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Visita del nuovo cardinale

Ramazzini-Don Luigi

 

da “L’Arena” domenica 13 ottobre 2019

È cardinale da una settimana, anche se papa Francesco ha fatto il suo nome all’Angelus il 1° settembre scorso, ma la schiettezza di monsignor Alvaro Leonel Ramazzini Imeri, vescovo di Huehuetenango in Guatemala, è rimasta la stessa tanto da fare una visita a sorpresa all’amico monsignor Luigi Adami, parroco di San Zeno di Colognola. In Italia per ricevere la nomina nella basilica di San Pietro a Roma, prima di ripartire domani per la sua terra, il cardinale ha pranzato con don Adami in paese dove è già stato anni fa, incontrando in canonica i parrocchiani che da anni intrattengono rapporti di amicizia con alcune comunità guatemalteche.

Nato 72 anni fa a Ciudad de Guatemala ma di origini italiane, monsignor Ramazzini è ritenuto «vescovo di frontiera», dalla parte dei poveri, indigeni discendenti dai Maya e migranti, sostenendoli nella rivendicazione dei loro diritti. Un impegno coraggioso per il quale è stato minacciato di morte. «Sono in amicizia con don Luigi e la sua comunità che ringrazio per la solidarietà che esprimono al mio Paese, piccolo ma desideroso di andare avanti nonostante le difficoltà», ha esordito Ramazzini. «Non sapevo che papa Francesco mi avrebbe nominato cardinale; ho avuto la notizia il giorno stesso in cui ha fatto il mio nome, da un amico di Fabriano che mi ha telefonato, ma gli ho risposto che la cosa mi giungeva nuova e dovevo verificare. Poi l’ho letto su Vatican News e mi ha chiamato il nunzio apostolico, così ho capito che era vero», ha raccontato. «Il nunzio mi ha dato una lettera del Papa in cui diceva che l’essere cardinale non è un onore ma un servizio, “una missione da compiere con lealtà, coerenza e compassione”, collaborando col Santo Padre nel governo della Chiesa; sono valori che hanno sempre orientato la mia vita». Ha parlato di papa Bergoglio: «L’ho conosciuto quando era presidente della conferenza episcopale argentina e io di quella del Guatemala. Ultimamente ci eravamo visti a Panama alla Giornata della gioventù, ma non mi aspettavo mi facesse cardinale.

Desideravo stargli vicino», ha ammesso, «per potergli riferire della realtà povera in cui viviamo, e ora mi sarà più semplice». «Sono in sintonia con lui», ha detto Ramazzini, «e mi dispiacciono le critiche che gli fanno. Ho visto a Roma cardinali che, dalle informazioni che circolano, sono contro Francesco, ma erano lì in concistoro; noi giuriamo fedeltà al Papa e se qualcosa non va, dobbiamo dialogare con lui e non rilasciare dichiarazioni pubbliche che non giovano a nessuno. La fraternità si costruisce sulla lealtà. Spero che questo Papa vada avanti a lungo perché sta facendo cose sconvolgenti». «Ora torno in Guatemala dove c’è chi mi accusa di aver estorto la nomina», ha rivelato il cardinale, «perché non la accetta. Sono persone che non hanno mai parlato con me; alcune fanno parte della Chiesa, altre del settore filomilitare, altre ancora sono ricche e ritengono il mio pensiero marxista, ma la mia è solo dottrina della Chiesa. Ho contro di me anche dei contadini perchè dico che non si usa la violenza per affermare i propri diritti. Quando prendi posizioni tipiche del Vangelo, la reazione è questa». Ramazzini ha parlato della sua diocesi: «Ha 1 milione e 200 mila abitanti di cui il 70 per cento cattolici e siamo in 40 preti. Ci sono tanti problemi tra cui molti migranti minorenni che vanno negli Stati Uniti; parecchi di loro sono in centri di detenzione, altri privati dei documenti. Tra Guatemala e Messico sostano 2 mila migranti africani, ma non c’è lavoro. Io sono contro l’industria estrattiva di oro e argento che sfrutta e impoverisce, ma sono favorevole alle iniziative che potranno permettere alla gente di vivere con dignità». •

M.R.

Ramazzini a San Zeno

La dimensione fondamentale dell’invito

Relazione di Dario Boschetto che ha trascorso 4 settimane di volontariato in Guatemala nella comunità di San Antonio Ilotenango.

