Incontro a Torino con Claudia Samayoa

Il comitato Guatemala di Torino ha promosso per martedì 15 marzo un incontro con Claudia Samayoa, una guatemalteca, storica attivista dei diritti umani e dal 2000 fondatrice e coordinatrice di UDEFEGUA ( Unidad de Protecciòn a Defensoras y Defensores de Derechos Humanos – Guatemala). Dopo Torino andrà ad Ancona. Vedere programma dal volantino.

volantino-Claudia

Claudia Samayoa  da circa 12 anni ha intrapreso uno sforzo per creare un osservatorio sugli attacchi e aggressioni contro gli attivisti e le attiviste nella promozione  dei diritti umani in Guatemala e in altri paesi dell’America Centrale. L’organizzazione fornisce servizi che sono indispensabili per i difensori dei diritti umani e sostiene il loro lavoro per la trasformazione della società guatemalteca. Si tratta di una persona dotata  di grandi qualità umane e cristiane che mette a servizio per il bene della società nella quale vive.

360 anni di carcere a due militari che abusarono di 15 donne durante la guerra civile

da “Il fatto quotidiano” del 27 febbraio 2016
L’ex comandante Francisco Reyes Giron e l’ex commissario Heriberto Valdez Asij condannati per schiavitù sessuale, violenza e omicidio nei confronti di un gruppo di donne indigene. Il nobel: “Sentenza storica”. Amnesty International: “La violenza sessuale è un reato grave, e va punito”

Hanno atteso più di trent’anni prima di avere giustizia. Sono 11 donne, oggi ultrasettantenni, che tra il 1982 e il 1983 hanno subito degli abusi sessuali presso la base militare di Sepur Zarco, nel nord del Guatemala. A riconoscerlo è stata una sentenza unica per il Paese che ha visto due ex militari condannati a un totale di 360 anni di carcere per violazione dei diritti umani, dopo le accuse di omicidio, stupro, schiavitù sessuale e domestica nei confronti di un gruppo di donne indigene. Si tratta della prima condanna per violenza sessuale riguardante i fatti avvenuti durante la guerra civile che ha devastato il Paese tra il 1960 e il 1996. Il premio Nobel per la Pace, Rigoberta Menchu, presente in aula, ha definito la sentenza “storica”.

L’ex comandante Francisco Reyes Giron è stato condannato a120 anni di reclusione per crimini contro l’umanità, per aver ridotto in schiavitù sessuale 15 donne e per l’omicidio di Dominga Coc e delle sue due giovani figlie. Mentre l’ex commissarioHeriberto Valdez Asij, all’epoca dei fatti un civile con funzioni militari, è stato condannato a 240 anni con l’accusa di schiavitù e per la sparizione di sette uomini.

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Le brutte facce della presidenza Morales

Arrestati i suoi uomini più vicini con l’accusa di aver commesso crimini contro l’umanità

Guatemala: le brutte facce della presidenza di Jimmy Morales

Negli anni ’80 Cabrera Mejía e Edgar Ovalle Maldonado parteciparono alla repressione imposta dal regime militare

3 febbraio 2016 – David Lifodi

internet

Lo scorso 14 gennaio Jimmy Morales ha assunto ufficialmente la presidenza del Guatemala promettendo tolleranza zero verso la corruzione e ripetendo gli stessi ritornelli che lo hanno condotto alla guida del paese: lui è l’uomo nuovo, indipendente dai partiti e dalla politica, che risolleverà questa martoriata nazione centroamericana. Così si era presentato, anche se in realtà Morales rappresenta solo una delle tante facce dell’estrema destra guatemalteca, da troppo tempo libera di spadroneggiare in Guatemala.

Seguito dell’articolo qui

Processo contro due membri dell’esercito accusati di crimini contro l’umanità

Donne Guatemala

(CE) (Agenzia Fides, 02/02/2016)

