GIORNATE PRO-GUATEMALA a SAN DOMENICO – SIENA

volantino-2016-05-08-CONCERTO-PER-IL-GUATEMALA_mail---A3Sabato 7 e Domenica 8 Maggio 2016
 
nel CHIOSTRO di S. Domenico – Siena
 
MERCATINO DI ARTIGIANATO GUATEMALTECO
SAGRA DEL DOLCE E DEL SALATO
 
SABATO 7 maggio ore 18:00 (ingresso libero)
CONCERTO PER IL GUATEMALA
chiostro San Domenico
GRUPPO POLIFONICO MADRIGALISTI SENESI
eseguirà CANTI RINASCIMENTALI SACRI E PROFANI

AMICI DEL GUATEMALA ONLUS
Piazza Madre Teresa di Calcutta, 1 – 53100 Siena
tel 328-4097118

“Guatemala, uno stato mafioso: la comunità internazionale ci aiuti”

Dalla rivista on line Narcomafie segnalo questa interessante intervista a Claudia Samayoa sul narcotraffico in Guatemala, pubblicata il 16 marzo scorso.

di Piero Ferrante

claudia_2Quando parla, usa un misto di decisione e dolcezza, mettendoci quella tenerezza che qualcuno, già prima di lei, diceva essere necessaria per combattere la causa degli sfruttati. Le mani che gesticolano senza sosta, la voce lieve ma senza indecisioni, gli occhi scuri puntati sempre dritti davanti a sé, una figura esile ma che non tradisce neppure per un istante tentennamenti. Claudia Samayoa, in visita a Torino per un evento pubblico organizzato dalle Acli provinciali, si concede a Narcomafie per un’intervista che, più che altro, è un grande appello. A rompere il silenzio internazionale sul Guatemala. Silenzio che genera solitudine, in uno Stato condannato dalla geografia a essere periferia dell’Impero. Ruolo triste, soprattutto se il centro, potente, potentissimo, è lì a un tiro di schioppo. E se quel centro ha nella sua strategia internazionale il controllo del backyard. Dal 2000 la Samayoa coordina l’Udefeugua, sigla che indica l’Unità per la protezione dei difensori dei diritti del Guatemala. Le sue lotte, molte delle quali combattute al fianco del premio Nobel per la Pace Rigoberta Menchù, “spaventano i tiranni”, come avrebbe scritto il poeta Marcos Ana. La Samyoa infatti è anche membro della Convergenza per i diritti umani del Guatemala e la coalizione internazionale di organizzazioni dei diritti umani delle Americhe e dell’Assemblea generale dell’Organizzazione mondiale contro la tortura.

Da gennaio, dopo una serie di vicissitudini politiche, il Guatemala ha un nuovo presidente, Jimmy Morales. Esponente della destra del paese, molto osteggiato dai movimenti sociali, eredita il potere da Otto Pérez Molina, un militare genocida destituito dopo essere stato accusato di vari reati, tra cui corruzione e contrabbando. Com’è la situazione attuale?
Confusa e problematica. Da un lato, per l’influenza, costante e storica, della Dea e della Cia, che puntano a controllare il Guatemala come anche Honduras ed El Salvador. E poi perché l’elezione di Morales ha concorso a destabilizzare ulteriormente la situazione, già precaria, del Paese. Un uomo praticamente apparso dal nulla all’epoca della destituzione di Molina, nel sostanziale vuoto di potere che si era generato, cucendosi addosso i galloni di “alternativo”. In realtà, alternativo non lo è mai stato. Tutt’altro. Morales è un comico di professione, incapace a governare, esponente di una setta fondamentalista evangelica. Va detto che gli evangelici, in Guatemala, non sono un’esigua minoranza, come in altri Stato meso o sud americani. Rappresentano il 35% della popolazione e vi sono arrivati dagli Stati Uniti. Contando su questa forza, e sul fatto che i militari, stanchi di una Chiesa cattolica che ritengono troppo schierata a favore degli ultimi, si sono improvvisamente schierati a loro volta con la componente evangelica, Morales ha potuto salire al potere.
Di più. Oltre che con i militari, il presidente agisce in pieno accordo anche con il potere mafioso e con i settori più retrogradi e reazionari dell’oligarchia economica che ha finanziato la guerra civile e che oggi impera in Guatemala sfruttando la terra e ignorando le richieste delle popolazioni indigene. In questo modo, Jimmy [come viene chiamato dai più in Guatemala, ndR] spera di poter controllare e mettere sotto silenzio le rivendicazioni avanzate dai difensori dei diritti umani. In particolare, nel mirino ha messo la CICIG, la Commissione Internazionale contro l’impunità, voluta dalle Nazioni Unite. Mosse, queste, che hanno infastidito e non poco anche gli Stati Uniti che vedono minacciata la propria influenza in Guatemala e temono di perdere il controllo. Basti pensare che Barack Obama, di recente, ha definito il Guatemala “un pericolo grave assimilabile all’Isis”.