Ho avuto l’opportunità di prestare il mio servizio come educatore missionario in Guatemala, dal 29 luglio al 26 agosto 2019. Nulla di quello che sto per descrivere si sarebbe potuto verificare se, ormai tre anni fa, non avessi ricevuto l’invito al partire da parte di un signore canuto conosciuto quasi “per caso” durante una visita alla scuola di don Milani a Barbiana: Aldo Corradi.
 Tutto è iniziato con quell’invito al quale, dovendo declinare per impegni già presi, ho risposto con la richiesta di mantenermi aggiornato via email sulla situazione dei progetti in Guatemala. E’ stato così che per tre anni ho seguito l’evolversi delle varie vicende politiche, sociali e culturali guatemalteche.
Finalmente a Luglio ho potuto conoscere direttamente questa la realtà.
Potrei descrivere in lunghe pagine i colori, i profumi e la bellezza dei paesaggi che questo paese dona a larghe mani accogliendo ogni persona intenzionata a visitarlo. Potrei parlare dell’azzurro acceso di un cielo che non è velato dal forte inquinamento che noi europei ci siamo abituati a considerare come normale. Potrei parlare della ceiba, albero enorme e possente al centro della cosmogonia maya, che a volte non si riesce ad abbracciare se non si è almeno in sei/sette persone. Potrei parlare dei vestiti tradizionali coloratissimi, dei canti stonati in chiesa o della forte energia evocata durante cerimonie maya e messe cristiane celebrate nello stesso momento. Potrei parlare delle ricchezze delle rovine maya pronte per essere disotterrate.Di tante cose vorrei parlarvi, ma sono due le cose che voglio trasmettervi in queste righe: la bellezza degli incontri fatti e la necessità di creare una visione condivisa sul futuro.
Guide fondamentali per poter comprendere e decifrare la realtà che ogni giorno mi si presentava sono state padre Clemente Peneleu e Nicolasa Mendoza.
P. Clemente mi ha accompagnato all’incontro degli ultimi, nelle pieghe e nelle piaghe di una popolazione che ancora stenta a rialzarsi. Con lui ho potuto fare chiarezza sulla necessità di conoscere appieno le proprie radici, intese come cultura e spiritualità. Mi ha presentato a diversi gruppi e a molti leader sociali: dal gruppo della pastorale della salute (impegnato nella formazione sull’utilizzo di erbe e piante medicinali) al gruppo di giovani, a quello dei numerosissimi chierichetti fino al consiglio pastorale che si occupa, tra le altre cose, di politica etica. Ho conosciuto grazie a lui guide spirituali maya, altri sacerdoti e soprattutto anziani la cui saggezza scandita da lunghi silenzi mi hanno fatto riscoprire il valore dell’ascolto e dell’accoglienza.
Nicolasa mi ha invece guidato alla scoperta di alcune attività e al lavoro di coscientizzazione politica e sociale.
In tutto questo io non sono rimasto con le mani in mano! Assieme al gruppo di chierichetti è stato realizzato un murales collettivo sulla parete esterna della casa di p. Clemente. Dopo aver concordato insieme le attività, ci siamo messi contro la parete per disegnare le nostre sagome. Insieme abbiamo usato colori vivaci e tanta creatività per rendere la nostra sagoma unica ed originale. Ognuno ha scelto poi una parola che lo rappresentava e l’ha scritta sopra la sua sagoma. E così ora la viuzza è adornata da un lungo muro dove una quarantina di sagome colorate si danno la mano e dove la gente di passaggio può leggere parole come fratellanza, giustizia, pace, amore, uguaglianza, rispetto…
Visto che il gruppo non era mai andato in campeggio, ho lanciato la proposta di fare due giorni insieme in un parco naturale situato a 40 minuti di strada da San Antonio Ilotenango. L’adesione è stata immediata, la voglia di impegnarsi e crescere insieme nelle attività proposte è stata elettrizzante. E così abbiamo passato due bellissime giornate a mettere in pratica attraverso attività esperienziali i concetti di collaborazione, rispetto, responsabilità, libertà nella scelta e…coraggio affrontando metaforicamente le nostre paure con una camminata nel bosco di notte senza luci, per poi consegnarle alla luce di un fuoco acceso sotto una stellata incantevole.
Sono stati fatti poi incontri di scambio e formazione sia per i giovani di San Antonio che per gli studenti della Scuola Mista Interculturale Bilingue di Chel, nelle montagne a nord.
Non è stato sempre facile, ma sicuramente ne è valsa la pena. Grave rimane la situazione di miseria (non la si può definire povertà) in cui sono costrette a sopravvivere le persone. Altissimo il livello di violenza testimoniato e vissuto ogni giornata. Disastrosa la condizione delle infrastrutture. Povera e corrotta la mentalità politica. Il Guatemala (o almeno quello che io ho potuto conoscere) sembra soffrire di amnesia e forte miopia. Se l’amnesia sembra aver già cancellato l’esperienza dolorosissima della guerra civile, la miopia non permette di avere una visione sul futuro. Ognuno quindi sembra provare a salvarsi da solo, svendendo e svendendosi. Sono pochissime le scintille di speranza di cambiamento di cui posso dare testimonianza. Però ci sono, e per questo ne vale la pena.
Credo fondamentale investire energie e risorse in progetti che permettano da una parte di coscientizzare le persone (portare a coscienza) capacitandole alla creazione e realizzazione di un progetto sociale e politico condiviso. Punti fondamentali riguardano l’educazione a pensare e l’onestà dell’attività politica. Inoltre bisognerebbe studiare e realizzare porgetti di micro-credito per far partire piccole realtà di commercio che permettano il sostentamento reciproco della comunità. Tutto questo però deve essere monitorato; non come forma di controllo, ma come forma di gestione per capire quali interventi funzionano e quali invece no, tenendo traccia dei risultati con il fine di un continuo miglioramento.
Sono grato per questa esperienza, partita tutta da un invito. Ho messo a disposizione le mie competenze con delle Sorelle e dei Fratelli che hanno voglia di crescere insieme, e che hanno una bellezza straordinaria pronta per essere condivisa con i prossimi ospiti.
Un abbraccio di cuore,
Dario
metamorfosi di un muro

