La fine di Misna, l’agenzia che ha raccontato le periferie del mondo

“È una follia chiuderla adesso

Il racconto del fondatore Padre Giulio Albanese: L’idea mi venne durante uno stage alla Cnn. La missione è quella di Papa Francesco»
PAOLO MASTROLILLI - INVIATO A NEW YORK
 «Rammarico, dolore e sofferenza». Sono le tre parole che padre Giulio Albanese usa per descrivere il suo stato d’animo, dopo la decisione di chiudere la Missionary International Service News Agency, l’agenzia di informazione che aveva fondato nel 1997. Poi aggiunge: «Questa è una scelta fuori dal tempo e dalla storia, in contraddizione con l’inizio dell’anno della misericordia. La missione che ci ha dato Papa Francesco è dare voce a chi non ha voce, raccontare le periferie del mondo. È una sfida culturale. E invece proprio ora, mentre in regioni come la Repubblica Centrafricana, la Somalia, il Congo, succedono cose terribili, la Misna viene chiusa».

 

Cominciamo dal principio. Come le è venuta l’idea di fondare un’agenzia basata sulle informazioni raccolte tramite i missionari, nelle zone più calde del mondo?

«Lavoravo ad Atlanta, per uno stage professionale alla Cnn. Restavano sempre stupiti per le notizie che riuscivo a trovare, grazie a questi contatti. Furono loro a farmi venire l’idea di fondare un’agenzia, usando la nuova tecnologia offerta da Internet. Così il 2 dicembre del 1997 pubblicammo il primo lancio».

Come è riuscito a costruire la Misna?

«Grazie all’aiuto degli istituti missionari, con 30 milioni di lire, un computer, un telefono dotato di due linee, e due traduttori. Stavamo in uno scantinato di San Pancrazio. Gli istituti mi avevano detto che dovevo coprire l’80% delle spese, e loro avrebbero messo il 20%. Ci sono riuscito per 7 anni. Il bilancio era salito a 600.000 euro e nel 2004 avevo assunto 12 professionisti».

Come ottenevate le notizie?

«Attraverso la rete dei missionari. Non erano giornalisti, ma li avevamo istruiti. Io andavo ogni anno a incontrarli. Erano diventati molto bravi a rispondere alle cinque W della professione, chi, cosa, dove, quando e perché, fornendo informazioni che nessun altro aveva».

Quali sono i colpi che ricorda con più soddisfazione?

«La denuncia dei massacri avvenuti nel 1998 nell’ex Zaire, le guerre in Guinea Bissau, Sierra Leone, i sequestri dei missionari. In genere, come per l’ex Zaire, arrivavano subito le smentite dei governi, in quel caso quello ruandese che era responsabile. Poi però la verità veniva sempre a galla».

Anche lei è stato sequestrato.

«Nel 2002, in Uganda. Eravamo entrati in contatto con uno dei gruppi più pericolosi, il Lord’s Resistance Army, e i ribelli non ci avevano trattati male. Il governo però aveva cambiato idea e deciso di attaccarci. Restammo prigionieri per due giorni dentro una capanna di metallo, senza mangiare, finché non ci liberarono e si scusarono».

Perché questi colpi erano così importanti?

«In quelle zone l’informazione è la prima fonte di solidarietà. Abbiamo salvato la vita a tanta gente, non perché fossimo bravi, ma perché rivelare quanto avviene attira l’attenzione internazionale e protegge le vittime».

Poi cosa è successo?

«Una struttura come la Misna aveva bisogno di investimenti e gestione professionale, non poteva andare avanti solo con la beneficenza. Il 30 novembre del 2002 riunimmo gli stati generali, a cui parteciparono 54 congregazioni. Tutti promisero sostegno, ma alla fine restarono solo in quattro, Consolata, Comboniani, Saveriani e Pime, a sostenere i costi. Io poi mi feci da parte, pensando che potessi essere il problema, ma non è bastato».

La chiusura era inevitabile?

«La Misna aveva difficoltà, ma la Cei aveva fatto una proposta molto generosa: coprire il bilancio per due anni; fornire un service composto da Avvenire, TV2000, Radio in Blu e Sir; offrire una persona per gestire la raccolta dei fondi».

Perché non è stata accettata?

«Non lo capisco. Gli istituti hanno detto che non è un problema di soldi, ma di personale. Il personale però è laico, e con questa proposta si poteva ripartire. È mancata la visione dell’importanza strategica dell’informazione, da parte della direzione degli istituti. Il mondo missionario ha fatto e continua a fare molto bene, ma sta invecchiando. Così è stato innescato questo meccanismo di eutanasia. Io però spero ancora che in qualche modo sia possibile resuscitare la Misna».

