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Visita del nuovo cardinale

Ramazzini-Don Luigi

 

da “L’Arena” domenica 13 ottobre 2019

È cardinale da una settimana, anche se papa Francesco ha fatto il suo nome all’Angelus il 1° settembre scorso, ma la schiettezza di monsignor Alvaro Leonel Ramazzini Imeri, vescovo di Huehuetenango in Guatemala, è rimasta la stessa tanto da fare una visita a sorpresa all’amico monsignor Luigi Adami, parroco di San Zeno di Colognola. In Italia per ricevere la nomina nella basilica di San Pietro a Roma, prima di ripartire domani per la sua terra, il cardinale ha pranzato con don Adami in paese dove è già stato anni fa, incontrando in canonica i parrocchiani che da anni intrattengono rapporti di amicizia con alcune comunità guatemalteche.

Nato 72 anni fa a Ciudad de Guatemala ma di origini italiane, monsignor Ramazzini è ritenuto «vescovo di frontiera», dalla parte dei poveri, indigeni discendenti dai Maya e migranti, sostenendoli nella rivendicazione dei loro diritti. Un impegno coraggioso per il quale è stato minacciato di morte. «Sono in amicizia con don Luigi e la sua comunità che ringrazio per la solidarietà che esprimono al mio Paese, piccolo ma desideroso di andare avanti nonostante le difficoltà», ha esordito Ramazzini. «Non sapevo che papa Francesco mi avrebbe nominato cardinale; ho avuto la notizia il giorno stesso in cui ha fatto il mio nome, da un amico di Fabriano che mi ha telefonato, ma gli ho risposto che la cosa mi giungeva nuova e dovevo verificare. Poi l’ho letto su Vatican News e mi ha chiamato il nunzio apostolico, così ho capito che era vero», ha raccontato. «Il nunzio mi ha dato una lettera del Papa in cui diceva che l’essere cardinale non è un onore ma un servizio, “una missione da compiere con lealtà, coerenza e compassione”, collaborando col Santo Padre nel governo della Chiesa; sono valori che hanno sempre orientato la mia vita». Ha parlato di papa Bergoglio: «L’ho conosciuto quando era presidente della conferenza episcopale argentina e io di quella del Guatemala. Ultimamente ci eravamo visti a Panama alla Giornata della gioventù, ma non mi aspettavo mi facesse cardinale.

Desideravo stargli vicino», ha ammesso, «per potergli riferire della realtà povera in cui viviamo, e ora mi sarà più semplice». «Sono in sintonia con lui», ha detto Ramazzini, «e mi dispiacciono le critiche che gli fanno. Ho visto a Roma cardinali che, dalle informazioni che circolano, sono contro Francesco, ma erano lì in concistoro; noi giuriamo fedeltà al Papa e se qualcosa non va, dobbiamo dialogare con lui e non rilasciare dichiarazioni pubbliche che non giovano a nessuno. La fraternità si costruisce sulla lealtà. Spero che questo Papa vada avanti a lungo perché sta facendo cose sconvolgenti». «Ora torno in Guatemala dove c’è chi mi accusa di aver estorto la nomina», ha rivelato il cardinale, «perché non la accetta. Sono persone che non hanno mai parlato con me; alcune fanno parte della Chiesa, altre del settore filomilitare, altre ancora sono ricche e ritengono il mio pensiero marxista, ma la mia è solo dottrina della Chiesa. Ho contro di me anche dei contadini perchè dico che non si usa la violenza per affermare i propri diritti. Quando prendi posizioni tipiche del Vangelo, la reazione è questa». Ramazzini ha parlato della sua diocesi: «Ha 1 milione e 200 mila abitanti di cui il 70 per cento cattolici e siamo in 40 preti. Ci sono tanti problemi tra cui molti migranti minorenni che vanno negli Stati Uniti; parecchi di loro sono in centri di detenzione, altri privati dei documenti. Tra Guatemala e Messico sostano 2 mila migranti africani, ma non c’è lavoro. Io sono contro l’industria estrattiva di oro e argento che sfrutta e impoverisce, ma sono favorevole alle iniziative che potranno permettere alla gente di vivere con dignità». •

M.R.

Ramazzini a San Zeno

Il cardinale Álvaro Leonel Ramazzini Imeri

Al nuovo cardinale, creato da Papa Francesco il 5 ottobre 2019, è stato assegnato il titolo della Chiesa di San Giovanni Evangelista a Spinaceto
Il cardinale Alvaro Leonel Rammazini Imeri – vescovo di Huehuetenango
da Vaticannews del 05 ottobre 2019
Letteralmente “vescovo di frontiera”, Álvaro Leonel Ramazzini Imeri è schierato da sempre in prima linea accanto alle popolazioni più povere del Guatemala. Aperto al dialogo a tutto campo, in particolare è al fianco degli indigeni discendenti dei maya e dei migranti, sostenendoli nella rivendicazioni dei loro diritti, contro le ingiustizie e i soprusi, soprattutto quelli perpetrati dalle multinazionali che saccheggiano le risorse del Paese centramericano.  Per questa sua azione ha ricevuto anche minacce di morte.

