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Beatificazione di 3 sacerdoti e 7 laici

 Il 23 aprile 2021

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – La celebrazione della Beatificazione di dieci martiri della diocesi guatemalteca di Quiché si svolgerà a Santa Cruz del Quiché il 23 aprile 2021. Annunciando la solenne circostanza, i Vescovi del Guatemala hanno pubblicato un messaggio in cui ripercorrono la storia di questa terra, bagnata dal sangue di tanti martiri, “fedeli testimoni di Dio” e del suo Vangelo, impegnati a costruire la comunità e la società secondo i valori del Regno.
Il 23 gennaio 2020 Papa Francesco aveva autorizzato la pubblicazione dei decreti che riconoscono il martirio di 3 sacerdoti missionari e 7 laici, tra cui un ragazzo di 12 anni, uccisi in odio alla fede tra il 1980 e il 1991. Erano spinti unicamente dall’amore a Dio e ai fratelli più poveri, in un periodo di persecuzione della Chiesa e di violenza contro tutta la popolazione. I loro nomi si aggiungono alle centinaia di altri testimoni, noti e sconosciuti, che hanno fecondato con il loro sangue questa terra (vedi Fides 13/2/2020).
I tre sacerdoti sono Missionari del Sacro Cuore di Gesù, tutti nati in Spagna. Padre José María Gran Cirera fu inviato in Guatemala nel 1975, dove si impegnò con i poveri e gli indigeni. Venne assassinato il 4 giugno 1980 insieme al sacrestano e catechista Domingo del Barrio Batz, anche lui tra i nuovi beati, mentre rientravano da una visita pastorale ad alcuni villaggi. Padre Faustino Villanueva Villanueva nel 1959 fu inviato in Guatemala, dove ebbe incarichi pastorali in diverse parrocchie della diocesi di Quiché. Fu assassinato il 10 luglio 1980. Padre Juan Alonso Fernández fu inviato in Guatemala nel 1960, lo stesso anno della sua ordinazione. Dal 1963 al 1965 fu missionario in Indonesia. Tornato in Guatemala, fondò la parrocchia di S. Maria Regina a Lancetillo. Fu torturato e assassinato il 15 febbraio 1981.
Insieme a loro verranno beatificati 7 laici, oltre a Domingo del Barrio Batz, sposato, ucciso insieme a padre Cirera, ci sono Juan Barrera Méndez, 12 anni, membro dell’Azione Cattolica; Tomás Ramírez Caba, sposato, sacrestano; Nicolás Castro, catechista e ministro straordinario della Comunione; Reyes Us Hernández, sposato, impegnato nelle attività pastorali; Rosalío Benito, catechista e operatore pastorale; Miguel Tiu Imul, sposato, direttore dell’Azione Cattolica e catechista.
Nel loro messaggio che porta la data del 21 marzo, i Vescovi del Guatemala ricordano che “nel corso della storia della Chiesa, in tempi e circostanze differenti, uomini e donne, fedeli discepoli del Signore, hanno versato il loro sangue fino alla morte. Con il sacrificio della propria vita, hanno suggellato le convinzioni più profonde che hanno animato la loro vita: vivere come Gesù, dare la loro esistenza per gli altri e partecipare al loro destino. Destino di persecuzione e morte.”
Nella storia recente del Guatemala, nel 2017 sono stati beatificati altri quattro martiri, che “negli anni del conflitto armato interno, hanno versato il loro sangue perché erano convinti che non ci fosse amore più grande che dare la vita per gli altri, soprattutto quando la Chiesa cattolica ha insistito per difendere i valori del Regno, proclamati dal Signore Gesù: la difesa della dignità umana, il rispetto della vita, la giustizia sociale e la difesa dei più deboli e vulnerabili”.
“Ora – proseguono -, il Signore ci offre nuovamente l’opportunità di lodarlo e ringraziarlo poiché il prossimo 23 aprile saremo testimoni della Beatificazione dei Martiri della Diocesi di Quiché”. Nel messaggio i Vescovi ricordano che nella diocesi di Quiché l’evangelizzazione si intensificò negli anni 40 del secolo scorso, coinvolgendo molti uomini e donne “per Dio, per la Chiesa e per la società”. La loro vita era contrassegnata dalla fede, dalla carità e dalla preghiera, la stessa fede nella Risurrezione che diede loro la forza di affrontare le sofferenze e la morte. “La loro testimonianza e il loro esempio ci aiutano a confermare la nostra fede nella risurrezione di Cristo e ci offrono l’opportunità di onorarli perché anche loro hanno dato la vita per i propri nemici. Il ricordo della loro vita e delle loro opere riafferma la speranza che si deve morire per vivere e che non c’è amore più grande che dare la vita per gli altri”.
La vita dei nuovi beati è caratterizzata dalle loro opere, proseguono i Vescovi, in quanto erano convinti che il cristiano non può disinteressarsi della realtà in cui vive o chiudersi in un individualismo egoista, sordo alle grandi necessità del suo popolo e delle sue comunità. Furono promotori di giustizia, costruttori di pace, artigiani del bene comune, difensori della persona e dei suoi diritti, annunciatori del Vangelo e costruttori appassionati del Regno di Dio, con una totale fiducia in Cristo, che gli dava forza per affrontare prove, umiliazioni e calunnie.
“Mentre li contempliamo come martiri della Chiesa, un canto di gratitudine e di lode esce dai nostri cuori – conclude il messaggio -. Benedetto è il sangue versato da questi nostri fratelli, perché loro, con la loro testimonianza, ci hanno mostrato cosa significa amare Gesù Cristo… Beati i martiri di un popolo indigeno benedetto dalla fede in Gesù Cristo, perché ci hanno mostrato fino a che punto può arrivare la dedizione di un catechista o di un missionario. Dio è stato grande con noi perché in mezzo alla violenza incontrollabile di quegli anni terribili brillavano luce e speranza, e oggi si raccolgono i frutti della fedeltà e della santità della loro testimonianza”. (SL) (Agenzia Fides 24/03/2021)