Ha detto che Jimmy Morales è sostenuto da poteri mafiosi. In che senso?
Voglio essere chiara. Da 4 o 5 anni siamo in guerra contro un mostro che si sta difendendo. Il mostro è lo Stato stesso che possiamo senza mezzi termini definire mafioso. Mafioso anche perché violento, torbido, per nulla trasparente. All’indomani della lunga guerra civile, durata 36 anni [dal 1960 al 1996, ndr] e degli accordi di pace che ne sono scaturiti, il Guatemala ha rinunciato a fare pulizia. È accaduto così che la gran parte del personale impiegato nella controinsurrezione ha costituito la base, apicale e armata, del crimine organizzato.
In verità, il confine tra legalità e illegalità è estremamente labile. Stimiamo che la metà dei comuni, il parlamento e la stessa presidenza siano controllati dalla mafia. I militari sono essi stessi mafiosi. I partiti sono in mano alla criminalità organizzata e i loro programmi sono inefficienti. I movimenti di alternativa sociale ci sono ma sono messi al bando, perseguitati, intimiditi e minacciati. Militari, narcotrafficanti e politici, insieme alle componenti del capitalismo più predatorio, lavorano insieme, fianco a fianco.

E allora davvero si può dire che la pace abbia fatto bene al popolo guatemalteco?
Infatti non si può dire. Ha arricchito la Banca mondiale, ha arricchito Washington, ha arricchito molte imprese che hanno investito nel campo idroelettrico, petrolifero ed estrattivo. Specie dopo la ratifica del Trattato di libero commercio. Ha fatto bene ai ricchi, ha fatto bene ai forti. Ma non al popolo. Gli accordi di pace hanno sottomesso il Guatemala agli interessi degli Stati Uniti, il cui ambasciatore si comporta come un proconsole. In Guatemala la pace è lontana. Il Guatemala è uno Stato in guerra. I passi verso il progresso sociale sono estremamente faticosi. Ci sono aperti, indubbiamente, importanti spazi di resistenza. Alcuni settori delle forze dell’ordine e della magistratura si sono schierati contro il crimine organizzato. Grazie a giudici come Claudia Paz y Paz e Thelma Aldana, due donne, per la prima volta nella storia il popolo guatemalteco nutre fiducia nella giustizia, sentando la magistratura come una forza vicina, schierata a difesa dei diritti umani.