Nato il 16 luglio 1947 a Ciudad de Guatemala, è il maggiore dei quattro figli di Ernesto Ramazzini e Delia Imeri, di origini italiane, emigrati dalla  Lombardia. Ha frequentato i primi tre anni della scuola primaria nel Colegio de Jesús de Candelaria, il quarto anno nella Escuela Pública Miguel Hidalgo y Costilla a Chimaltenango e il quinto e sesto anno nel Colegio El Rosario. Poi ha perfezionato la  preparazione nel Seminario minore conciliare di Santiago, sempre nell’arcidiocesi di Guatemala. Ha studiato filosofia e teologia nell’Instituto Teológico Salesiano e ha concluso la formazione al sacerdozio in Messico, nel seminario diocesano di Mérida, nello Yucatán.

È stato ordinato presbitero il 27 giugno 1971 nella cattedrale di Guatemala dall’arcivescovo Mario Casariego, che lo ha subito incaricato di occuparsi del seminario maggiore de la Asunción. In quel periodo, precisamente tra il 1976 e il 1980, ha studiato Diritto canonico alla Pontificia università Gregoriana, conseguendo il dottorato.

Rientrato in Guatemala è stato prima formatore, poi professore di Teologia e quindi dal 1983 al 1986 rettore del seminario  de la Asunción. Ha anche insegnato Teologia e Diritto canonico nell’Istituto teologico salesiano, accompagnando questi servizi con la cura pastorale nelle parrocchie.

Il 15 dicembre 1988 Giovanni Paolo II lo ha nominato vescovo di San Marcos e il 6 gennaio 1989 gli ha conferito personalmente l’ordinazione nella basilica di San Pietro. ¡Ay de mí sino evangelizo! (“Guai a me se non evangelizzo!”) è il suo motto episcopale. Nella diocesi ha fondato la pastorale della terra, per la valorizzazione delle risorse agricole e della dignità dei lavoratori rurali, e la Casa del migrante, per tutelare soprattutto i minori non accompagnati.

Nel 1990 è divenuto segretario generale della Conferenza episcopale guatemalteca (Ceg), nel cui ambito ha ricoperto numerosi incarichi fino ad esserne eletto presidente nel 2006. Ha terminato il mandato nel 2008 e al momento è responsabile delle Commissioni per le comunicazioni sociali e per la giustizia e la solidarietà.  Ma è stato anche a capo della pastorale sociale, della Caritas nazionale, della pastorale delle comunicazioni, della pastorale dei carcerati e di quella  per la “movilidad humana”.

Sempre nell’ambito della Ceg, ha assunto un ruolo di rilievo al servizio della promozione della pace durante la guerra civile che ha colpito il Paese dal 1960 al 1996: infatti è stato delegato dei vescovi guatemaltechi  in seno alla “Comisión multipartita” per la verifica delle comunità della popolazione civile in resistenza nel nord del Quiche  (1990-1994) e membro del settore religioso nella  Commissione nazionale di riconciliazione, che ha consentito la nascita del Dialogo nazionale (1991-1996).

Impegnato anche a livello continentale, ha presieduto dal 2000 al 2006 il Servicio internacional cristiano de solidaridad con los pueblos de América latina “Óscar Romero” (Sicsal) e dal 2001 al 2005  il Segretariato episcopale dell’America centrale (Sedac). Significativo il suo contribuito nel Consiglio episcopale latinoamericano (Celam): ha preso parte alle conferenze generali del 1992 a Santo Domingo e del 2007 ad Aparecida; e   tra il 1991 e il 1995 è stato responsabile della sezione per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.

Nel 2011 ha ricevuto il premio “Pacem in terris”   assegnato “per onorare una persona che si distingue nella pace e nella giustizia, non solamente nel proprio paese ma nel mondo”   e il 14 maggio 2012 è stato trasferito da Benedetto XVI alla sede residenziale di Huehuetenango, che conta quasi un milione di fedeli, ai confini con lo Stato messicano del Chiapas. Dopo l’ingresso in diocesi, il successivo 14 luglio, ha ancora di più rilanciato il suo servizio tra i poveri, divenendo punto di riferimento soprattutto per le popolazioni indigene che subiscono violenze e ingiustizie.

Appassionato di musica e letteratura, ama anche il calcio e le lunghe passeggiate in mezzo alla natura. Nell’ambito della Curia romana, dal 1990 è membro della Pontificia commissione per l’America latina, e dal 1991 al 1996 è stato membro del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Nel 1997 ha preso parte all’Assemblea speciale per l’America del Sinodo dei vescovi.

Ritorno dal Guatemala

Una utile riflessione di Ruggero che non deve scoraggiare ma rinforzare la volontà di solidarietà con chi opera per il bene del Guatemala.