Intervista all’infermiera Damaris Picon Lopez

In un contesto di Cooperazione internazionale crediamo sia importante il confronto e l’ascolto come anche la condivisione di idee.
Tramite Alvaro Aguilar Aldana, il nostro referente progettuale in Guatemala, abbiamo fatto alcune domande a Damaris Picón de Lopez, infermiera Ausiliaria, che per un periodo abbastanza lungo, interrotto dalla venuta della pandemia, ha lavorato presso il nostro Comedor Infantil. 
Le abbiamo fatto qualche domanda  per conoscerla come Infermiera ma soprattutto come persona.
Buongiorno Damaris, ti presenti?
Mi chiamo Damaris e sono infermiera dal 2010. Lavoro presso il Ministero della Sanità Pubblica dal 2015 e attualmente nella zona rurale, nei villaggi tra le montagne o comunque lontano dai centri abitati, dalle grandi città.  Sono madre di 2 bambini. Dopo le scuole medie ho studiato un anno diventando Infermiera ausiliaria perché la mia famiglia non poteva permettersi di farmi studiare all’Università. Ho studiato per poter avere un lavoro ed essere d’aiuto alle persone.
In Guatemala com’è il percorso di studi per diventare infermiera?
E’ di due tipi: Auxiliar de enfermería (infermiera Ausiliaria). Si studia un anno in una scuola dove si accede con il titolo di studio di terza media. Si diventa invece Enfermera Profesional (Infermiera professionale) studiando tre anni in Università.
Sono più le donne o gli uomini che studiano per diventare Infermiere?
In Guatemala ci sono un po’ più donne che studiano infermieristica ma c’è anche un buon numero di uomini interessati. Dove lavoro io ci sono 45 infermiere e solo 2 infermieri.
Si trova facilmente lavoro come Infermiera professionale o come Ausialiaria d’Infermieristica? 
Nel ministero della Sanità pubblica ci sono sporadiche opportunità di trovare lavoro, di essere assunte. Chi lavora per il Ministero sa che farà un lavoro impegnativo e duro perché bisogna camminare molto per raggiungere le comunità, specialmente quelle in montagna. A livello privato ci sono più opportunità di essere assunte anche se lo stipendio è basso. In questo periodo di pandemia sono però aumentate le occasioni di lavoro .
Dove può lavorare un’Infermiera’ 
A livello governativo i luoghi sono gli ambulatori presenti nei villaggi, negli ospedali regionali oppure in quelli nelle grandi città. Privatamente si può essere assunti negli ambulatori o negli ospedali anche se il salario è basso, senza troppe garanzie e con turni pesanti.
Come si lavorare in un paese come il Guatemala dove ci viene detto che l’assistenza sanitaria non è accessibile a tutte le persone che ne hanno bisogno quando si ammalano?
È molto difficile perché mancano risorse per essere in grado di soddisfare tutte le esigenze delle persone, soprattutto nelle zona rurale dove manca tutto. Non ci sono medici ma solo infermieri e se si verificano emergenze i pazienti devono essere mandati negli ospedali.
Puoi raccontarci com’è una tua giornata?
Mi alzo molto presto, alle 4 del mattino, alle 6 sono già in viaggio verso le comunità montane. Impiego un paio d’ore per arrivarci con un veicolo a doppia trazione o in moto. Con il tempo piovoso è molto difficile arrampicarsi a causa delle strade sterrate e senza manutenzione. Arrivata al posto di salute, pulisco l’ambulatorio, preparo il materiale che utilizzerò e inizio a prendermi cura delle persone. La media è di 45 visite giornaliere. Si arriva fino a 80 bambini durante i giorni delle vaccinazioni. A volte salto anche il pranzo per il tanto lavoro che c’è. Nel posto di salute sono da sola. Termino il turno alle 16 per arrivare a casa alle 18 circa. Preparo la cena per la mia famiglia e poi vado a dormire.
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Hai lavorato nel Comedor Infantil, il progetto che abbiamo a Santa Gertrudis. Cosa facevi?
Ho lavorato un anno e mezzo, dopo di che ho dovuto interrompere la collaborazione perché il Ministero della salute, causa la pandemia, mi ha chiesto più tempo al lavoro nelle comunità, aumentandomi le ore. Quello che ho fatto al Comedor mi è piaciuto molto perché mi sono occupato degli anziani e dei bambini. Ho fatto visite a domicilio incontrando e parlando con le persone. Il mio lavoro consisteva nella misurazione dei parametri vitali (controllo della pressione arteriosa e della glicemia), prevenzione ed educazione sanitaria, supporto al medico nelle visite che mensilmente si facevano all’interno del Comedor, organizzazione e preparazione delle giornate dedicate all’esecuzione del pap test.
Quando entri nelle case delle persone cosa trovi?
Molte necessità, molte persone bisognose, molti bambini con necessità educative … È così difficile spiegare la situazione che incontro nelle comunità. I sentimenti sono molti…
Quanto è importante educare le persone alla prevenzione delle malattie?
Il lavoro che faccio non riguarda solo la cura. Educare è molto importante perché curarsi è difficile a causa della mancanza di medicinali e forniture per cui si può incidere educando le persone. Ecco perché la prevenzione con l’educazione diventa sempre più necessaria.
Di cosa soffrono le persone che assiti a domicilio?
Diarrea, polmonite, raffreddore, tosse; dopo l’esecuzione di pap test si evidenziano casi di cancro uterino ma soprattutto c’è molta malnutrizione e questo influenza anche il processo di apprendimento dei bambini.
Come può essere d’aiuto un’infermiera in un paese in cui la violenza contro le donne, il machismo maschile e la differenza di genere sono molto comuni?
Nonostante tutta questa violenza, l’infermiera è ben vista e apprezzata. Il machismo nella parte montuosa del Guatemala è molto presente. Non si può, ad esempio, parlare liberamente di pianificazione familiare. L’infermiera è molto rispettata ma bisogna fare attenzione quando si parla di questi argomenti con le famiglie.
Abuso di droghe e prevenzione: quale ruolo può avere l’infermiera?
Nella zona in cui lavoro non ci sono problemi di droga, forse a causa della situazione economica che fa si che le persone non abbiamo soldi da spendere per comprarsi la droga. Ci sono invece problemi relativi all’abuso di alcol. L’infermiera ha sicuramente un ruolo molto importante dal punto di vista educativo e preventivo nell’affrontare problematiche di questo genere.
Infermieri e povertà. Cosa pensi tu che ogni giorno entri nelle case di persone che vivono in condizioni di fragilità e talvolta di estrema povertà?
Mi sento impotente non potendo fare nulla vedendo persone abbandonate al loro destino. Come ho detto prima, ci sono molti sentimenti che si provano di fronte a molte situazioni di povertà, a volte estrema, presenti nel paese.
Sanità pubblica o privata. Servizi sanitari gratuiti o a pagamento. Farmaci gratuiti o a pagamento. Cosa ne pensi?
La salute deve essere accessibile a tutti. In Guatemala è stata privatizzata e il privato ne ha tratto grandi profitti, soprattutto con i medicinali. Sebbene la legge dice che tutti hanno diritto gratuitamente di curarsi, non è così.
C’è una figura come l’infermiera scolastica nelle scuole guatemalteche?
Non c’è l’infermiera nelle nostre scuole. Sono i centri sanitari governativi ad essere responsabili del sistema di sorveglianza sanitaria scolastica. Nelle scuole sarebbe utile ed importante esserci, per quanto possibile, per portare formazione, prevenzione ed educazione ma si presta pochissima attenzione a causa dell’elevata domanda di assistenza, di cure, di interventi da parte della popolazione che vive nelle comunità per cui la medicina scolastica passa in secondo piano.
Cosa metti nella tua borsa quando vai al lavoro?
Porto un po’ di tutto: attrezzatura da lavoro, acqua, un pane, un frutto. Ora non manca il gel antibatterico oltre a portare ogni giorno una scorta di medicinali per le esigenze più importanti delle persone di cui devo occuparmi.
Consiglieresti a tuo figlio o a tua figlia di studiare infermieristica?
Si lo consiglierei, anche se si tratta di una professione impegnativa dove si fanno tanti sacrifici. Purtroppo il salario mensile è basso. I miei figli dicono che non vogliono fare l’infermiera perché li lascio soli per ore e ore.
Come hai lavorato in questo periodo di Covid?
Abbiamo riposato poco. Quando ci è stato detto che c’erano i primi casi di coronavirus e che dovevamo intervenire ero molto preoccupata a causa delle poche informazioni che avevamo. Siamo andati dove ci è stato detto, non importava se avevamo una famiglia, se tra i nostri famigliari c’era qualcuno ammalato. Siamo andati dove ci hanno mandato. Ho imparato a fare i tamponi e prendermi cura delle persone. Sono stata lontano da casa e lontano dalla mia famiglia per 2 mesi… è stata un’esperienza molto forte.
In Italia, gli infermieri che hanno lavorato durante il covid sono considerati eroi anche se non ci piace questa parola. 
Come ti consideri?
Mi considero “privilegiata” per aver servito e aiutato la mia comunità però non posso non avere paura di tornare a casa pensando di poter infettare la mia famiglia. Siamo tutti vulnerabili alla pandemia, ma sappiamo che altre persone nei villaggi hanno ancora bisogno di noi per ottenere conforto di fronte alle loro sofferenze.
Vi ringrazio molto per questa intervista che mi aiuta a riflettere su quello che faccio.