Il Guatemala … e noi

Relazione sul viaggio dall’11 al 22 febbraio 2018

 

Santiago---foto-gruppo

Ecco una breve relazione (incompleta) sul recente viaggio in Guatemala al quale ho partecipato insieme ad altri 5 amici/che (don Luigi, Zeno, Costantino, Teresa, Agnese). Siamo partiti il giorno 11 e rientrati in Italia la sera del 23 febbraio dopo un volo durato complessivamente 17 ore. Per me e don Luigi era la terza volta, per Agnese la prima, per gli altri la seconda. Scopo principale del viaggio era soprattutto quello di rinsaldare la lunga amicizia (20 anni) con gli amici e amiche che conosciamo ed operano in Guatemala nei progetti ai quali anche noi abbiamo nel tempo collaborato e tuttora ci coinvolgono personalmente e come parrocchia di San Zeno di Colognola ai Colli. Progetti che riguardano il miglioramento delle condizioni di vita in popolazioni impoverite da un sistema neoliberale che violentemente in forme diverse negli anni passati e tuttora costringono alla marginalità molte popolazioni (soprattutto indigene). Ricordo a tal proposito che il 50% dei bambini (molti di più tra gli indigeni) è denutrito e la scolarizzazione è a livelli ancora molto bassi. Elevato è anche il numero degli abbandoni scolastici.

Arrivati all’aeroporto di Città del Guatemala siamo stati accolti da Hugo Garrido che ci ha accompagnati con la sua grande auto per quasi tutto il viaggio tranne i 3 giorni trascorsi con p. Clemente nel Quiché. Hugo è un socio dell’Associazione no profit CIEDEG della quale fanno parte movimenti religiosi e organizzazioni sociali impegnate per una politica ispirata ai valori cristiani promuovendo un’economia di giustizia nei settori più emarginati. Una persona (Hugo) molto sensibile con la quale si è stabilita una bella amicizia fin da subito.