Buongiorno, il 10 settembre sono atterrato a Milano Malpensa con un volo proveniente da città del Guatemala dove ho trascorso pochi giorni (10) ma particolarmente ricchi di emozioni che brevemente vi racconto. Intanto vi dico che ho visto un paese molto pericoloso dove è aumentata sempre più la violenza tra le persone e, viene proprio da dire, che ci si ammazza per il gusto di farlo. Tutte le mattine, appena sveglio, sul telefonino mi collegavo a la Prensa Libre, il quotidiano più letto nel paese, e, sempre, le notizie erano racconti di violenze tra uomini, di uomini contro le donne e tante nei confronti dei bambini. Su tutte, tre mi hanno particolarmente colpito: l’uccisione in pieno giorno di un autista di un autobus cittadino che in una zona della capitale è stato ammazzato e scaraventato per strada mentre era alla guida. Una storiaccia di una mamma che fotografava la figlia di 5 anni vendendo le foto via internet ad una persona negli Stati Uniti, guadagnando 50 dollari. L’imboscata nei confronti di 4 militari in una zona del Paese ai confini con il Belize e l’Honduras, zona ricca di piantagioni di Palma Africana da cui si ricava l’olio usato nell’industria alimentare. Imboscata che ha provocato 3 morti e un ferito che si è salvato e ha potuto raccontare. Imboscata che ha causato una reazione immediata del governo del Guatemala con un coprifuoco, che non mi era mai capitato di vivere, in alcune regioni del paese compresa quella de El Progresso dove c’è il nostro progetto, il Comedor infantil, la nostra struttura. Coprifuoco che significa non poter fare nulla per 30 giorni una volta calato il sole, nemmeno ritrovarsi per strada in 3-4 persone per bersi una birra o fare quattro chiacchiere. Non è una bella sensazione e non si vive per niente bene in un contesto dove esci alla mattina ma non sai se ritornerai a casa alla sera. Questo è il Centro America, il Guatemala. Verrebbe da dire aggiungendo: ” di cosa ti stupisci?”. Gia![

Non commento anche se una certa idea me la sono fatta, per rispetto del paese che ci ospita in solidarietà da 20 anni, perché non conosco bene le dinamiche politiche e sociali e soprattutto perché sarebbe una mancanza di rispetto giudicare ciò che vedo andandoci solo un paio di volte all’anno per poche settimane. Certo è che non è il massimo e più mi informo, più vedo cose che non capisco e spaventano. Poi c’è la parte turistica del paese che accoglie, coccola e difende. Però questo è un altro capitolo che andrebbe analizzato. E’, ripeto, un paese sempre più complicato che ogni volta che ci vado mi sembra sempre peggio anche se ci sono realtà che ho incontrato e vogliono reagire, a fatica, riuscendoci. Il viaggio, per quanto riguarda i nostri progetti, è andato bene. Mi è servito passare del tempo con Alvaro, il nostro referente progettuale, per capire cosa si può fare per migliorare quello che stiamo facendo. Purtroppo è triste constatare che la salute non è una priorità per chi è povero ed essendo che spesso vivono alla giornata: “prima si mangia e poi quando ci ammaleremo…si vedrà. Va potenziato sicuramente il progetto del Sostegno a Distanza che coinvolge 40 tra bambine e bambini, 26 anziani e 7 giovani che frequentano il nostro Collegio aperto a gennaio di quest’anno. Sostenere a Distanza uno di questi bambini li aiuta veramente perché il denaro investito (200 euro all’anno) va a finanziare loro, che frequentano la struttura, per fornire educazione, cibo, intrattenimento e, in caso di necessità, cure sanitarie gratuite. Il sostegno degli anziani con il progetto “Bolsa Solidaria” che consiste nel fornire una volta al mese ad un anziano una borsa di alimenti, li aiuta nel diversificare ed integrare la loro alimentazione. Ricordiamo che in Guatemala gli anziani insieme ai bambini e alle donne sono una categoria del paese veramente fragile. E poi occorre potenziare l’Alojamento Santa Gertrudis e la piccola Tienda alimentare all’interno del Comedor Infantil. L’ Alojamento è 12 posti letto messi a disposizione dei viandanti che passano per lavoro o turismo dalle parti del Comedor Infantil. E’ sui vari motori di ricerca e sta, lentamente funzionando. Con 16 euro si dorme, con 3 euro si fa colazione e l’utile di cassa va a finanziare la struttura e le attività che in essa si svolgono. La piccola Tienda alimentare, un piccolo negozio, funziona perché la gente compra e, anche in questo caso, l’utile di cassa finanza il progetto. Poi c’è tutto il resto che è posti di lavoro, educazione, valori condivisi e la visione di un futuro per i bambini e gli anziani e le loro famiglie. Questo è e questo è ciò che mi porto a casa da un viaggio breve ma intenso di emozioni. Bisogna viaggiare per conoscere ed aprire la mente. Bisogna aver voglia di ascoltare ed osservare e soprattutto occorre cambiare rotta educandoci un po’ tutti alla solidarietà. C’è un gran bisogno di rimanere solidali perché non c’è alternativa e soprattutto ne vale la pena. Continuate a seguirci, se volete e potete.

Ruggero

La dimensione fondamentale dell’invito

Relazione di Dario Boschetto che ha trascorso 4 settimane di volontariato in Guatemala nella comunità di San Antonio Ilotenango.