Gli auguri di Natale del presidente “Amici del Guatemala”

Cari amici del Guatemala,
ho terminato da qualche giorno la lettura dell’enciclica: «Fratelli tutti» (Fratres omnes), di Papa Francesco. Un testo denso e ricco di incitamenti e stimoli per la vita.
È da molti anni che camminiamo insieme per la strada che ha due binari di cui parla papa Francesco: la solidarietà e la fraternità. E desidero, prima del Natale, inviarvi un pensiero perché questa forzata lontananza non ci disunisca e non ci scolli gli uni dagli altri, sbriciolati in una vita solitaria. Dobbiamo sentirci uniti e vicini, ancora «assembrati» nel dare significato e valore alla nostra esistenza, comunque essa sia e comunque in essa ci sentiamo. Questo è un incoraggiamento a non perdere il senso del nostro vivere quotidiano, anche se ci sembra banale, monotono, inutile… Non è così, perché il valore di noi stessi non è misurato né con i tamponi né con il termometro.
E questo è lo scopo per cui è stata scritta l’enciclica, che tenterò di riassumervi in altre parole. Essa desidera di provocare in ogni uomo una considerazione sul senso del suo esistere, perchè certamente non troveremo mai un senso alla nostra vita, né potremo dare valore alla nostra quotidianità, né accresceremo la nostra dignità di uomini e di donne nel puro ammassare ricchezze materiali o nell’inseguire proprietà e profitti economici. Così non sarà la politica, né l’economia né i giochi di potere che potranno dirci o misurare la nostra dignità e il nostro valore umano.
Il potere e l’economia guardano ai profitti dei mercati, al commercio delle armi, ai guadagni tratti dalle malattie e disgrazie altrui, sono interessati ai vantaggi derivanti dalla cultura di violenza, dallo sfruttamento sulla povertà, dall’usofrutto di gente disperata, o quanto rende inquinare l’aria, la terra, il mare… e la stessa pubblicità che incita a quella distruzione.
L’economia e i poteri non guardano e non misurano la lealtà delle persone nelle loro relazioni, la giustizia sociale, l’onestà nella vita pubblica. Non calcolano la sofferenza e l’impegno all’amicizia, all’amore, alla solidarietà e alla fraternità delle famiglie, delle persone. Non sono interessati al malato, al vecchio, all’invalido, … se non per guadagnarci. Non considerano la qualità dell’educazione, la gioia delle relazioni di pace, dei valori e dei pregi, o anche la poesia dei cuori che le persone hanno in loro stesse da esaltare e far vivere…
Insomma una società votata al denaro e al potere ci può costringere a vivere come si vive, ma non ci aiuta e non ci fa capire se ne siamo degni e se meritiamo di vivere.
In sostanza questa è l’enciclica. La ricordo perché il nostro comune cammino di «Amici del Guatemala» è stato quello di generare in noi un sentito dignitoso, che esaltasse le qualità, i valori, gli ideali umani e vitali che ciascuno di noi si porta dentro e che spesso da soli non si riescono a manifestare e a testimoniare. Siamo una comunità, piccola ma sempre una valida comunità di persone che si sentono unite nel testimoniare la bellezza, la grandezza di ogni essere umano quando vive la ricchezza della sua umanità. Un uomo vale l’umanità, dunque sentiamoci uniti in questo cammino nel bene, faticoso ma degno di essere vissuto: una persona che non vive per servire, non serve per la vita.
Sempre uniti nel bene: Buon Natale a tutti.
Athos Turchi
AMICI DEL GUATEMALA ONLUS
Piazza Madre Teresa di Calcutta, 1 – 53100 Siena
tel 328-4097118  