Stiamo parlando molto di sistema mafioso. Ma che cos’è la mafia in Guatemala? Com’è la sua struttura?
La mafia guatemalteca è in costante evoluzione. Cambia pelle a seconda del periodo storico e del circuito d’affare più lucroso. Tradizionalmente, il crimine organizzato nasceva per controllare il mercato della droga ed era impostato sul modello calabrese o siciliano, per famiglie. Ogni famiglia operava su una fetta di territorio e ne dirigeva i relativi affari. Col tempo, prima l’esercito (i militari operano in maniera molto simile alle strutture mafiose, facendo leva sull’omertà), poi l’espansione in Guatemala dei cartelli messicani ne hanno modificato la struttura. È scoppiata una guerra intestina tra i due settori, violenta e brutale, che ha portato molti componenti delle storiche famiglie mafiose a far marcia indietro consegnarsi alla giustizia statunitense. Risultato: la mafia si è corporativizzata, dall’organizzazione familiare si è passati a quella per gruppi etnici. Militari e cartelli messicani fanno affari insieme. E in generale, la mafia guatemalteca, quella autoctona, ha innalzato il proprio livello qualitativo, fino al punto da controllare affari anche all’estero. Molti guatemaltechi operano in Honduras, in Nicaragua, in Costa Rica; altri sono elementi di spicco del cartello di Sinaloa, in Messico.

Quali sono i settori d’interesse economico della mafia guatemalteca?
In origine, soprattutto allorquando gli Stati Uniti chiusero la frontiera con El Salvador, il traffico di beni di consumo. Anche sotto questo punto di vista, però, il tempo ha cambiato le cose. C’è la droga, sicuramente. Il controllo della produzione e del traffico. Però la Paz y Paz, qui, ha colpito duro e smantellato le organizzazioni.
Dal Guatemala partono poi le armi che vanno in Honduras e in Salvador. Recentemente, a Madrid, la polizia ha scoperto un container proveniente dal Guatemala e diretto in Palestina carico di armi ufficialmente smesse e che invece erano più che efficienti.
Soprattutto, traffico e tratta di esseri umani, prime voci a bilancio delle mafie guatemalteche, strettamente legate allo sfruttamento del lavoro e della prostituzione. In particolare di donne e minori, anche provenienti dall’Est Europa.

Quando parliamo di mafie e Centro America vengono subito in mente le immagini cruente del Messico. Lei ha detto che il Guatemala ha una forte contaminazione con i cartelli. I metodi di controllo del territorio sono diversi?
La mafia guatemalteca difficilmente ha fatto ricorso, almeno in origine, a stragi come quelle messicane. Le cose cambiano proprio con la penetrazione nel Paese dei cartelli. Sono i narcos a importare la violenza. In particolare il cartello del Golfo, sostenuto da Los Zetas. Le decapitazioni, i massacri, la violenza sono il loro modo di marcare il territorio. Inoltre, servono come pulizia sociale, per irretire chi lotta per il cambiamento. Per noi che operiamo a favore dei diritti umani, invece, queste azioni rappresentano il termometro per misurare lo stato di salute del narcotraffico e della presenza mafiosa.

Esiste un’antimafia sociale?
Dal 2002, in seno alla società guatmalteca sta maturando la consapevolezza che si rende necessario un cambiamento. Sono nati diversi movimenti, per lo più spontanei, che denunciano mafie e malaffare. La maggior parte di questi partono da una posizione radicale contro la corruzione, per poi estendersi anche alla difesa dell’ambiente e dei diritti umani. Quel che serve, adesso, è lo scatto in più.
Da un lato, interno. I movimenti devono perdere il loro spontaneismo e diventare politici. Ma, perché questo avvenga, serve più consapevolezza e una riforma del sistema dei partiti, oggi osteggiata dalle forze al potere, timorose di perdere il controllo. Dall’altro, diventa fondamentale l’appoggio internazionale. L’Europa, purtroppo, ci ha lasciati soli. Il Guatemala è isolato, schiacciato tra una politica interna mafiosa e lo strapotere degli Usa. Molta propaganda tende a sgonfiare le battaglie di questi movimenti. Penso a quelli per la difesa dell’ambiente, dell’acqua in particolare, i più radicali di tutti ma anche i più denigrati. Qualche tempo fa, un esponente della destra guatemalteca, bollò le lotte per la terra e dell’acqua come un complotto del comunismo internazionale. È un pericoloso ritorno al passato, finalizzato a inasprire i toni e lo scontro.