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – Sono dovuti passare più di 30 anni perché due membri dell’esercito, sospettati di essere coinvolti in un caso di schiavitù sessuale e domestica delle donne di etnia Maya-keqchí del Guatemala settentrionale, venissero chiamati al banco degli imputati per rispondere dei loro crimini. Un tenente colonnello, ora in pensione, e un commissario militare (un civile in servizio all’esercito) sono accusati di crimini contro l’umanità nelle forme di violenza sessuale, schiavitù domestica e omicidio.
Gli eventi si sono verificati tra il 1982 e il 1983, e i responsabili sono stati identificati grazie alle testimonianze delle vittime. I crimini sono stati perpetrati nella comunità di Sepur Zarco, un villaggio nel comune di El Estor (Izabal), dove i militari dovevano combattere la guerriglia di ispirazione marxista. Si tratta del primo caso che arriva in un tribunale del Guatemala.
Il rapporto “Recupero della memoria storica” (REMHI) del Vescovo Juan Gerardi, contiene testimonianze scioccanti a questo riguardo: le donne venivano costrette a ballare e a spogliarsi davanti alle truppe nello stesso luogo dove poche ore prima erano stati assassinati i loro genitori, fratelli, fidanzati o mariti, quindi venivano violentate.
“La violenza non fu indiscriminata, ma dipendeva da una valutazione del rischio/beneficio in relazione all’obiettivo centrale: ottenere la collaborazione della popolazione civile” dice il rapporto coordinato dal Vescovo Gerardi, che venne assassinato nel garage della sua parrocchia 48 ore dopo aver presentato pubblicamente il rapporto.
La causa è ora nelle mani dei giudici, ma il processo potrà durare qualche mese.

 

Il nuovo presidente Jimmy Morales ha giurato

Morales

Ha prestato giuramento Jimmy Morales il neo-presidente del Guatemala. L’ex comico aveva vinto trionfalmente le elezioni con una campagna incentrata sulla lotta alla corruzione.

Guerra alla fame come arma anti-violenza

Fra i problemi che si è impegnato ad affrontare nel corso del suo mandato, quello della fame e della formazione scolastica. Anche per ottenere, come ricaduta, un miglioramento delle statistiche sulla violenza. In un paese di 16 milioni di abitanti la media, nel 2015, è stata di oltre 16 omicidi al giorno:  6mila in tutto l’anno

Il Guatemala è uno dei paesi latino-americani più colpiti dal fenomeno delle bande criminali giovanili latinos, le cosiddette Maras.

Presentazione libro “Il limbo urbano”

a Milano giovedì 21 gennaio  dalle ore 18,30 alle 20 presso la libreria “Les Mots” in Via Camagnola, angolo via Pepe.
Conflitti territoriali, violenza e gang a Città del Guatemala
nel libro: 
Il limbo urbano – Conflitti territoriali, violenza e gang a Città del Guatemala
edizioni Ombre Corte
Milano-Città del Guatemala, due contesti a confronto

ne parliamo con l’autore Paolo Grassi e con Massimo Conte, ricercatore di Codici | Ricerca e intervento (Codici | Agenzia di ricerca sociale) ,

condurrà la discussione Angelo Miotto direttore di Q Code Magazine

Questo libro racconta una città e la sua struttura spaziale condizionata dalla dimensione della violenza. La città in questione è la capitale del Guatemala, paese centroamericano la cui storia affonda le radici in un passato di divisioni etniche e sociali culminate in un conflitto armato interno, iniziato nel 1960 e terminato trentasei anni dopo. La violenza è quella delle mara, le gang centroamericane. O meglio, è quell’elemento sfaccettato le cui pratiche e i cui discorsi si sono coagulati negli ultimi anni intorno al fenomeno del banditismo giovanile. Le gang rappresentano, in questo lavoro, un punto d’accesso per interpretare criticamente Città del Guatemala e, più in generale, per pensare alla “città segregata” fuori dagli stereotipi e da un punto di vista innovativo. Tra il 2008 e il 2013 l’autore vi ha trascorso più di un anno, compiendo una ricerca etnografica nelle sue periferie, in una prigione e in un quartiere residenziale di classe media. Il risultato finale suggerisce un’inversione logica: uno dei fenomeni sociali più sfruttati dall’opinione pubblica, dalla politica e dall’apparato punitivo statale per giustificare la segregazione urbana, qui è utilizzato per decostruirla e coglierne le complesse ragioni e implicazioni politiche.
“Questo lavoro, ben scritto e coinvolgente, offre al momento l’esplorazione più sofisticata e articolata sulle bande giovanili e l’insicurezza urbana in Guatemala, e costituirà sicuramente un punto di riferimento fondamentale nella letteratura sulla violenza dell’America Centrale” (Dennis Rodgers, Università di Glasgow).

Paolo Grassi è dottore di ricerca in Scienze Storiche e Antropologiche presso l’Università di Verona (Scuola di Dottorato di Studi Umanistici). Ha compiuto ricerche etnografiche in Guatemala e in Repubblica Dominicana. I suoi temi d’interesse sono: segregazione e auto-segregazione urbana, antropologia della violenza, banditismo giovanile in Centro America.