amiciguatemala@yahoo.it
http://www.amiciguatemala.org/
 
Per destinare a Amici del Guatemala ONLUS il 5 per mille basta firmare nel riquadro dedicato alle ONLUS
e indicare il codice fiscale di Amici del Guatemala 92027810529

E se aiutando loro, arrivassimo ad aiutare anche noi stessi?

Se donando, in realtà, ricevessimo?

Ecco i bambini (e le famiglie) che cominceranno il percorso all’asilo da Gennaio 2020.

 

Ho aperto con queste due domande per riflettere sulle conseguenze dirette e indirette di una donazione per un progetto geograficamente lontano, come il nostro asilo in Guatemala.  Donando prendiamo qualcosa che è “sul nostro piatto” e lo doniamo a qualcun altro , senza aspettarci nulla in cambio : così va intesa la donazione, e così compie al massimo il suo potenziale “umanizzante”.  Ma vorrei che consideraste anche quanto segue:

Partecipando al progetto Asilo “Gian Carlo Noris” a San Pedro Yepocapa, abbiamo la possibilità’ di :

  • Formare le persone che abitano e abiteranno questo pianeta oggi e domani. Individui e comunità che condivideranno le finite risorse di questo pianeta con noi e con i nostri figli. In un momento in cui più che mai ci rendiamo conto di come le nostre vite siano tutte interconnesse, sostenere una persona/comunità’ dall’altra parte del mondo vale forse, quanto educare i bambini della nostra cittadina.
    – Se in Guatemala tagliano i boschi, è un problema anche per “noi”.
    -Se in Guatemala gettano la plastica nei fiumi, è un problema anche per “noi”.
    -Se in Guatemala violentano una donna o picchiano un bambino, e’ una sconfitta anche per “noi”

E quindi, in quest’ottica aiutando loro aiutiamo anche noi stessi. Senza quindi dimenticarci del valore umanizzante di una donazione fine a se stessa, consideriamo che aiutando le persone a noi lontane (fisicamente) aiutiamo anche quelle a noi più vicine.

Aiutando loro, aiutiamo anche noi stessi e le persone a noi più care.

INVIA UNA DONAZIONE

ASILO “GIAN-CARLO NORIS” a San Pedro Yepocapa (Guatemala) 2020.

Ed eccoci quindi al sodo : il progetto asilo.

Il nostro asilo a San Pedro Yepocapa, è ormai una realtà consolidata e riconosciuta ( a livello comunitario e istituzionale).
Gli sforzi congiunti delle nostre maestre, del personale Rekko , del direttore Jose Perez Carbonero, della fondazione “Plantando Semilla” e di tutti coloro che sostengono il progetto, hanno già’ consentito di formare oltre 120 bambini e bambine

Da 7 anni, abbiamo preso un’impegno nei confronti della comunità, e in particolare nei confronti delle famiglie più escluse ed emarginate.
Questo impegno è riassunto nella parola “asilo” ma e’ in realtà molto di più. Infatti il progetto è:

  • un centro educativo
  • un centro comunitario per le famiglie
  • un centro di formazione per maestre (negli anni, ne abbiamo già’ formate più di 10)
  • un punto di partenza per interventi sanitari e di assistenza alle famiglie
  • una scuola per “l’alimentazione sana”
  • un punto di connessione tra Rekko e la comunità’

Trovandomi qui in Guatemala, la settimana scorsa, ho avuto l’opportunità’ di incontrare:

  • le maestre: professioniste (alcune, mamme a loro volta) che approcciano con la dovuta serietà’, desiderio di superamento e determinazione il loro lavoro.
  • le famiglie i cui figli sono stati ammessi ai corsi che inizieranno a Gennaio 2020 : scelte da un lato perché identificate come “vulnerabili” e dall’altro perché’ hanno dimostrato il desiderio di offrire ai propri figli un’opportunità.

Sono rimasto positivamente colpito sia dagli uni che dagli altri.
Mi ha emozionato pensare che Rekko rappresenti una piattaforma cosi importante e solida all’interno di San Pedro Yepocapa.
Questi incontri mi hanno ulteriormente rassicurato relativamente alla qualità del progetto e dei servizi che offriamo: per questo mi sento estremamente tranquillo nel “metterci la faccia” e chiedervi di partecipare con me .

Come ho scritto sopra, gli “ingredienti” necessari per realizzare questo progetto sono molti.
Uno di questi siamo noi donatori e sostenitori: come ogni cosa infatti, anche questo progetto ha un costo.