Ho avuto l’opportunità di prestare il mio servizio come educatore missionario in Guatemala, dal 29 luglio al 26 agosto 2019. Nulla di quello che sto per descrivere si sarebbe potuto verificare se, ormai tre anni fa, non avessi ricevuto l’invito al partire da parte di un signore canuto conosciuto quasi “per caso” durante una visita alla scuola di don Milani a Barbiana: Aldo Corradi.
 Tutto è iniziato con quell’invito al quale, dovendo declinare per impegni già presi, ho risposto con la richiesta di mantenermi aggiornato via email sulla situazione dei progetti in Guatemala. E’ stato così che per tre anni ho seguito l’evolversi delle varie vicende politiche, sociali e culturali guatemalteche.
Finalmente a Luglio ho potuto conoscere direttamente questa la realtà.
Potrei descrivere in lunghe pagine i colori, i profumi e la bellezza dei paesaggi che questo paese dona a larghe mani accogliendo ogni persona intenzionata a visitarlo. Potrei parlare dell’azzurro acceso di un cielo che non è velato dal forte inquinamento che noi europei ci siamo abituati a considerare come normale. Potrei parlare della ceiba, albero enorme e possente al centro della cosmogonia maya, che a volte non si riesce ad abbracciare se non si è almeno in sei/sette persone. Potrei parlare dei vestiti tradizionali coloratissimi, dei canti stonati in chiesa o della forte energia evocata durante cerimonie maya e messe cristiane celebrate nello stesso momento. Potrei parlare delle ricchezze delle rovine maya pronte per essere disotterrate.Di tante cose vorrei parlarvi, ma sono due le cose che voglio trasmettervi in queste righe: la bellezza degli incontri fatti e la necessità di creare una visione condivisa sul futuro.
Guide fondamentali per poter comprendere e decifrare la realtà che ogni giorno mi si presentava sono state padre Clemente Peneleu e Nicolasa Mendoza.
P. Clemente mi ha accompagnato all’incontro degli ultimi, nelle pieghe e nelle piaghe di una popolazione che ancora stenta a rialzarsi. Con lui ho potuto fare chiarezza sulla necessità di conoscere appieno le proprie radici, intese come cultura e spiritualità. Mi ha presentato a diversi gruppi e a molti leader sociali: dal gruppo della pastorale della salute (impegnato nella formazione sull’utilizzo di erbe e piante medicinali) al gruppo di giovani, a quello dei numerosissimi chierichetti fino al consiglio pastorale che si occupa, tra le altre cose, di politica etica. Ho conosciuto grazie a lui guide spirituali maya, altri sacerdoti e soprattutto anziani la cui saggezza scandita da lunghi silenzi mi hanno fatto riscoprire il valore dell’ascolto e dell’accoglienza.
Nicolasa mi ha invece guidato alla scoperta di alcune attività e al lavoro di coscientizzazione politica e sociale.
In tutto questo io non sono rimasto con le mani in mano! Assieme al gruppo di chierichetti è stato realizzato un murales collettivo sulla parete esterna della casa di p. Clemente. Dopo aver concordato insieme le attività, ci siamo messi contro la parete per disegnare le nostre sagome. Insieme abbiamo usato colori vivaci e tanta creatività per rendere la nostra sagoma unica ed originale. Ognuno ha scelto poi una parola che lo rappresentava e l’ha scritta sopra la sua sagoma. E così ora la viuzza è adornata da un lungo muro dove una quarantina di sagome colorate si danno la mano e dove la gente di passaggio può leggere parole come fratellanza, giustizia, pace, amore, uguaglianza, rispetto…
Visto che il gruppo non era mai andato in campeggio, ho lanciato la proposta di fare due giorni insieme in un parco naturale situato a 40 minuti di strada da San Antonio Ilotenango. L’adesione è stata immediata, la voglia di impegnarsi e crescere insieme nelle attività proposte è stata elettrizzante. E così abbiamo passato due bellissime giornate a mettere in pratica attraverso attività esperienziali i concetti di collaborazione, rispetto, responsabilità, libertà nella scelta e…coraggio affrontando metaforicamente le nostre paure con una camminata nel bosco di notte senza luci, per poi consegnarle alla luce di un fuoco acceso sotto una stellata incantevole.
Sono stati fatti poi incontri di scambio e formazione sia per i giovani di San Antonio che per gli studenti della Scuola Mista Interculturale Bilingue di Chel, nelle montagne a nord.
Non è stato sempre facile, ma sicuramente ne è valsa la pena. Grave rimane la situazione di miseria (non la si può definire povertà) in cui sono costrette a sopravvivere le persone. Altissimo il livello di violenza testimoniato e vissuto ogni giornata. Disastrosa la condizione delle infrastrutture. Povera e corrotta la mentalità politica. Il Guatemala (o almeno quello che io ho potuto conoscere) sembra soffrire di amnesia e forte miopia. Se l’amnesia sembra aver già cancellato l’esperienza dolorosissima della guerra civile, la miopia non permette di avere una visione sul futuro. Ognuno quindi sembra provare a salvarsi da solo, svendendo e svendendosi. Sono pochissime le scintille di speranza di cambiamento di cui posso dare testimonianza. Però ci sono, e per questo ne vale la pena.
Credo fondamentale investire energie e risorse in progetti che permettano da una parte di coscientizzare le persone (portare a coscienza) capacitandole alla creazione e realizzazione di un progetto sociale e politico condiviso. Punti fondamentali riguardano l’educazione a pensare e l’onestà dell’attività politica. Inoltre bisognerebbe studiare e realizzare porgetti di micro-credito per far partire piccole realtà di commercio che permettano il sostentamento reciproco della comunità. Tutto questo però deve essere monitorato; non come forma di controllo, ma come forma di gestione per capire quali interventi funzionano e quali invece no, tenendo traccia dei risultati con il fine di un continuo miglioramento.
Sono grato per questa esperienza, partita tutta da un invito. Ho messo a disposizione le mie competenze con delle Sorelle e dei Fratelli che hanno voglia di crescere insieme, e che hanno una bellezza straordinaria pronta per essere condivisa con i prossimi ospiti.
Un abbraccio di cuore,
Dario
metamorfosi di un muro