Il secondo giorno abbiamo abbracciato p. Clemente Peneleu Navichoc e Nicolasa Mendoza con i quali siamo rimasti fino al giorno 17 e che abbiamo poi rivisto a Città del Guatemala il 22 prima del ritorno in Italia. A Santiago Atitlan e nel vicino San Lucas Toliman ci hanno fatto incontrare con alcuni bambini/e, ragazzi/e che frequentano le iniziative inserite nel progetto “La Laguna” coordinatrice del quale è Nicolasa. In particolare a Santiago abbiamo visitato la sede dove si svolgono le lezioni dell’iniziativa denominata “Oxlajuj Na´oj” che significa “tredici pensieri”. Nella cosmovisione maya questo termine indica la “pienezza del sapere e dell’essere”. Sono 40 le persone maggiorenni (25 uomini e 15 donne) che frequentano il centro nel fine settimana per diventare leader di comunità emarginate (in particolare del popolo maya). E’ un ciclo di studi con varie materie ad indirizzo scientifico e sociologico che può durare un anno (primario) o due anni (basico). Al termine del primo anno viene rilasciato un attestato riconosciuto legalmente che facilita l’accesso a istituzioni pubbliche o non governative impegnate nella promozione dei diritti umani e della valorizzazione della cultura maya. Al termine del secondo anno un diploma – riconosciuto da una università del Belize – consente l’accesso a qualsiasi facoltà universitaria. E’ un progetto molto importante perché colma le lacune di un sistema formativo pubblico che tende ad emarginare e ad omologare la cultura. Sempre lì si riuniscono anche ragazzi e ragazze che per situazioni familiari difficili o di altro genere sono stati costretti ad interrompere la formazione scolastica primaria (per noi scuole elementari). A questi ragazzi si dà la possibilità di apprendere le tecniche della pittura acrilica su tela. Questi dipinti sono stati esposti in una mostra ed alcuni sono stati venduti. L’iniziativa è molto utile perché molti ragazzini e ragazzine in ozio finirebbero sulla strada facile preda di bande e di malfattori che purtroppo sono molto diffuse. Con il progetto “La Laguna” contribuiamo al pagamento dell’affitto dei locali e degli istruttori.

Sempre nei pressi di Santiago abbiamo visitato il nuovo villaggio ricostruito (anche con il nostro contributo) su terreno più sicuro dopo che una frana provocata dall’uragano Stan nel 2005 aveva travolto la località di Panabaj provocando oltre 1000 morti. In una di questa casette 5 ragazzi con l’aiuto di Juan e di un ex allievo ora insegnante sviluppano le loro capacità artistiche e realizzano dipinti che poi vendono nei negozi o mercati. Ciò è reso possibile anche con il contributo che noi forniamo al progetto Laguna.

L’iniziativa più emozionante è stata quella che abbiamo visitato nella vicina località di San Lucas Toliman. In un ex garage ridipinto siamo stati accolti dal sorriso di una decina di bambini/e e ragazzini con evidenti disabilità fisiche e mentali. Una insegnante ci spiega che sono solo alcuni dei 38 che ospita lì dalle 8,30 alle 12,30 di tutti i giorni feriali perché non ci sono altre strutture pubbliche di accoglienza per queste persone. Qui le 2 insegnanti volontarie (non sappiamo se hanno una abilitazione specifica riconosciuta) cercano di sviluppare le capacità dei ragazzi nella realizzazione di disegni e piccoli oggetti di bigiotteria. Ci sono molte richieste da parte di tante altre famiglie ma non possono accoglierle per mancanza di risorse e spazi molto limitati. Avrebbero grande bisogno di almeno una psicologa ma non hanno la possibilità di pagarla. Parte del contributo per La Laguna va anche a questa iniziativa.

Non abbiamo avuto il tempo di visitare un’altra struttura (sempre del progetto Laguna) che accoglie ragazzi/e ciechi i quali con l’aiuto di Juan praticano una tecnica che permette loro di realizzare dipinti contribuendo in modo significativo alla crescita della loro autostima, fondamentale nella loro situazione.

Quella stessa sera abbiamo cenato con mons. Rosolino vescovo del Quiché (e quindi di p. Clemente), accolti con cordialità nel vescovado. Ci ha fornito una panoramica della situazione della realtà guatemalteca che è fatta di luci ed ombre. La piaga più dolorosa – ci ha detto – è la grande corruzione che investe tutti i settori della vita pubblica e non lascia spazio alle politiche sociali. La risorsa più rilevante per l’economia del paese sono le rimesse degli emigrati soprattutto negli Stati Uniti (circa 2 milioni le stime ufficiali) che ora sono nel mirino minaccioso della egoistica politica del presidente USA Trump.