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La visita di p. Clemente Peneleu Navichoc a San Zeno di Colognola ai Colli

Clemente-San-Zeno-2016Lunedì 4 aprile si è conclusa la tappa veronese di p. Clemente. Il periodo trascorso qui da noi è stato per lui e per noi un’occasione di gioia che certamente ha rinforzato i legami di amicizia e solidarietà con lui e con il Guatemala. Sono stati due giorni e mezzo molto intensi: ha abbracciato tante persone e stretto molte mani. Desidero ricordare alcuni momenti particolari di questa visita.

1) Venerdì sera partecipando alla Lectio divina qui in parrocchia ha messo in evidenza l’invito del Signore a non chiudere le porte, a non avere paura di fare il bene come ha fatto una sua parrocchiana martire (Maria Mejia) della quale abbiamo letto una testimonianza. Maria è stata uccisa proprio per il coraggio di concretizzare la sua fede nell’impegno per la giustizia e la pace nella sua comunità.

2) Sabato mattina ha fatto visita agli anziani della casa di riposo e a un sacerdote amico che si trova da alcuni mesi in condizioni di semiinfermità.

3) Molto bello e promettente è stato l’incontro del pomeriggio con la comunità di Marcellise animata da don Paolo: qui Clemente tra le altre vicende ha raccontato alcuni episodi che lo hanno coinvolto negli anni 90 quando dopo l’uccisione di alcuni suoi collaboratori è stato più volte minacciato di morte: solo la sua serena determinazione gli ha permesso di superare queste e altre prove. Dall’incontro festoso con i giovani è scaturito il desiderio di mantenere viva la relazione e alcuni hanno espresso il desiderio di recarsi in Guatemala per conoscere meglio e condividere con p. Clemente la realtà nella quale opera.

4) Un altro incontro importante è stato quello di sabato sera qui a San Zeno con una sessantina di persone non solo del paese ma anche di altre località. Molti sono stati gli argomenti emersi; tra questi: a) la situazione politica e sociale del Guatemala caratterizzata da una diffusa corruzione che penalizza lo sviluppo del paese; b) la forte emigrazione clandestina verso gli Stati Uniti con i drammatici risvolti che spesso questa comporta per cui a fronte dei pochi che riescono ad arrivare (escludendo vecchi e bambini) si riscontra una massiccia opera di respingimento dei clandestini che al ritorno avendo perso tutto cadono spesso nelle grinfie della malavita organizzata (maras). Nella sua parrocchia di 27.000 abitanti altri 7.000 circa hanno cercato di raggiungere gli USA; c) la difficoltà riscontrata di dare continuità a opere e iniziative in favore delle persone più emarginate della società che lui stesso ha o aveva avviato sia per mancanza di soldi che per scarsa o nulla sensibilità di chi gli è succeduto; d) la priorità assoluta di operare nel campo della formazione e dell’istruzione per permettere soprattutto a bambini e giovani di avere coscienza dei loro diritti e di sapersi orientare in un mondo multiculturale; e) l’abbandono scolastico rilevante già dalle classi elementari perché le famiglie non hanno più la possibilità di pagare la retta e i bambini devono lavorare; f) per contrastare le conseguenze di questa situazione un piccolo ma significativo progetto è quello denominato “La Laguna” diretto dalla sua collaboratrice Nicolasa in favore di bambini/e, ragazzi/e che per condizioni fisiche e/o familiari non possono frequentare corsi di apprendimento statali. Clemente ci incoraggia a continuare a sostenere il progetto. L’incontro è terminato in canonica con un apprezzato buffet a base di pizza che il bravo Costantino aveva preparato per questa occasione.