Di nuovo in Guatemala

Dal 26 ottobre al 4 novembre saremo nuovamente in Guatemala per incontrare gli amici del “Comedor Infantil-Casa 4 luglio” e per seguire due progetti a cui teniamo molto: portare musica di qualità ed emozioni tramite la chitarra, la professionalità e la manualità di Massimiliano Alloisio e per seguire i lavori di un reportage fotografico che abbiamo commissionato a Giuseppe Dezza, fotografo con anni di esperienza in Salvador, perché è arrivato il momento di raccontare con immagini dove cooperiamo, con chi e perché.
Con Massimiliano Alloisio (comincia i suoi studi musicali di chitarra classica col Maestro Franco Brambati, approfondendo le tematiche della chitarra flamenca col Maestro Juan Lorenzo. Segue seminari coi Maestri Oscar Herrero, Miguel Rivera, José Postigo e Maurizio Colonna. Particolarmente attratto dalla composizione e dall’arrangiamento, si laurea all’Università di Pavia in Musicologia) andremo a regalare musica ed emozioni a 1000 metri nella comunità de El Bosque dove si coltiva caffè (qui da un anno, insieme alla Cooperativa Shadilly, alla Cooperativa Mondosolidale, all’associazione la Giostra del Sorriso e l’APS Presi nella Rete, finanziamo un piccolo ambulatorio che garantisce quotidiani servizi infermieristici e medici), ad Incontrare gli studenti dell’Università PanAmericana e i bambini, le mamme e i loro fratelli che seguiamo nel Comedor e che vivono nella Baraccopoli di Santa Gertrudis.
Sarà un piccolo viaggio, il secondo di quest’anno, per continuare ad esserci e contribuire a far crescere la cultura della solidarietà, del dono e della condivisione in un paese, il Guatemala, dove siamo presenti da 20 anni.
Se vi va vi terremo aggiornati e…buona giornata da Elisa, Giulia, Renza, Andrea e Ruggero (Volontari AINS onlus)

Il Guatemala … e noi

Relazione sul viaggio dall’11 al 22 febbraio 2018

 

Santiago---foto-gruppo

Ecco una breve relazione (incompleta) sul recente viaggio in Guatemala al quale ho partecipato insieme ad altri 5 amici/che (don Luigi, Zeno, Costantino, Teresa, Agnese). Siamo partiti il giorno 11 e rientrati in Italia la sera del 23 febbraio dopo un volo durato complessivamente 17 ore. Per me e don Luigi era la terza volta, per Agnese la prima, per gli altri la seconda. Scopo principale del viaggio era soprattutto quello di rinsaldare la lunga amicizia (20 anni) con gli amici e amiche che conosciamo ed operano in Guatemala nei progetti ai quali anche noi abbiamo nel tempo collaborato e tuttora ci coinvolgono personalmente e come parrocchia di San Zeno di Colognola ai Colli. Progetti che riguardano il miglioramento delle condizioni di vita in popolazioni impoverite da un sistema neoliberale che violentemente in forme diverse negli anni passati e tuttora costringono alla marginalità molte popolazioni (soprattutto indigene). Ricordo a tal proposito che il 50% dei bambini (molti di più tra gli indigeni) è denutrito e la scolarizzazione è a livelli ancora molto bassi. Elevato è anche il numero degli abbandoni scolastici.

Arrivati all’aeroporto di Città del Guatemala siamo stati accolti da Hugo Garrido che ci ha accompagnati con la sua grande auto per quasi tutto il viaggio tranne i 3 giorni trascorsi con p. Clemente nel Quiché. Hugo è un socio dell’Associazione no profit CIEDEG della quale fanno parte movimenti religiosi e organizzazioni sociali impegnate per una politica ispirata ai valori cristiani promuovendo un’economia di giustizia nei settori più emarginati. Una persona (Hugo) molto sensibile con la quale si è stabilita una bella amicizia fin da subito.