Esattamente : 23.221,00 Euro .
Una cifra importante, ma che insieme sono sicuro potremo coprire.

Come dico sempre : INSIEME POSSIAMO TUTTO .

A QUESTO LINK TROVATE LA PAGINA CON LA DESCRIZIONE DEL PROGETTO, INCLUSI GLI STRUMENTI PER EFFETTUARE UNA DONAZIONE.

Visita del nuovo cardinale

Ramazzini-Don Luigi

 

da “L’Arena” domenica 13 ottobre 2019

È cardinale da una settimana, anche se papa Francesco ha fatto il suo nome all’Angelus il 1° settembre scorso, ma la schiettezza di monsignor Alvaro Leonel Ramazzini Imeri, vescovo di Huehuetenango in Guatemala, è rimasta la stessa tanto da fare una visita a sorpresa all’amico monsignor Luigi Adami, parroco di San Zeno di Colognola. In Italia per ricevere la nomina nella basilica di San Pietro a Roma, prima di ripartire domani per la sua terra, il cardinale ha pranzato con don Adami in paese dove è già stato anni fa, incontrando in canonica i parrocchiani che da anni intrattengono rapporti di amicizia con alcune comunità guatemalteche.

Nato 72 anni fa a Ciudad de Guatemala ma di origini italiane, monsignor Ramazzini è ritenuto «vescovo di frontiera», dalla parte dei poveri, indigeni discendenti dai Maya e migranti, sostenendoli nella rivendicazione dei loro diritti. Un impegno coraggioso per il quale è stato minacciato di morte. «Sono in amicizia con don Luigi e la sua comunità che ringrazio per la solidarietà che esprimono al mio Paese, piccolo ma desideroso di andare avanti nonostante le difficoltà», ha esordito Ramazzini. «Non sapevo che papa Francesco mi avrebbe nominato cardinale; ho avuto la notizia il giorno stesso in cui ha fatto il mio nome, da un amico di Fabriano che mi ha telefonato, ma gli ho risposto che la cosa mi giungeva nuova e dovevo verificare. Poi l’ho letto su Vatican News e mi ha chiamato il nunzio apostolico, così ho capito che era vero», ha raccontato. «Il nunzio mi ha dato una lettera del Papa in cui diceva che l’essere cardinale non è un onore ma un servizio, “una missione da compiere con lealtà, coerenza e compassione”, collaborando col Santo Padre nel governo della Chiesa; sono valori che hanno sempre orientato la mia vita». Ha parlato di papa Bergoglio: «L’ho conosciuto quando era presidente della conferenza episcopale argentina e io di quella del Guatemala. Ultimamente ci eravamo visti a Panama alla Giornata della gioventù, ma non mi aspettavo mi facesse cardinale.

Desideravo stargli vicino», ha ammesso, «per potergli riferire della realtà povera in cui viviamo, e ora mi sarà più semplice». «Sono in sintonia con lui», ha detto Ramazzini, «e mi dispiacciono le critiche che gli fanno. Ho visto a Roma cardinali che, dalle informazioni che circolano, sono contro Francesco, ma erano lì in concistoro; noi giuriamo fedeltà al Papa e se qualcosa non va, dobbiamo dialogare con lui e non rilasciare dichiarazioni pubbliche che non giovano a nessuno. La fraternità si costruisce sulla lealtà. Spero che questo Papa vada avanti a lungo perché sta facendo cose sconvolgenti». «Ora torno in Guatemala dove c’è chi mi accusa di aver estorto la nomina», ha rivelato il cardinale, «perché non la accetta. Sono persone che non hanno mai parlato con me; alcune fanno parte della Chiesa, altre del settore filomilitare, altre ancora sono ricche e ritengono il mio pensiero marxista, ma la mia è solo dottrina della Chiesa. Ho contro di me anche dei contadini perchè dico che non si usa la violenza per affermare i propri diritti. Quando prendi posizioni tipiche del Vangelo, la reazione è questa». Ramazzini ha parlato della sua diocesi: «Ha 1 milione e 200 mila abitanti di cui il 70 per cento cattolici e siamo in 40 preti. Ci sono tanti problemi tra cui molti migranti minorenni che vanno negli Stati Uniti; parecchi di loro sono in centri di detenzione, altri privati dei documenti. Tra Guatemala e Messico sostano 2 mila migranti africani, ma non c’è lavoro. Io sono contro l’industria estrattiva di oro e argento che sfrutta e impoverisce, ma sono favorevole alle iniziative che potranno permettere alla gente di vivere con dignità». •

M.R.

Ramazzini a San Zeno

Il cardinale Álvaro Leonel Ramazzini Imeri

Al nuovo cardinale, creato da Papa Francesco il 5 ottobre 2019, è stato assegnato il titolo della Chiesa di San Giovanni Evangelista a Spinaceto
Il cardinale Alvaro Leonel Rammazini Imeri – vescovo di Huehuetenango
da Vaticannews del 05 ottobre 2019
Letteralmente “vescovo di frontiera”, Álvaro Leonel Ramazzini Imeri è schierato da sempre in prima linea accanto alle popolazioni più povere del Guatemala. Aperto al dialogo a tutto campo, in particolare è al fianco degli indigeni discendenti dei maya e dei migranti, sostenendoli nella rivendicazioni dei loro diritti, contro le ingiustizie e i soprusi, soprattutto quelli perpetrati dalle multinazionali che saccheggiano le risorse del Paese centramericano.  Per questa sua azione ha ricevuto anche minacce di morte.

Nato il 16 luglio 1947 a Ciudad de Guatemala, è il maggiore dei quattro figli di Ernesto Ramazzini e Delia Imeri, di origini italiane, emigrati dalla  Lombardia. Ha frequentato i primi tre anni della scuola primaria nel Colegio de Jesús de Candelaria, il quarto anno nella Escuela Pública Miguel Hidalgo y Costilla a Chimaltenango e il quinto e sesto anno nel Colegio El Rosario. Poi ha perfezionato la  preparazione nel Seminario minore conciliare di Santiago, sempre nell’arcidiocesi di Guatemala. Ha studiato filosofia e teologia nell’Instituto Teológico Salesiano e ha concluso la formazione al sacerdozio in Messico, nel seminario diocesano di Mérida, nello Yucatán.