4) Domenica mattina la santa Messa è stata un abbraccio festoso della comunità a p. Clemente. Egli durante l’omelia prendendo spunto dal vangelo ha sottolineato in modo particolare la difficoltà (come Tommaso) di credere alla bella notizia della liberazione dalla morte e da tutto ciò che nel mondo è simbolo di morte, perché sembra che il male prevalga sul bene. Prima del pranzo è stato accolto con gioia dai bambini e ragazzi musulmani che nelle sale parrocchiali alla domenica frequentano il corso per imparare l’arabo. Nel pomeriggio a Verona ha partecipato ad un incontro con altri sacerdoti particolarmente impegnati nella testimonianza di attenzione alle realtà di esclusione sociale nella nostra diocesi. La giornata è terminata con la cena a casa di amici e la promessa di mantenere vivi i fraterni rapporti che ci uniscono da ben 18 anni e di farci promotori di giustizia e di pace sia qui in Italia che in Guatemala. Pace che – ha ricordato più volte p. Clemente – nasce prima di tutto dentro di noi, perché solo se siamo in pace con noi stessi troviamo la forza di operare per la giustizia. Il sorriso e la serenità di Clemente ce lo confermano. Grazie p. Clemente e grazie ai tanti amici e amiche che hanno coltivato e manifestato in vari modi la loro amicizia verso di lui e ciò che egli rappresenta.