Il secondo giorno abbiamo abbracciato p. Clemente Peneleu Navichoc e Nicolasa Mendoza con i quali siamo rimasti fino al giorno 17 e che abbiamo poi rivisto a Città del Guatemala il 22 prima del ritorno in Italia. A Santiago Atitlan e nel vicino San Lucas Toliman ci hanno fatto incontrare con alcuni bambini/e, ragazzi/e che frequentano le iniziative inserite nel progetto “La Laguna” coordinatrice del quale è Nicolasa. In particolare a Santiago abbiamo visitato la sede dove si svolgono le lezioni dell’iniziativa denominata “Oxlajuj Na´oj” che significa “tredici pensieri”. Nella cosmovisione maya questo termine indica la “pienezza del sapere e dell’essere”. Sono 40 le persone maggiorenni (25 uomini e 15 donne) che frequentano il centro nel fine settimana per diventare leader di comunità emarginate (in particolare del popolo maya). E’ un ciclo di studi con varie materie ad indirizzo scientifico e sociologico che può durare un anno (primario) o due anni (basico). Al termine del primo anno viene rilasciato un attestato riconosciuto legalmente che facilita l’accesso a istituzioni pubbliche o non governative impegnate nella promozione dei diritti umani e della valorizzazione della cultura maya. Al termine del secondo anno un diploma – riconosciuto da una università del Belize – consente l’accesso a qualsiasi facoltà universitaria. E’ un progetto molto importante perché colma le lacune di un sistema formativo pubblico che tende ad emarginare e ad omologare la cultura. Sempre lì si riuniscono anche ragazzi e ragazze che per situazioni familiari difficili o di altro genere sono stati costretti ad interrompere la formazione scolastica primaria (per noi scuole elementari). A questi ragazzi si dà la possibilità di apprendere le tecniche della pittura acrilica su tela. Questi dipinti sono stati esposti in una mostra ed alcuni sono stati venduti. L’iniziativa è molto utile perché molti ragazzini e ragazzine in ozio finirebbero sulla strada facile preda di bande e di malfattori che purtroppo sono molto diffuse. Con il progetto “La Laguna” contribuiamo al pagamento dell’affitto dei locali e degli istruttori.

Sempre nei pressi di Santiago abbiamo visitato il nuovo villaggio ricostruito (anche con il nostro contributo) su terreno più sicuro dopo che una frana provocata dall’uragano Stan nel 2005 aveva travolto la località di Panabaj provocando oltre 1000 morti. In una di questa casette 5 ragazzi con l’aiuto di Juan e di un ex allievo ora insegnante sviluppano le loro capacità artistiche e realizzano dipinti che poi vendono nei negozi o mercati. Ciò è reso possibile anche con il contributo che noi forniamo al progetto Laguna.

L’iniziativa più emozionante è stata quella che abbiamo visitato nella vicina località di San Lucas Toliman. In un ex garage ridipinto siamo stati accolti dal sorriso di una decina di bambini/e e ragazzini con evidenti disabilità fisiche e mentali. Una insegnante ci spiega che sono solo alcuni dei 38 che ospita lì dalle 8,30 alle 12,30 di tutti i giorni feriali perché non ci sono altre strutture pubbliche di accoglienza per queste persone. Qui le 2 insegnanti volontarie (non sappiamo se hanno una abilitazione specifica riconosciuta) cercano di sviluppare le capacità dei ragazzi nella realizzazione di disegni e piccoli oggetti di bigiotteria. Ci sono molte richieste da parte di tante altre famiglie ma non possono accoglierle per mancanza di risorse e spazi molto limitati. Avrebbero grande bisogno di almeno una psicologa ma non hanno la possibilità di pagarla. Parte del contributo per La Laguna va anche a questa iniziativa.

Non abbiamo avuto il tempo di visitare un’altra struttura (sempre del progetto Laguna) che accoglie ragazzi/e ciechi i quali con l’aiuto di Juan praticano una tecnica che permette loro di realizzare dipinti contribuendo in modo significativo alla crescita della loro autostima, fondamentale nella loro situazione.

Quella stessa sera abbiamo cenato con mons. Rosolino vescovo del Quiché (e quindi di p. Clemente), accolti con cordialità nel vescovado. Ci ha fornito una panoramica della situazione della realtà guatemalteca che è fatta di luci ed ombre. La piaga più dolorosa – ci ha detto – è la grande corruzione che investe tutti i settori della vita pubblica e non lascia spazio alle politiche sociali. La risorsa più rilevante per l’economia del paese sono le rimesse degli emigrati soprattutto negli Stati Uniti (circa 2 milioni le stime ufficiali) che ora sono nel mirino minaccioso della egoistica politica del presidente USA Trump.