Nei giorni seguenti abbiamo condiviso a San Antonio Ilotenango con p. Clemente gli incontri con la sua gente: donne, bambini, anziani quasi tutti indigeni. Tante donne, tantissimi bambini. Abbiamo partecipato alle celebrazioni religiose molto vivaci e partecipate del mercoledì delle Ceneri e del primo venerdì di Quaresima. Ci siamo immersi nel loro ambiente, abbiamo camminato con loro durante la loro Via Crucis in un villaggio sperduto sulla montagna e abbiamo constatato quanto profonda sia la loro religiosità, l’ospitalità e l’affetto verso di noi. Quanta povertà, ma quanta umanità in queste persone che portano evidenti i segni dell’emarginazione. Veramente ci ha fatto tanto bene! Ci ha fatto tanto bene cogliere l’energia e la voglia di riscatto. Molte volte non potevamo capire il loro linguaggio ma ci siamo intesi bene perché – come abbiamo detto loro – “l’idioma del cuore è comprensibile a tutti, non ha confini e solo il nostro egoismo e razzismo può creare le barriere per renderlo incomprensibile”. Bellissimi gli incontri con la Giunta parrocchiale che si compone di 30 persone (uomini e donne) provenienti dai 15 villaggi che p. Clemente (unico prete) visita mediamente una volta al mese.

Altra bella realtà che abbiamo conosciuto a San Antonio è quella dell’associazione delle donne indigene che praticano la “medicina naturale” curando efficacemente varie malattie con ricavati di erbe, fiori, piante riscoprendo e valorizzando saperi antichi tramandati dalle autorità ancestrali maya. Sono una trentina e riescono anche a vendere alcuni loro prodotti. Con il ricavato contribuiscono alla crescita, alla ricerca e a mantenere i rapporti di scambio con altri gruppi analoghi presenti in altre località del Guatemala. Il calore umano manifestato nei nostri confronti ci ha commosso. Padre Clemente ci ha poi mostrato la piccola biblioteca che rimane aperta tutti i giorni tranne il mercoledì. La responsabile (signora Lucia) è anche la segretaria di p. Clemente quando egli è assente dalla parrocchia. Inoltre insegna nel progetto di “Educazione alimentare” frequentato nel fine settimana da 41 giovani di ambo i sessi: molto importante perché finalizzato a promuovere una alimentazione sana molto variegata. Molti problemi sanitari sono infatti collegati a una dieta caratterizzata quasi esclusivamente da frutta tropicale, mais, fagioli, un po’ di riso e qualche pezzo di pollo: molto diffusa sia per tradizione che per condizioni di povertà.

Sabato 17 siamo stati accolti e calorosamente ospitati dalla famiglia di Micaela e Mario Cardenas, presidente e uno dei fondatori della cooperativa Kato-ki (che significa “Aiutiamoci”).

Una bellissima realtà del Guatemala dal 1972 fino ad oggi che ha promosso molte iniziative nel campo dell’istruzione, dell’alimentazione, della salute, dell’agricoltura biologica, dell’educazione civica, ecc. La costruzione del “Centro Monte Cristo” è il fiore all’occhiello che abbiamo visitato dopo il pranzo con loro. E’ un Centro che accoglie tutti i giorni 150 bambini e ragazzi per la colazione. Di questi, 85 si fermano anche per il pranzo perché frequentano i vari corsi professionali nei settori dell’agricoltura, dell’elettricità, della falegnameria, del cucito, della meccanica. Particolare attenzione viene riservata alla formazione di cittadini consapevoli dei propri diritti e della loro storia anche recente. Molti servizi interni della struttura sono gestiti direttamente dagli ospiti. Micaela è un vulcano di energia positiva che ci ha piacevolmente contagiati.

Poi gli ultimi giorni ci siamo recati nella zona del grande lago Izabal, abbiamo percorso in barca la foresta tropicale del Rio Dulce che collega il lago con l’oceano Atlantico e immersi un po’ nella realtà della popolazione nera di cultura garifuna. Un mondo tutto particolare che richiama l’ambiente e il clima dei villaggi africani dai quali provenivano i nonni o i bisnonni degli attuali abitanti. Si stabilirono qui per sfuggire alla schiavitù dei coloni bianchi. Chiamarono questa zona “terra di Dio”, cioè Paradiso terrestre. E infatti la natura tutta intorno è un inno alla fecondità dei frutti, ai profumi e ai colori della creazione.