Aldo Corradi

AINS: Progetto Santa Gertrudis

Santa Gertrudis – Guatemala: il nostro nuovo progetto per i poveri
22 febbraio-4 marzo 2016. Pochi giorni. 10+2 di viaggio. Chilometri e chilometri in aereo. 2 scali all’andata e 3 al ritorno. Ne vale la pena. Sempre!!!! 5 giorni al Comedor Infantil e 5 in giro per il Guatemala con Alvaro, il nostro referente progettuale. 5 giorni passati tra Città del Guatemala, Chimaltenango e Patzún accompagnandolo agli incontri di formazione che lo hanno visto docente per 54-67-85 lavoratori della Fondazione Statunitense UNBOUND. 3 libri letti in 10 giorni, incontri saltati per poco tempo a disposizione e tante idee che aspettano di diventare microprogetti.
Santa Gertrudis – Guatemala: il nostro nuovo progetto per i poveri
Torno da questo viaggio, sempre a mie spese come tutti i viaggio in Guatemala e come tutte le partenze e i ritorni dei volontari della nostra associazione, con due certezze:
“ Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui. E li buttiamo, e viviamo comprando e buttando…e quello che stiamo sprecando è il tempo di vita perché quando io compro qualcosa, o lo fai tu, non lo compri con il denaro, lo compri con il tempo di vita che hai dovuto utilizzare per guadagnare quel denaro. Ma con questa differenza: l’unica cosa che non si può comprare è la vita. La vita si consuma. Ed è miserabile consumare la vita per perdere la libertà.”                                                                                                                                                                                                                                        José Mujica (Pepe Mujica).
“ La fame oggi ha assunto le dimensioni di un vero “scandalo” che minaccia la vita e la dignità di tante persone – uomini, donne, bambini e anziani. Ogni giorno dobbiamo confrontarci con questa ingiustizia, mi permetto di più, con questo peccato; in un mondo ricco di risorse alimentari, grazie anche agli enormi progressi tecnologici, troppi sono coloro che non hanno il necessario per sopravvivere; e questo non solo nei Paesi poveri, ma sempre più anche nelle società ricche e sviluppate. “                                                                                                                                                                                                           Papa Francesco
Sono tornato a Pavia e……quanto tempo stiamo perdendo mentre la gente, tanta gente vive nella precarietà, nella fragilità e ha fame. Noi di Ains onlus non possiamo fare grandi cose perché siamo piccoli  anche se sono convinto che “piccolo è bello, piccolo è meglio” il nostro essere piccoli ha dei grossi limiti aggravati dal fatto che tutto quello che facciamo lo facciamo fuori dall’orario di lavoro non essendo professionisti della solidarietà ma semplici volontari che vivono grazie alla stipendio che a fine mese portiamo a casa lavorando come Infermieri, negozianti, pensionati. Però dal 1998 ci siamo e quel poco che possiamo fare lo facciamo in maniera continuativa, tutti i giorni, da 18 anni.                                   
Per noi lotta alla povertà è il piccolo gesto continuativo e quotidiano. È viaggiare, partire, stare insieme alla gente del Guatemala per condividere ed ascoltare i loro bisogni e poi, ritornati a Pavia, impegnarsi per raccontare ciò che abbiamo visto ma non solo: fare!!!!. Lotta alla povertà e allo spreco è, per noi, lanciare un microprogetto chiamato “Bolsa Solidaria” che consiste, investendo 8 euro al mese, di comprare cibo (riso, fagioli, sale, pasta, incaparina, olio, latte in polvere e avena) per riempire una borsa da distribuire ad un anziano che vive nella baraccopoli di Santa Gertrudis,  che se può versa 10 quetzales (l’equivalente di 1 euro) per creare un fondo che verrà usato per finanziare le attività all’interno del Comedor Infantil perché l’assistenzialismo non ci piace per cui anche il povero, se appena appena può, è giusto che dia il suo contributo per non ricevere sempre tutto gratis. Lotta alla povertà è un piccolo gesto come questo che si pone l’obiettivo di aiutare ogni mese 25 anziani con un investimento totale di 2400 euro all’anno.  
Lotta alla povertà  è anche il microprogetto “Granai della Memoria” dove si decide di acquistare mais e fagioli direttamente dal contadino by-passando la grossa distribuzione che uccide quotidianamente la terra e chi la lavora. Lotta alla povertà è anche permettere a 25 donne, ogni mese, di eseguire un pap test,  una visita ginecologica e poter acquistare i farmaci necessari per curarsi. Lotta alla povertà è diritto alla salute e diritto all’accesso ai farmaci e alle cure mediche.  Ma lotta alla povertà è anche, a Pavia, attenzione alle fragilità  lanciando un progetto come “L’armadio dei Pigiami” dove ci si pone l’obiettivo di raccogliere vestiti, biancheria intima, dentifricio, spazzolino da denti e saponette da distribuire a tutte quelle persone (anziani, donne sole, stanieri, senza fissa dimora) che ricoverate in ospedale non hanno nulla. E poi lanciare un percorso di formazione per Infermieri e volontari in 4 tappe denominato “Educare alla fragilità” rivolgendosi agli Infermieri e, per ultimo, ma non vogliamo fermarci perché i bisogni da soddisfare sono tanti, il progetto “L’armadio dei Pigiami. Mappatura dei bisogni delle persone che vivono nel quartiere Borgo Ticino a Pavia”. Quest’ultimo è un progetto che partirà a brevissimo in collaborazione con l’APS Borgo Ticino e il Collegio Infermieri con l’obiettivo di fare una mappatura dei bisogni sociali delle persone, soprattutto anziani, di uno dei quartieri di Pavia. Progetto a cui crediamo molto perché è solo la prima fase di un percorso che, una volta che sappiamo quali sono i bisogni delle persone, ci attiverà nel soddisfarli. Concludo raccontandovi di un’ultimo progetto pensato per lottare contro la povertà. Progetto in collaborazione con il Centro servizi del Volontariato di Pavia e Provincia e denominato “La dispensa del volontario” dove vogliamo educare le associazioni e la cittadinanza all’acquisto mettendo inizialmente  in rete le associazioni che si occupano di cibo, fame, povertà e spreco, per educarci tutti insieme all’importanza del cibo buono, pulito e giusto. Tutto questo per noi è lotta alla povertà ed è ciò che un’associazione come la nostra ha il dovere di fare.
Concludo questo mio piccolo scritto chiedendovi, se lo volete, di darci una mano investendo 8 euro in un gesto semplice come quello di finanziare una “bolsa Solidaria” per un anziano di Santa Gertrudis  o in un esame ginecologico o in una donazione per acquistare dentifricio e spazzolino per chi non ha nulla e viene ricoverato in ospedale.
Perché? perché ne vale la pena e perché
“ Le buone idee hanno le gambe lunghe, e tanti hanno queste idee a ogni latitudine: il segreto sta nell’unire le forze”                                                                                                                                                  Carlo Petrini
Il codice IBAN del conto corrente postale di AINS onlus è:
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CIN: w
ABI: 07601
CAB: 11300
N.CONTO: 000046330429