Nei giorni seguenti abbiamo condiviso a San Antonio Ilotenango con p. Clemente gli incontri con la sua gente: donne, bambini, anziani quasi tutti indigeni. Tante donne, tantissimi bambini. Abbiamo partecipato alle celebrazioni religiose molto vivaci e partecipate del mercoledì delle Ceneri e del primo venerdì di Quaresima. Ci siamo immersi nel loro ambiente, abbiamo camminato con loro durante la loro Via Crucis in un villaggio sperduto sulla montagna e abbiamo constatato quanto profonda sia la loro religiosità, l’ospitalità e l’affetto verso di noi. Quanta povertà, ma quanta umanità in queste persone che portano evidenti i segni dell’emarginazione. Veramente ci ha fatto tanto bene! Ci ha fatto tanto bene cogliere l’energia e la voglia di riscatto. Molte volte non potevamo capire il loro linguaggio ma ci siamo intesi bene perché – come abbiamo detto loro – “l’idioma del cuore è comprensibile a tutti, non ha confini e solo il nostro egoismo e razzismo può creare le barriere per renderlo incomprensibile”. Bellissimi gli incontri con la Giunta parrocchiale che si compone di 30 persone (uomini e donne) provenienti dai 15 villaggi che p. Clemente (unico prete) visita mediamente una volta al mese.

Altra bella realtà che abbiamo conosciuto a San Antonio è quella dell’associazione delle donne indigene che praticano la “medicina naturale” curando efficacemente varie malattie con ricavati di erbe, fiori, piante riscoprendo e valorizzando saperi antichi tramandati dalle autorità ancestrali maya. Sono una trentina e riescono anche a vendere alcuni loro prodotti. Con il ricavato contribuiscono alla crescita, alla ricerca e a mantenere i rapporti di scambio con altri gruppi analoghi presenti in altre località del Guatemala. Il calore umano manifestato nei nostri confronti ci ha commosso. Padre Clemente ci ha poi mostrato la piccola biblioteca che rimane aperta tutti i giorni tranne il mercoledì. La responsabile (signora Lucia) è anche la segretaria di p. Clemente quando egli è assente dalla parrocchia. Inoltre insegna nel progetto di “Educazione alimentare” frequentato nel fine settimana da 41 giovani di ambo i sessi: molto importante perché finalizzato a promuovere una alimentazione sana molto variegata. Molti problemi sanitari sono infatti collegati a una dieta caratterizzata quasi esclusivamente da frutta tropicale, mais, fagioli, un po’ di riso e qualche pezzo di pollo: molto diffusa sia per tradizione che per condizioni di povertà.

Sabato 17 siamo stati accolti e calorosamente ospitati dalla famiglia di Micaela e Mario Cardenas, presidente e uno dei fondatori della cooperativa Kato-ki (che significa “Aiutiamoci”).

Una bellissima realtà del Guatemala dal 1972 fino ad oggi che ha promosso molte iniziative nel campo dell’istruzione, dell’alimentazione, della salute, dell’agricoltura biologica, dell’educazione civica, ecc. La costruzione del “Centro Monte Cristo” è il fiore all’occhiello che abbiamo visitato dopo il pranzo con loro. E’ un Centro che accoglie tutti i giorni 150 bambini e ragazzi per la colazione. Di questi, 85 si fermano anche per il pranzo perché frequentano i vari corsi professionali nei settori dell’agricoltura, dell’elettricità, della falegnameria, del cucito, della meccanica. Particolare attenzione viene riservata alla formazione di cittadini consapevoli dei propri diritti e della loro storia anche recente. Molti servizi interni della struttura sono gestiti direttamente dagli ospiti. Micaela è un vulcano di energia positiva che ci ha piacevolmente contagiati.

Poi gli ultimi giorni ci siamo recati nella zona del grande lago Izabal, abbiamo percorso in barca la foresta tropicale del Rio Dulce che collega il lago con l’oceano Atlantico e immersi un po’ nella realtà della popolazione nera di cultura garifuna. Un mondo tutto particolare che richiama l’ambiente e il clima dei villaggi africani dai quali provenivano i nonni o i bisnonni degli attuali abitanti. Si stabilirono qui per sfuggire alla schiavitù dei coloni bianchi. Chiamarono questa zona “terra di Dio”, cioè Paradiso terrestre. E infatti la natura tutta intorno è un inno alla fecondità dei frutti, ai profumi e ai colori della creazione.

L’ultimo giorno lo abbiamo trascorso nella capitale: una grande metropoli di oltre 4 milioni di abitanti. Quasi 2 milioni – ci ha detto Hugo – vivono nelle favelas che circondano la metropoli e nelle quali nemmeno la polizia si azzarda ad entrare.

Abbiamo cenato lì con il vescovo di Huehuetenango mons. Ramazzini. Ci è parso molto in forma, impegnato oltre che nella sua grande diocesi (un milione di abitanti) anche nella difesa dei diritti dei popoli indigeni. Il mattino seguente alle ore 8 voleva assolutamente essere presente in qualità di “osservatore” riconosciuto a una riunione tra le autorità ancestrali e i rappresentanti di una multinazionale che sta costruendo una centrale idroelettrica ignorando i diritti delle popolazioni, riconosciuti dalla legge e anche da una recente sentenza della magistratura. Alle ore 22 al volante della sua auto è ripartito per le 4 ore di viaggio notturno.