L’ultimo giorno lo abbiamo trascorso nella capitale: una grande metropoli di oltre 4 milioni di abitanti. Quasi 2 milioni – ci ha detto Hugo – vivono nelle favelas che circondano la metropoli e nelle quali nemmeno la polizia si azzarda ad entrare.

Abbiamo cenato lì con il vescovo di Huehuetenango mons. Ramazzini. Ci è parso molto in forma, impegnato oltre che nella sua grande diocesi (un milione di abitanti) anche nella difesa dei diritti dei popoli indigeni. Il mattino seguente alle ore 8 voleva assolutamente essere presente in qualità di “osservatore” riconosciuto a una riunione tra le autorità ancestrali e i rappresentanti di una multinazionale che sta costruendo una centrale idroelettrica ignorando i diritti delle popolazioni, riconosciuti dalla legge e anche da una recente sentenza della magistratura. Alle ore 22 al volante della sua auto è ripartito per le 4 ore di viaggio notturno.

La mattina seguente insieme a p. Clemente e Nicolasa abbiamo reso omaggio e pregato sulla tomba del vescovo mons. Gerardi in cattedrale dopo aver visitato una mostra della sua vita e opera. Un ex collaboratore ci ha raccontato gli episodi principali della sua vita e il coraggio della sua grande opera di denuncia delle migliaia di delitti commessi negli anni della repressione militare. Denuncia che ha pubblicato nell’aprile del 1998 con la grande opera letteraria di 5 volumi dal titolo “Guatemala nunca mas” (Guatemala mai più). Due giorni dopo la presentazione in cattedrale, alcuni sicari lo hanno ucciso. Ora è per tutti gli umiliati ed emarginati del Guatemala il simbolo, il testimone della voglia di giustizia e di riscatto di un “popolo di martiri”.

Siamo ritornati in Italia più ricchi di quando siamo partiti. Grazie Guatemala!

Aldo

La visita di p. Clemente Peneleu Navichoc a San Zeno di Colognola ai Colli

Clemente-San-Zeno-2016Lunedì 4 aprile si è conclusa la tappa veronese di p. Clemente. Il periodo trascorso qui da noi è stato per lui e per noi un’occasione di gioia che certamente ha rinforzato i legami di amicizia e solidarietà con lui e con il Guatemala. Sono stati due giorni e mezzo molto intensi: ha abbracciato tante persone e stretto molte mani. Desidero ricordare alcuni momenti particolari di questa visita.

1) Venerdì sera partecipando alla Lectio divina qui in parrocchia ha messo in evidenza l’invito del Signore a non chiudere le porte, a non avere paura di fare il bene come ha fatto una sua parrocchiana martire (Maria Mejia) della quale abbiamo letto una testimonianza. Maria è stata uccisa proprio per il coraggio di concretizzare la sua fede nell’impegno per la giustizia e la pace nella sua comunità.

2) Sabato mattina ha fatto visita agli anziani della casa di riposo e a un sacerdote amico che si trova da alcuni mesi in condizioni di semiinfermità.

3) Molto bello e promettente è stato l’incontro del pomeriggio con la comunità di Marcellise animata da don Paolo: qui Clemente tra le altre vicende ha raccontato alcuni episodi che lo hanno coinvolto negli anni 90 quando dopo l’uccisione di alcuni suoi collaboratori è stato più volte minacciato di morte: solo la sua serena determinazione gli ha permesso di superare queste e altre prove. Dall’incontro festoso con i giovani è scaturito il desiderio di mantenere viva la relazione e alcuni hanno espresso il desiderio di recarsi in Guatemala per conoscere meglio e condividere con p. Clemente la realtà nella quale opera.