Incontro con Padre Clemente

Incontro-Clemente

Alcune note biografiche

Clemente Peneleu Navichoc è un prete cattolico di etnia maya, parroco di San Antonio Llotenango, una località vicino a Santa Cruz del Quiché in Guatemala. E’ stato ordinato sacerdote nel 1986 a Sacatepéquez. Prima dell’attuale parrocchia è stato responsabile di altre comunità parrocchiali a Santo Tomas (Izabal), Antigua, San Pedro Jocopillas e San Bartolomé Jocotenango, Sacapulas, Chel (Chajul) e Canillà. In tutte queste località ha testimoniato con coraggio la sua fede con la scelta preferenziale per i poveri, gli ultimi, specialmente gli indigeni. Con coraggio e determinazione ha realizzato scuole di formazione per i catechisti (che in Guatemala sono il perno fondamentale della pastorale), restaurato chiese e case parrocchiali, avviato scuole elementari e professionali, creato un “Centro educativo mixto bilingue interculturale” (CEMBI) nella sperduta località di Chel. Per la sua coraggiosa azione sociale e l’impegno di pacificazione a seguito della sanguinosa guerra civile che ha devastato il Guatemala per circa trent’anni ha subito numerose minacce e intimidazioni. Ha collaborato con il vescovo mons. Juan Gerardi, ucciso due giorni dopo aver presentato il libro di testimonianze e denuncia “Guatemala nunca mas”. Clemente vive e valorizza la sua fede cristiana manifestando e promuovendo orgogliosamente la sua origine e la cultura maya. Merita la nostra ammirazione e solidarietà.

Incontro a Torino con Claudia Samayoa

Il comitato Guatemala di Torino ha promosso per martedì 15 marzo un incontro con Claudia Samayoa, una guatemalteca, storica attivista dei diritti umani e dal 2000 fondatrice e coordinatrice di UDEFEGUA ( Unidad de Protecciòn a Defensoras y Defensores de Derechos Humanos – Guatemala). Dopo Torino andrà ad Ancona. Vedere programma dal volantino.

volantino-Claudia

Claudia Samayoa  da circa 12 anni ha intrapreso uno sforzo per creare un osservatorio sugli attacchi e aggressioni contro gli attivisti e le attiviste nella promozione  dei diritti umani in Guatemala e in altri paesi dell’America Centrale. L’organizzazione fornisce servizi che sono indispensabili per i difensori dei diritti umani e sostiene il loro lavoro per la trasformazione della società guatemalteca. Si tratta di una persona dotata  di grandi qualità umane e cristiane che mette a servizio per il bene della società nella quale vive.

360 anni di carcere a due militari che abusarono di 15 donne durante la guerra civile

da “Il fatto quotidiano” del 27 febbraio 2016
L’ex comandante Francisco Reyes Giron e l’ex commissario Heriberto Valdez Asij condannati per schiavitù sessuale, violenza e omicidio nei confronti di un gruppo di donne indigene. Il nobel: “Sentenza storica”. Amnesty International: “La violenza sessuale è un reato grave, e va punito”

Hanno atteso più di trent’anni prima di avere giustizia. Sono 11 donne, oggi ultrasettantenni, che tra il 1982 e il 1983 hanno subito degli abusi sessuali presso la base militare di Sepur Zarco, nel nord del Guatemala. A riconoscerlo è stata una sentenza unica per il Paese che ha visto due ex militari condannati a un totale di 360 anni di carcere per violazione dei diritti umani, dopo le accuse di omicidio, stupro, schiavitù sessuale e domestica nei confronti di un gruppo di donne indigene. Si tratta della prima condanna per violenza sessuale riguardante i fatti avvenuti durante la guerra civile che ha devastato il Paese tra il 1960 e il 1996. Il premio Nobel per la Pace, Rigoberta Menchu, presente in aula, ha definito la sentenza “storica”.