È stato ordinato presbitero il 27 giugno 1971 nella cattedrale di Guatemala dall’arcivescovo Mario Casariego, che lo ha subito incaricato di occuparsi del seminario maggiore de la Asunción. In quel periodo, precisamente tra il 1976 e il 1980, ha studiato Diritto canonico alla Pontificia università Gregoriana, conseguendo il dottorato.

Rientrato in Guatemala è stato prima formatore, poi professore di Teologia e quindi dal 1983 al 1986 rettore del seminario  de la Asunción. Ha anche insegnato Teologia e Diritto canonico nell’Istituto teologico salesiano, accompagnando questi servizi con la cura pastorale nelle parrocchie.

Il 15 dicembre 1988 Giovanni Paolo II lo ha nominato vescovo di San Marcos e il 6 gennaio 1989 gli ha conferito personalmente l’ordinazione nella basilica di San Pietro. ¡Ay de mí sino evangelizo! (“Guai a me se non evangelizzo!”) è il suo motto episcopale. Nella diocesi ha fondato la pastorale della terra, per la valorizzazione delle risorse agricole e della dignità dei lavoratori rurali, e la Casa del migrante, per tutelare soprattutto i minori non accompagnati.

Nel 1990 è divenuto segretario generale della Conferenza episcopale guatemalteca (Ceg), nel cui ambito ha ricoperto numerosi incarichi fino ad esserne eletto presidente nel 2006. Ha terminato il mandato nel 2008 e al momento è responsabile delle Commissioni per le comunicazioni sociali e per la giustizia e la solidarietà.  Ma è stato anche a capo della pastorale sociale, della Caritas nazionale, della pastorale delle comunicazioni, della pastorale dei carcerati e di quella  per la “movilidad humana”.

Sempre nell’ambito della Ceg, ha assunto un ruolo di rilievo al servizio della promozione della pace durante la guerra civile che ha colpito il Paese dal 1960 al 1996: infatti è stato delegato dei vescovi guatemaltechi  in seno alla “Comisión multipartita” per la verifica delle comunità della popolazione civile in resistenza nel nord del Quiche  (1990-1994) e membro del settore religioso nella  Commissione nazionale di riconciliazione, che ha consentito la nascita del Dialogo nazionale (1991-1996).

Impegnato anche a livello continentale, ha presieduto dal 2000 al 2006 il Servicio internacional cristiano de solidaridad con los pueblos de América latina “Óscar Romero” (Sicsal) e dal 2001 al 2005  il Segretariato episcopale dell’America centrale (Sedac). Significativo il suo contribuito nel Consiglio episcopale latinoamericano (Celam): ha preso parte alle conferenze generali del 1992 a Santo Domingo e del 2007 ad Aparecida; e   tra il 1991 e il 1995 è stato responsabile della sezione per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.

Nel 2011 ha ricevuto il premio “Pacem in terris”   assegnato “per onorare una persona che si distingue nella pace e nella giustizia, non solamente nel proprio paese ma nel mondo”   e il 14 maggio 2012 è stato trasferito da Benedetto XVI alla sede residenziale di Huehuetenango, che conta quasi un milione di fedeli, ai confini con lo Stato messicano del Chiapas. Dopo l’ingresso in diocesi, il successivo 14 luglio, ha ancora di più rilanciato il suo servizio tra i poveri, divenendo punto di riferimento soprattutto per le popolazioni indigene che subiscono violenze e ingiustizie.

Appassionato di musica e letteratura, ama anche il calcio e le lunghe passeggiate in mezzo alla natura. Nell’ambito della Curia romana, dal 1990 è membro della Pontificia commissione per l’America latina, e dal 1991 al 1996 è stato membro del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Nel 1997 ha preso parte all’Assemblea speciale per l’America del Sinodo dei vescovi.

Ritorno dal Guatemala

Una utile riflessione di Ruggero che non deve scoraggiare ma rinforzare la volontà di solidarietà con chi opera per il bene del Guatemala.

Buongiorno, il 10 settembre sono atterrato a Milano Malpensa con un volo proveniente da città del Guatemala dove ho trascorso pochi giorni (10) ma particolarmente ricchi di emozioni che brevemente vi racconto. Intanto vi dico che ho visto un paese molto pericoloso dove è aumentata sempre più la violenza tra le persone e, viene proprio da dire, che ci si ammazza per il gusto di farlo. Tutte le mattine, appena sveglio, sul telefonino mi collegavo a la Prensa Libre, il quotidiano più letto nel paese, e, sempre, le notizie erano racconti di violenze tra uomini, di uomini contro le donne e tante nei confronti dei bambini. Su tutte, tre mi hanno particolarmente colpito: l’uccisione in pieno giorno di un autista di un autobus cittadino che in una zona della capitale è stato ammazzato e scaraventato per strada mentre era alla guida. Una storiaccia di una mamma che fotografava la figlia di 5 anni vendendo le foto via internet ad una persona negli Stati Uniti, guadagnando 50 dollari. L’imboscata nei confronti di 4 militari in una zona del Paese ai confini con il Belize e l’Honduras, zona ricca di piantagioni di Palma Africana da cui si ricava l’olio usato nell’industria alimentare. Imboscata che ha provocato 3 morti e un ferito che si è salvato e ha potuto raccontare. Imboscata che ha causato una reazione immediata del governo del Guatemala con un coprifuoco, che non mi era mai capitato di vivere, in alcune regioni del paese compresa quella de El Progresso dove c’è il nostro progetto, il Comedor infantil, la nostra struttura. Coprifuoco che significa non poter fare nulla per 30 giorni una volta calato il sole, nemmeno ritrovarsi per strada in 3-4 persone per bersi una birra o fare quattro chiacchiere. Non è una bella sensazione e non si vive per niente bene in un contesto dove esci alla mattina ma non sai se ritornerai a casa alla sera. Questo è il Centro America, il Guatemala. Verrebbe da dire aggiungendo: ” di cosa ti stupisci?”. Gia![