Il limbo urbano

14 militari arrestati per 558 sparizioni forzate avvenute in Guatemala

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – Quattordici militari in pensione sono stati arrestati Mercoledì 6 gennaio dalle autorità guatemalteche perché sospettati di aver partecipato ad almeno 558 sparizioni forzate avvenute in Guatemala tra il 1981 e il 1988.
Una nota, inviata a Fides da una fonte locale, informa che in conferenza stampa, la responsabile del Ministero della Gustizia Thelma Aldana ha confermato che gli arresti rappresentano l’esecuzione della sentenza emessa a marzo 2012 dal tribunale che indaga sul massacro del “Plan de Sánchez”. In quella strage, perpetrata da squadre dell’esercito il 18 luglio 1982 furono massacrate 256 persone, tra cui donne, bambini e anziani. Nel marzo 2012, per quell’eccidio, cinque ex paramilitari sono stati condannati a 7.710 anni di carcere.
Thelma Aldana ha riferito che 558 scheletri di indigeni sequestrati e giustiziati da squadre dell’esercito sono stati ritrovati in una zona di Coban, Alta Verapaz, che a quel tempo era sotto controllo militare e ora ospita il Comando regionale di formazione per le operazioni di mantenimento della pace (CREOMPAZ).

Un rapporto delle Nazioni Unite ha accertato che in Guatemala sono stati 245mila le persone morte o scomparse durante il conflitto armato (1960-1996). Secondo il rapporto, Il 97% delle morti violente sono state causate dall’azione di gruppi militari e paramilitari.

Gli indigeni in Guatemala sono stati quella parte di popolazione “senza voce” difesa solo dalla Chiesa. Nel 2012, l’intervento di Mons. Alvaro Ramazzini è stato fondamentale per favorire il dialogo di migliaia di indigeni con il governo, seguito alla marcia indigena a Totonicapán avvenuta martedì 23 ottobre (Vedi Fides 25/10/2012).
Va ricordato anche il prezioso ruolo svolto dal Cardinale Rodolfo Quezada Toruño, Arcivescovo emerito di Guatemala, morto il 4 giugno 2012 ad 80 anni, come grande fautore del dialogo tra il governo e i guerriglieri. Il dialogo si concluse con la firma degli storici “Acuerdos de Paz” (vedi Fides 04/01/2012) che misero fine, nel 1996, a 36 anni di sanguinoso conflitto interno. (Vedi Fides 6/06/2012).

La fine di Misna, l’agenzia che ha raccontato le periferie del mondo

“È una follia chiuderla adesso

Il racconto del fondatore Padre Giulio Albanese: L’idea mi venne durante uno stage alla Cnn. La missione è quella di Papa Francesco»
PAOLO MASTROLILLI - INVIATO A NEW YORK
 «Rammarico, dolore e sofferenza». Sono le tre parole che padre Giulio Albanese usa per descrivere il suo stato d’animo, dopo la decisione di chiudere la Missionary International Service News Agency, l’agenzia di informazione che aveva fondato nel 1997. Poi aggiunge: «Questa è una scelta fuori dal tempo e dalla storia, in contraddizione con l’inizio dell’anno della misericordia. La missione che ci ha dato Papa Francesco è dare voce a chi non ha voce, raccontare le periferie del mondo. È una sfida culturale. E invece proprio ora, mentre in regioni come la Repubblica Centrafricana, la Somalia, il Congo, succedono cose terribili, la Misna viene chiusa».

 

Cominciamo dal principio. Come le è venuta l’idea di fondare un’agenzia basata sulle informazioni raccolte tramite i missionari, nelle zone più calde del mondo?

«Lavoravo ad Atlanta, per uno stage professionale alla Cnn. Restavano sempre stupiti per le notizie che riuscivo a trovare, grazie a questi contatti. Furono loro a farmi venire l’idea di fondare un’agenzia, usando la nuova tecnologia offerta da Internet. Così il 2 dicembre del 1997 pubblicammo il primo lancio».

Come è riuscito a costruire la Misna?

«Grazie all’aiuto degli istituti missionari, con 30 milioni di lire, un computer, un telefono dotato di due linee, e due traduttori. Stavamo in uno scantinato di San Pancrazio. Gli istituti mi avevano detto che dovevo coprire l’80% delle spese, e loro avrebbero messo il 20%. Ci sono riuscito per 7 anni. Il bilancio era salito a 600.000 euro e nel 2004 avevo assunto 12 professionisti».

Come ottenevate le notizie?

«Attraverso la rete dei missionari. Non erano giornalisti, ma li avevamo istruiti. Io andavo ogni anno a incontrarli. Erano diventati molto bravi a rispondere alle cinque W della professione, chi, cosa, dove, quando e perché, fornendo informazioni che nessun altro aveva».