L’ex comandante Francisco Reyes Giron è stato condannato a120 anni di reclusione per crimini contro l’umanità, per aver ridotto in schiavitù sessuale 15 donne e per l’omicidio di Dominga Coc e delle sue due giovani figlie. Mentre l’ex commissarioHeriberto Valdez Asij, all’epoca dei fatti un civile con funzioni militari, è stato condannato a 240 anni con l’accusa di schiavitù e per la sparizione di sette uomini.

Continua la lettura qui

Le brutte facce della presidenza Morales

Arrestati i suoi uomini più vicini con l’accusa di aver commesso crimini contro l’umanità

Guatemala: le brutte facce della presidenza di Jimmy Morales

Negli anni ’80 Cabrera Mejía e Edgar Ovalle Maldonado parteciparono alla repressione imposta dal regime militare

3 febbraio 2016 – David Lifodi

internet

Lo scorso 14 gennaio Jimmy Morales ha assunto ufficialmente la presidenza del Guatemala promettendo tolleranza zero verso la corruzione e ripetendo gli stessi ritornelli che lo hanno condotto alla guida del paese: lui è l’uomo nuovo, indipendente dai partiti e dalla politica, che risolleverà questa martoriata nazione centroamericana. Così si era presentato, anche se in realtà Morales rappresenta solo una delle tante facce dell’estrema destra guatemalteca, da troppo tempo libera di spadroneggiare in Guatemala.

Seguito dell’articolo qui

Processo contro due membri dell’esercito accusati di crimini contro l’umanità

Donne Guatemala

(CE) (Agenzia Fides, 02/02/2016)

Città del Guatemala (Agenzia Fides) – Sono dovuti passare più di 30 anni perché due membri dell’esercito, sospettati di essere coinvolti in un caso di schiavitù sessuale e domestica delle donne di etnia Maya-keqchí del Guatemala settentrionale, venissero chiamati al banco degli imputati per rispondere dei loro crimini. Un tenente colonnello, ora in pensione, e un commissario militare (un civile in servizio all’esercito) sono accusati di crimini contro l’umanità nelle forme di violenza sessuale, schiavitù domestica e omicidio.
Gli eventi si sono verificati tra il 1982 e il 1983, e i responsabili sono stati identificati grazie alle testimonianze delle vittime. I crimini sono stati perpetrati nella comunità di Sepur Zarco, un villaggio nel comune di El Estor (Izabal), dove i militari dovevano combattere la guerriglia di ispirazione marxista. Si tratta del primo caso che arriva in un tribunale del Guatemala.
Il rapporto “Recupero della memoria storica” (REMHI) del Vescovo Juan Gerardi, contiene testimonianze scioccanti a questo riguardo: le donne venivano costrette a ballare e a spogliarsi davanti alle truppe nello stesso luogo dove poche ore prima erano stati assassinati i loro genitori, fratelli, fidanzati o mariti, quindi venivano violentate.
“La violenza non fu indiscriminata, ma dipendeva da una valutazione del rischio/beneficio in relazione all’obiettivo centrale: ottenere la collaborazione della popolazione civile” dice il rapporto coordinato dal Vescovo Gerardi, che venne assassinato nel garage della sua parrocchia 48 ore dopo aver presentato pubblicamente il rapporto.
La causa è ora nelle mani dei giudici, ma il processo potrà durare qualche mese.

 

Rete Solidarietà Italia Guatemala