Non commento anche se una certa idea me la sono fatta, per rispetto del paese che ci ospita in solidarietà da 20 anni, perché non conosco bene le dinamiche politiche e sociali e soprattutto perché sarebbe una mancanza di rispetto giudicare ciò che vedo andandoci solo un paio di volte all’anno per poche settimane. Certo è che non è il massimo e più mi informo, più vedo cose che non capisco e spaventano. Poi c’è la parte turistica del paese che accoglie, coccola e difende. Però questo è un altro capitolo che andrebbe analizzato. E’, ripeto, un paese sempre più complicato che ogni volta che ci vado mi sembra sempre peggio anche se ci sono realtà che ho incontrato e vogliono reagire, a fatica, riuscendoci. Il viaggio, per quanto riguarda i nostri progetti, è andato bene. Mi è servito passare del tempo con Alvaro, il nostro referente progettuale, per capire cosa si può fare per migliorare quello che stiamo facendo. Purtroppo è triste constatare che la salute non è una priorità per chi è povero ed essendo che spesso vivono alla giornata: “prima si mangia e poi quando ci ammaleremo…si vedrà. Va potenziato sicuramente il progetto del Sostegno a Distanza che coinvolge 40 tra bambine e bambini, 26 anziani e 7 giovani che frequentano il nostro Collegio aperto a gennaio di quest’anno. Sostenere a Distanza uno di questi bambini li aiuta veramente perché il denaro investito (200 euro all’anno) va a finanziare loro, che frequentano la struttura, per fornire educazione, cibo, intrattenimento e, in caso di necessità, cure sanitarie gratuite. Il sostegno degli anziani con il progetto “Bolsa Solidaria” che consiste nel fornire una volta al mese ad un anziano una borsa di alimenti, li aiuta nel diversificare ed integrare la loro alimentazione. Ricordiamo che in Guatemala gli anziani insieme ai bambini e alle donne sono una categoria del paese veramente fragile. E poi occorre potenziare l’Alojamento Santa Gertrudis e la piccola Tienda alimentare all’interno del Comedor Infantil. L’ Alojamento è 12 posti letto messi a disposizione dei viandanti che passano per lavoro o turismo dalle parti del Comedor Infantil. E’ sui vari motori di ricerca e sta, lentamente funzionando. Con 16 euro si dorme, con 3 euro si fa colazione e l’utile di cassa va a finanziare la struttura e le attività che in essa si svolgono. La piccola Tienda alimentare, un piccolo negozio, funziona perché la gente compra e, anche in questo caso, l’utile di cassa finanza il progetto. Poi c’è tutto il resto che è posti di lavoro, educazione, valori condivisi e la visione di un futuro per i bambini e gli anziani e le loro famiglie. Questo è e questo è ciò che mi porto a casa da un viaggio breve ma intenso di emozioni. Bisogna viaggiare per conoscere ed aprire la mente. Bisogna aver voglia di ascoltare ed osservare e soprattutto occorre cambiare rotta educandoci un po’ tutti alla solidarietà. C’è un gran bisogno di rimanere solidali perché non c’è alternativa e soprattutto ne vale la pena. Continuate a seguirci, se volete e potete.

Ruggero

La dimensione fondamentale dell’invito

Relazione di Dario Boschetto che ha trascorso 4 settimane di volontariato in Guatemala nella comunità di San Antonio Ilotenango.

