avvenuto la notte del 2 marzo in Honduras, ha fatto il giro del mondo (nella foto, i suoi funerali). Ma, così come andava avanti prima della sua uccisione, gli attacchi agli ambientalisti sono proseguiti. Stavolta, con minore risonanza.

Sempre in Honduras, neanche due settimane dopo è stato assassinato Nelson García. Faceva parte del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e native dell’Honduras, l’organizzazione presieduta da Berta Cáceres. Il 6 luglio, in una discarica presso la frontiera col Messico, è stato ritrovato il corpo di Lesbia Urquía.

Intimidazioni e agguati stanno avvenendo anche nei confronti di chi cerca verità e giustizia per Berta Cáceres (qui, l’appello lanciato oggi da Amnesty International).

Il 2 maggio, il giornalista investigativo Félix Molina è sopravvissuto a un agguato mentre il 13 luglio è stato devastato lo studio dell’avvocato Victor Fernández, che difende i familiari di Berta Cáceres.

In Guatemala, sebbene quest’anno non vi siano state (ancora) vittime, è in atto una vergognosa campagna diffamatoria nei confronti degli ambientalisti che si oppongono ai progetti di sfruttamento delle risorse naturali del paese, in particolare quelle minerarie.

Uno dei principali quotidiani del paese, che ironicamente si chiama “Stampa libera”, ha recentemente pubblicato a tutta pagina un’intervista a uno dei dirigenti della compagnia mineraria nazionale che ha accusato di terrorismo le organizzazioni per i diritti umani. Un modo tragicamente efficace per mettere le loro vite in pericolo.

 

La fine di Misna, l’agenzia che ha raccontato le periferie del mondo

“È una follia chiuderla adesso

Il racconto del fondatore Padre Giulio Albanese: L’idea mi venne durante uno stage alla Cnn. La missione è quella di Papa Francesco»
PAOLO MASTROLILLI - INVIATO A NEW YORK
 «Rammarico, dolore e sofferenza». Sono le tre parole che padre Giulio Albanese usa per descrivere il suo stato d’animo, dopo la decisione di chiudere la Missionary International Service News Agency, l’agenzia di informazione che aveva fondato nel 1997. Poi aggiunge: «Questa è una scelta fuori dal tempo e dalla storia, in contraddizione con l’inizio dell’anno della misericordia. La missione che ci ha dato Papa Francesco è dare voce a chi non ha voce, raccontare le periferie del mondo. È una sfida culturale. E invece proprio ora, mentre in regioni come la Repubblica Centrafricana, la Somalia, il Congo, succedono cose terribili, la Misna viene chiusa».

 

Cominciamo dal principio. Come le è venuta l’idea di fondare un’agenzia basata sulle informazioni raccolte tramite i missionari, nelle zone più calde del mondo?

«Lavoravo ad Atlanta, per uno stage professionale alla Cnn. Restavano sempre stupiti per le notizie che riuscivo a trovare, grazie a questi contatti. Furono loro a farmi venire l’idea di fondare un’agenzia, usando la nuova tecnologia offerta da Internet. Così il 2 dicembre del 1997 pubblicammo il primo lancio».

Come è riuscito a costruire la Misna?

«Grazie all’aiuto degli istituti missionari, con 30 milioni di lire, un computer, un telefono dotato di due linee, e due traduttori. Stavamo in uno scantinato di San Pancrazio. Gli istituti mi avevano detto che dovevo coprire l’80% delle spese, e loro avrebbero messo il 20%. Ci sono riuscito per 7 anni. Il bilancio era salito a 600.000 euro e nel 2004 avevo assunto 12 professionisti».

Come ottenevate le notizie?

«Attraverso la rete dei missionari. Non erano giornalisti, ma li avevamo istruiti. Io andavo ogni anno a incontrarli. Erano diventati molto bravi a rispondere alle cinque W della professione, chi, cosa, dove, quando e perché, fornendo informazioni che nessun altro aveva».

Quali sono i colpi che ricorda con più soddisfazione?

«La denuncia dei massacri avvenuti nel 1998 nell’ex Zaire, le guerre in Guinea Bissau, Sierra Leone, i sequestri dei missionari. In genere, come per l’ex Zaire, arrivavano subito le smentite dei governi, in quel caso quello ruandese che era responsabile. Poi però la verità veniva sempre a galla».

Anche lei è stato sequestrato.

«Nel 2002, in Uganda. Eravamo entrati in contatto con uno dei gruppi più pericolosi, il Lord’s Resistance Army, e i ribelli non ci avevano trattati male. Il governo però aveva cambiato idea e deciso di attaccarci. Restammo prigionieri per due giorni dentro una capanna di metallo, senza mangiare, finché non ci liberarono e si scusarono».

Perché questi colpi erano così importanti?

«In quelle zone l’informazione è la prima fonte di solidarietà. Abbiamo salvato la vita a tanta gente, non perché fossimo bravi, ma perché rivelare quanto avviene attira l’attenzione internazionale e protegge le vittime».

Poi cosa è successo?

«Una struttura come la Misna aveva bisogno di investimenti e gestione professionale, non poteva andare avanti solo con la beneficenza. Il 30 novembre del 2002 riunimmo gli stati generali, a cui parteciparono 54 congregazioni. Tutti promisero sostegno, ma alla fine restarono solo in quattro, Consolata, Comboniani, Saveriani e Pime, a sostenere i costi. Io poi mi feci da parte, pensando che potessi essere il problema, ma non è bastato».

La chiusura era inevitabile?

«La Misna aveva difficoltà, ma la Cei aveva fatto una proposta molto generosa: coprire il bilancio per due anni; fornire un service composto da Avvenire, TV2000, Radio in Blu e Sir; offrire una persona per gestire la raccolta dei fondi».

Perché non è stata accettata?

«Non lo capisco. Gli istituti hanno detto che non è un problema di soldi, ma di personale. Il personale però è laico, e con questa proposta si poteva ripartire. È mancata la visione dell’importanza strategica dell’informazione, da parte della direzione degli istituti. Il mondo missionario ha fatto e continua a fare molto bene, ma sta invecchiando. Così è stato innescato questo meccanismo di eutanasia. Io però spero ancora che in qualche modo sia possibile resuscitare la Misna».

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