4) Un altro incontro importante è stato quello di sabato sera qui a San Zeno con una sessantina di persone non solo del paese ma anche di altre località. Molti sono stati gli argomenti emersi; tra questi: a) la situazione politica e sociale del Guatemala caratterizzata da una diffusa corruzione che penalizza lo sviluppo del paese; b) la forte emigrazione clandestina verso gli Stati Uniti con i drammatici risvolti che spesso questa comporta per cui a fronte dei pochi che riescono ad arrivare (escludendo vecchi e bambini) si riscontra una massiccia opera di respingimento dei clandestini che al ritorno avendo perso tutto cadono spesso nelle grinfie della malavita organizzata (maras). Nella sua parrocchia di 27.000 abitanti altri 7.000 circa hanno cercato di raggiungere gli USA; c) la difficoltà riscontrata di dare continuità a opere e iniziative in favore delle persone più emarginate della società che lui stesso ha o aveva avviato sia per mancanza di soldi che per scarsa o nulla sensibilità di chi gli è succeduto; d) la priorità assoluta di operare nel campo della formazione e dell’istruzione per permettere soprattutto a bambini e giovani di avere coscienza dei loro diritti e di sapersi orientare in un mondo multiculturale; e) l’abbandono scolastico rilevante già dalle classi elementari perché le famiglie non hanno più la possibilità di pagare la retta e i bambini devono lavorare; f) per contrastare le conseguenze di questa situazione un piccolo ma significativo progetto è quello denominato “La Laguna” diretto dalla sua collaboratrice Nicolasa in favore di bambini/e, ragazzi/e che per condizioni fisiche e/o familiari non possono frequentare corsi di apprendimento statali. Clemente ci incoraggia a continuare a sostenere il progetto. L’incontro è terminato in canonica con un apprezzato buffet a base di pizza che il bravo Costantino aveva preparato per questa occasione.

4) Domenica mattina la santa Messa è stata un abbraccio festoso della comunità a p. Clemente. Egli durante l’omelia prendendo spunto dal vangelo ha sottolineato in modo particolare la difficoltà (come Tommaso) di credere alla bella notizia della liberazione dalla morte e da tutto ciò che nel mondo è simbolo di morte, perché sembra che il male prevalga sul bene. Prima del pranzo è stato accolto con gioia dai bambini e ragazzi musulmani che nelle sale parrocchiali alla domenica frequentano il corso per imparare l’arabo. Nel pomeriggio a Verona ha partecipato ad un incontro con altri sacerdoti particolarmente impegnati nella testimonianza di attenzione alle realtà di esclusione sociale nella nostra diocesi. La giornata è terminata con la cena a casa di amici e la promessa di mantenere vivi i fraterni rapporti che ci uniscono da ben 18 anni e di farci promotori di giustizia e di pace sia qui in Italia che in Guatemala. Pace che – ha ricordato più volte p. Clemente – nasce prima di tutto dentro di noi, perché solo se siamo in pace con noi stessi troviamo la forza di operare per la giustizia. Il sorriso e la serenità di Clemente ce lo confermano. Grazie p. Clemente e grazie ai tanti amici e amiche che hanno coltivato e manifestato in vari modi la loro amicizia verso di lui e ciò che egli rappresenta.

Aldo Corradi

Incontro con Padre Clemente

Incontro-Clemente

Alcune note biografiche

Clemente Peneleu Navichoc è un prete cattolico di etnia maya, parroco di San Antonio Llotenango, una località vicino a Santa Cruz del Quiché in Guatemala. E’ stato ordinato sacerdote nel 1986 a Sacatepéquez. Prima dell’attuale parrocchia è stato responsabile di altre comunità parrocchiali a Santo Tomas (Izabal), Antigua, San Pedro Jocopillas e San Bartolomé Jocotenango, Sacapulas, Chel (Chajul) e Canillà. In tutte queste località ha testimoniato con coraggio la sua fede con la scelta preferenziale per i poveri, gli ultimi, specialmente gli indigeni. Con coraggio e determinazione ha realizzato scuole di formazione per i catechisti (che in Guatemala sono il perno fondamentale della pastorale), restaurato chiese e case parrocchiali, avviato scuole elementari e professionali, creato un “Centro educativo mixto bilingue interculturale” (CEMBI) nella sperduta località di Chel. Per la sua coraggiosa azione sociale e l’impegno di pacificazione a seguito della sanguinosa guerra civile che ha devastato il Guatemala per circa trent’anni ha subito numerose minacce e intimidazioni. Ha collaborato con il vescovo mons. Juan Gerardi, ucciso due giorni dopo aver presentato il libro di testimonianze e denuncia “Guatemala nunca mas”. Clemente vive e valorizza la sua fede cristiana manifestando e promuovendo orgogliosamente la sua origine e la cultura maya. Merita la nostra ammirazione e solidarietà.