Ho avuto l’opportunità di prestare il mio servizio come educatore missionario in Guatemala, dal 29 luglio al 26 agosto 2019. Nulla di quello che sto per descrivere si sarebbe potuto verificare se, ormai tre anni fa, non avessi ricevuto l’invito al partire da parte di un signore canuto conosciuto quasi “per caso” durante una visita alla scuola di don Milani a Barbiana: Aldo Corradi.
 Tutto è iniziato con quell’invito al quale, dovendo declinare per impegni già presi, ho risposto con la richiesta di mantenermi aggiornato via email sulla situazione dei progetti in Guatemala. E’ stato così che per tre anni ho seguito l’evolversi delle varie vicende politiche, sociali e culturali guatemalteche.
Finalmente a Luglio ho potuto conoscere direttamente questa la realtà.
Potrei descrivere in lunghe pagine i colori, i profumi e la bellezza dei paesaggi che questo paese dona a larghe mani accogliendo ogni persona intenzionata a visitarlo. Potrei parlare dell’azzurro acceso di un cielo che non è velato dal forte inquinamento che noi europei ci siamo abituati a considerare come normale. Potrei parlare della ceiba, albero enorme e possente al centro della cosmogonia maya, che a volte non si riesce ad abbracciare se non si è almeno in sei/sette persone. Potrei parlare dei vestiti tradizionali coloratissimi, dei canti stonati in chiesa o della forte energia evocata durante cerimonie maya e messe cristiane celebrate nello stesso momento. Potrei parlare delle ricchezze delle rovine maya pronte per essere disotterrate.Di tante cose vorrei parlarvi, ma sono due le cose che voglio trasmettervi in queste righe: la bellezza degli incontri fatti e la necessità di creare una visione condivisa sul futuro.
Guide fondamentali per poter comprendere e decifrare la realtà che ogni giorno mi si presentava sono state padre Clemente Peneleu e Nicolasa Mendoza.
P. Clemente mi ha accompagnato all’incontro degli ultimi, nelle pieghe e nelle piaghe di una popolazione che ancora stenta a rialzarsi. Con lui ho potuto fare chiarezza sulla necessità di conoscere appieno le proprie radici, intese come cultura e spiritualità. Mi ha presentato a diversi gruppi e a molti leader sociali: dal gruppo della pastorale della salute (impegnato nella formazione sull’utilizzo di erbe e piante medicinali) al gruppo di giovani, a quello dei numerosissimi chierichetti fino al consiglio pastorale che si occupa, tra le altre cose, di politica etica. Ho conosciuto grazie a lui guide spirituali maya, altri sacerdoti e soprattutto anziani la cui saggezza scandita da lunghi silenzi mi hanno fatto riscoprire il valore dell’ascolto e dell’accoglienza.
Nicolasa mi ha invece guidato alla scoperta di alcune attività e al lavoro di coscientizzazione politica e sociale.
In tutto questo io non sono rimasto con le mani in mano! Assieme al gruppo di chierichetti è stato realizzato un murales collettivo sulla parete esterna della casa di p. Clemente. Dopo aver concordato insieme le attività, ci siamo messi contro la parete per disegnare le nostre sagome. Insieme abbiamo usato colori vivaci e tanta creatività per rendere la nostra sagoma unica ed originale. Ognuno ha scelto poi una parola che lo rappresentava e l’ha scritta sopra la sua sagoma. E così ora la viuzza è adornata da un lungo muro dove una quarantina di sagome colorate si danno la mano e dove la gente di passaggio può leggere parole come fratellanza, giustizia, pace, amore, uguaglianza, rispetto…
Visto che il gruppo non era mai andato in campeggio, ho lanciato la proposta di fare due giorni insieme in un parco naturale situato a 40 minuti di strada da San Antonio Ilotenango. L’adesione è stata immediata, la voglia di impegnarsi e crescere insieme nelle attività proposte è stata elettrizzante. E così abbiamo passato due bellissime giornate a mettere in pratica attraverso attività esperienziali i concetti di collaborazione, rispetto, responsabilità, libertà nella scelta e…coraggio affrontando metaforicamente le nostre paure con una camminata nel bosco di notte senza luci, per poi consegnarle alla luce di un fuoco acceso sotto una stellata incantevole.
Sono stati fatti poi incontri di scambio e formazione sia per i giovani di San Antonio che per gli studenti della Scuola Mista Interculturale Bilingue di Chel, nelle montagne a nord.
Non è stato sempre facile, ma sicuramente ne è valsa la pena. Grave rimane la situazione di miseria (non la si può definire povertà) in cui sono costrette a sopravvivere le persone. Altissimo il livello di violenza testimoniato e vissuto ogni giornata. Disastrosa la condizione delle infrastrutture. Povera e corrotta la mentalità politica. Il Guatemala (o almeno quello che io ho potuto conoscere) sembra soffrire di amnesia e forte miopia. Se l’amnesia sembra aver già cancellato l’esperienza dolorosissima della guerra civile, la miopia non permette di avere una visione sul futuro. Ognuno quindi sembra provare a salvarsi da solo, svendendo e svendendosi. Sono pochissime le scintille di speranza di cambiamento di cui posso dare testimonianza. Però ci sono, e per questo ne vale la pena.
Credo fondamentale investire energie e risorse in progetti che permettano da una parte di coscientizzare le persone (portare a coscienza) capacitandole alla creazione e realizzazione di un progetto sociale e politico condiviso. Punti fondamentali riguardano l’educazione a pensare e l’onestà dell’attività politica. Inoltre bisognerebbe studiare e realizzare porgetti di micro-credito per far partire piccole realtà di commercio che permettano il sostentamento reciproco della comunità. Tutto questo però deve essere monitorato; non come forma di controllo, ma come forma di gestione per capire quali interventi funzionano e quali invece no, tenendo traccia dei risultati con il fine di un continuo miglioramento.
Sono grato per questa esperienza, partita tutta da un invito. Ho messo a disposizione le mie competenze con delle Sorelle e dei Fratelli che hanno voglia di crescere insieme, e che hanno una bellezza straordinaria pronta per essere condivisa con i prossimi ospiti.
Un abbraccio di cuore,
Dario
metamorfosi di un muro

Di nuovo in Guatemala

Dal 26 ottobre al 4 novembre saremo nuovamente in Guatemala per incontrare gli amici del “Comedor Infantil-Casa 4 luglio” e per seguire due progetti a cui teniamo molto: portare musica di qualità ed emozioni tramite la chitarra, la professionalità e la manualità di Massimiliano Alloisio e per seguire i lavori di un reportage fotografico che abbiamo commissionato a Giuseppe Dezza, fotografo con anni di esperienza in Salvador, perché è arrivato il momento di raccontare con immagini dove cooperiamo, con chi e perché.
Con Massimiliano Alloisio (comincia i suoi studi musicali di chitarra classica col Maestro Franco Brambati, approfondendo le tematiche della chitarra flamenca col Maestro Juan Lorenzo. Segue seminari coi Maestri Oscar Herrero, Miguel Rivera, José Postigo e Maurizio Colonna. Particolarmente attratto dalla composizione e dall’arrangiamento, si laurea all’Università di Pavia in Musicologia) andremo a regalare musica ed emozioni a 1000 metri nella comunità de El Bosque dove si coltiva caffè (qui da un anno, insieme alla Cooperativa Shadilly, alla Cooperativa Mondosolidale, all’associazione la Giostra del Sorriso e l’APS Presi nella Rete, finanziamo un piccolo ambulatorio che garantisce quotidiani servizi infermieristici e medici), ad Incontrare gli studenti dell’Università PanAmericana e i bambini, le mamme e i loro fratelli che seguiamo nel Comedor e che vivono nella Baraccopoli di Santa Gertrudis.
Sarà un piccolo viaggio, il secondo di quest’anno, per continuare ad esserci e contribuire a far crescere la cultura della solidarietà, del dono e della condivisione in un paese, il Guatemala, dove siamo presenti da 20 anni.
Se vi va vi terremo aggiornati e…buona giornata da Elisa, Giulia, Renza, Andrea e Ruggero (Volontari AINS onlus)