Quali sono i colpi che ricorda con più soddisfazione?

«La denuncia dei massacri avvenuti nel 1998 nell’ex Zaire, le guerre in Guinea Bissau, Sierra Leone, i sequestri dei missionari. In genere, come per l’ex Zaire, arrivavano subito le smentite dei governi, in quel caso quello ruandese che era responsabile. Poi però la verità veniva sempre a galla».

Anche lei è stato sequestrato.

«Nel 2002, in Uganda. Eravamo entrati in contatto con uno dei gruppi più pericolosi, il Lord’s Resistance Army, e i ribelli non ci avevano trattati male. Il governo però aveva cambiato idea e deciso di attaccarci. Restammo prigionieri per due giorni dentro una capanna di metallo, senza mangiare, finché non ci liberarono e si scusarono».

Perché questi colpi erano così importanti?

«In quelle zone l’informazione è la prima fonte di solidarietà. Abbiamo salvato la vita a tanta gente, non perché fossimo bravi, ma perché rivelare quanto avviene attira l’attenzione internazionale e protegge le vittime».

Poi cosa è successo?

«Una struttura come la Misna aveva bisogno di investimenti e gestione professionale, non poteva andare avanti solo con la beneficenza. Il 30 novembre del 2002 riunimmo gli stati generali, a cui parteciparono 54 congregazioni. Tutti promisero sostegno, ma alla fine restarono solo in quattro, Consolata, Comboniani, Saveriani e Pime, a sostenere i costi. Io poi mi feci da parte, pensando che potessi essere il problema, ma non è bastato».

La chiusura era inevitabile?

«La Misna aveva difficoltà, ma la Cei aveva fatto una proposta molto generosa: coprire il bilancio per due anni; fornire un service composto da Avvenire, TV2000, Radio in Blu e Sir; offrire una persona per gestire la raccolta dei fondi».

Perché non è stata accettata?

«Non lo capisco. Gli istituti hanno detto che non è un problema di soldi, ma di personale. Il personale però è laico, e con questa proposta si poteva ripartire. È mancata la visione dell’importanza strategica dell’informazione, da parte della direzione degli istituti. Il mondo missionario ha fatto e continua a fare molto bene, ma sta invecchiando. Così è stato innescato questo meccanismo di eutanasia. Io però spero ancora che in qualche modo sia possibile resuscitare la Misna».

Fallito ultimo tentativo di salvare Misna

Roma, 8 gen. (askanews) – Non sono bastati gli appelli, le numerosissime manifestazioni di stima e solidarietà giunte nelle ultime settimane per scongiurare la chiusura della ‘voce di chi non ha voce’. L’assemblea dei giornalisti dell’agenzia missionaria Misna apprende oggi che anche l’estremo tentativo di salvare la testata, grazie al contributo e a una soluzione sostanziale proposta dalla Conferenza episcopale italiana, è stato fatto naufragare.

Ieri pomeriggio i superiori generali dei quattro istituti soci dell’agenzia (Missionari comboniani, Missionari della Consolata, Missionari Saveriani e Pime) hanno lasciato cadere nel vuoto la mano tesa di chi proponeva una ‘exit strategy’ alla crisi dell’agenzia. Con un voltafaccia inatteso e contrario agli auspici di buona parte del mondo missionario, del volontariato e dell’editoria cattolica e nazionale, i rappresentanti delle congregazioni hanno fatto tramontare ogni speranza per il futuro della testata che da 18 anni racconta l’attualità dei Sud del mondo.

Un vero e proprio tradimento nei confronti della redazione – che molto si era spesa in queste settimane per trovare una soluzione che ormai sembrava a portata di mano – ma soprattutto l’atto finale di un progressivo abbandono dell’unica realtà intercongregazionale nella quale i singoli istituti religiosi erano chiamati a lavorare insieme.

In tempi in cui si fa sempre più evidente la necessità di aprire al dialogo interreligioso ed ecumenico e all’inizio dell’anno del giubileo della Misericordia, è triste dover constatare che a spegnere la voce di Misna sia proprio l’incapacità delle diverse congregazioni missionarie a dialogare tra loro, mettendo da parte interessi particolari, a favore di un più ampio ‘bene comune’.

Una sfida persa per il mondo dell’editoria cattolica, di cui a fare le spese saranno non solo le stesse realtà missionarie, confinate ognuna nel suo angolo, i dipendenti laici e le loro famiglie, ma le periferie del mondo su cui, da oggi, cala un po’ più di silenzio.

Rete Solidarietà Italia Guatemala