La mattina seguente insieme a p. Clemente e Nicolasa abbiamo reso omaggio e pregato sulla tomba del vescovo mons. Gerardi in cattedrale dopo aver visitato una mostra della sua vita e opera. Un ex collaboratore ci ha raccontato gli episodi principali della sua vita e il coraggio della sua grande opera di denuncia delle migliaia di delitti commessi negli anni della repressione militare. Denuncia che ha pubblicato nell’aprile del 1998 con la grande opera letteraria di 5 volumi dal titolo “Guatemala nunca mas” (Guatemala mai più). Due giorni dopo la presentazione in cattedrale, alcuni sicari lo hanno ucciso. Ora è per tutti gli umiliati ed emarginati del Guatemala il simbolo, il testimone della voglia di giustizia e di riscatto di un “popolo di martiri”.

Siamo ritornati in Italia più ricchi di quando siamo partiti. Grazie Guatemala!

Aldo

Da Borgo Ticino al Guatemala: siamo sulla stessa barca

Segnalo questo articolo pubblicato su “La provincia pavese” di qualche giorno fa. Bravi gli amici dell’AINS!

Noi abbiamo un obiettivo su tutti: coinvolgere 40 persone che vogliano investire in solidarietà attivando 40 sostegni scolastici a distan­za in Guatemala presso il “Comedor In­fanta-Casa 4 luglio”, il progetto per i po­veri di una baraccopoli che stiamo se­guendo dal2012.

In questo momento la solidarietà in­ternazionale, la cooperazione, quella “grande” fatta dalle Ong o “piccola” co­me quella di un’associazione semplice come la nostra, è vista come “un qual­che cosa in più”, una non-priorità per­ché il ragionamento che ci sentiamo spesso fare è: “Se devo aiutare qualcuno, lo aiuto qui dove vivo, dove di poveri ce ne sono tanti. E’ vero: per essere d’aiuto non c’è biso­gno di andare fino in Guatemala. Noi, volontari di Ains onlus la cooperazione la facciamo anche qui a Pavia, da due anni in Borgo Ticino, in un ex comitato di quartiere, insieme a persone anziane socie di un’associazione di promozione sociale. Ma continuiamo a farla anche in Guatemala perché c’è una grossa diffe­renza tra chi vive in un paese centroamericano senza nessuna garanzia di diritti sociali e sanitari e chi vive qui a Pavia con tanti problemi ma comunque una sanità che funziona, un servizio sociale che dà risposte e una scuola che istruisce. Questa, secondo noi è la differenza che deve farci riflettere sull’importanza di un gesto solidale e semplice come quello di sostenere scolasticamente a distanza una bambina che grazie alla vo­glia di continuare a rimanere solidali ha la possibilità di avere un futuro o almeno di immaginarlo.

Il bello di fare volontariato (il nostro impegno nasce nel 19i)8) è che non si hanno certezze, tutti i giorni si affronta una sfida diversa, impegnativa, inaspet­tata perché ì bisogni sono tanti e sempre differenti. La nostra storia di impegno solidale ha 19 anni e spesso ci chiediamo che senso abbia continuare ad impegnarsi in Guatemala o in Borgo Ticino. È una domanda che è giusto porsi per cercare di capire come continuare mi­gliorandosi, e più ce lo chiediamo, più cresce in noi una certezza: vale comun­que sempre la pena impegnarsi per sconfiggere la povertà ovunque essa sia, perché comunque siamo tutti nella stes­sa barca indipendentemente da dove si vive e nessun muro, che qualcuno ogni tanto tenta di alzare, ci farà felici perché dipendiamo troppo l’uno dall’altro. E ne vale ancora più la pena per chi, come noi, svolge lavori nel sociale e in ambito sanitario.

È quasi come se tosse una responsabi­lità mettere a disposizione il proprio sa­pere, il proprio tempo e parte del pro­prio denaro per progettualità che abbia­no una visione ampia perché la deriva a cui stiamo andando incontro si combat­te non smettendo mai di impegnarsi e continuando a rimanere solitidali, ognu­no per quello che può fare.

Renza Baroni, Giulia Dezza, Elisa Moretti, Andrea Bellingeri, Ruggero Rizzinl

volontari Ainsonlus, Pavia

 

Buon Natale!

Cari amici, sostenitori, collaboratori, simpatizzanti della nostra Associazione, o meglio amici tutti di una popolazione che cammina nel buio della povertà, della sofferenza, dell’ingiustizia, dell’emarginazione:
a tutti giunga un ringraziamento e un augurio per queste feste di Natale.
Desideriamo ringraziare tutti voi perché il vostro sostegno alle opere umanitarie della nostra missione DIMOSTRA che possedete il sentimento della “meraviglia”, che rivela la vostra continua sorpresa che ancora ci siano persone che vivono in povertà e nell’emarginazione. Oggi con rapidità ci abituiamo a tutto e niente interessa più di uno sguardo.
Il Presepio che contempliamo invece è soffuso di meraviglia verso un Dio che sceglie la povertà e i poveri come il luogo più adatto per farsi presente: la meraviglia che ancora ci sia il male e che bisogna fare qualcosa per eliminarlo è, così, un agire divino.
Grazie dunque a nome di tutti coloro che possono usufruire della vostra amicizia.
Un felice Natale e un anno di grazia per tutti.

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