Fallito ultimo tentativo di salvare Misna

Roma, 8 gen. (askanews) – Non sono bastati gli appelli, le numerosissime manifestazioni di stima e solidarietà giunte nelle ultime settimane per scongiurare la chiusura della ‘voce di chi non ha voce’. L’assemblea dei giornalisti dell’agenzia missionaria Misna apprende oggi che anche l’estremo tentativo di salvare la testata, grazie al contributo e a una soluzione sostanziale proposta dalla Conferenza episcopale italiana, è stato fatto naufragare.

Ieri pomeriggio i superiori generali dei quattro istituti soci dell’agenzia (Missionari comboniani, Missionari della Consolata, Missionari Saveriani e Pime) hanno lasciato cadere nel vuoto la mano tesa di chi proponeva una ‘exit strategy’ alla crisi dell’agenzia. Con un voltafaccia inatteso e contrario agli auspici di buona parte del mondo missionario, del volontariato e dell’editoria cattolica e nazionale, i rappresentanti delle congregazioni hanno fatto tramontare ogni speranza per il futuro della testata che da 18 anni racconta l’attualità dei Sud del mondo.

Un vero e proprio tradimento nei confronti della redazione – che molto si era spesa in queste settimane per trovare una soluzione che ormai sembrava a portata di mano – ma soprattutto l’atto finale di un progressivo abbandono dell’unica realtà intercongregazionale nella quale i singoli istituti religiosi erano chiamati a lavorare insieme.

In tempi in cui si fa sempre più evidente la necessità di aprire al dialogo interreligioso ed ecumenico e all’inizio dell’anno del giubileo della Misericordia, è triste dover constatare che a spegnere la voce di Misna sia proprio l’incapacità delle diverse congregazioni missionarie a dialogare tra loro, mettendo da parte interessi particolari, a favore di un più ampio ‘bene comune’.

Una sfida persa per il mondo dell’editoria cattolica, di cui a fare le spese saranno non solo le stesse realtà missionarie, confinate ognuna nel suo angolo, i dipendenti laici e le loro famiglie, ma le periferie del mondo su cui, da oggi, cala un po’ più di silenzio.

Circo InZir

Il circo Inzir è un circo di strada, composto da giovani nostri amici che hanno non solo l’abilità nei giochi, ma soprattutto un senso profondo di solidarietà e partecipazione.
Nel 2014 hanno raccolto (come dicono loro: a cappello) denaro sufficiente per andare in Guatemala presso la nostra missione, potevano spenderlo diversamente, ma hanno voluto essere presenti tra la povertà e l’emarginazione della popolazione dei villaggi. Hanno fatto 11 spettacoli in altrettanti villaggi, hanno rallegrato e meravigliato frotte di bambini e ragazzi che mai avevano visto spettacoli del genere. Hanno trasportato le loro attrezzature a spalla nel fango per raggiungere capanne che – a parte p.Ottavio e p.Giorgio – non avevano mai visto tanti europei tutt’insieme, non solo insieme, ma a servizio per 2 orette di sorrisi, di gioia, di battimani per gli spettacoli offerti sia come giocolieri, sia come funamboli, sia come performances sui teli volanti.
Insomma i ragazzi del Circo InZir hanno regalato alla popolazione della nostra missione giorni che ancora la gente ricorda per la generosità, per la gentilezza, per la disponibilità di aver accolto bambini e adulti nel caldo e gioioso cuore dei circensi.
Ora questi stessi ragazzi vogliono portare una voce di allegria e di speranza in Etiopia, martoriata da guerre, tirannie, fame e ferocia senza fine.
Che dite: gliela diamo una mano?
Per l’organizzazione della carovana in Etiopia è partita una campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso. Si può donare da 10 euro in su, e in base alla donazione è prevista una ricompensa.
 
 
Athos

Droga sequestrata di circa 7,2 milioni di dollari.

La polizia anti-droga del Guatemala ha sequestrato 540 chilogrammi di cocaina nascosti su una barca e ha arrestato i quattro trafficanti ecuadoriani a bordo. Lo ha reso noto la polizia locale.

 L’imbarcazione è stata intercettata domenica sera al largo della costa del Guatemala. La droga sequestrata ha un valore, secondo la polizia, di circa 7,2 milioni di dollari. I quattro ecuadoriani arrestati sono stati identificati come Ruben Dario Aifan Castillo, Darwin Fernando Araujo Solis, Nizon Fernando Olmedo e Ariel Cimitera Marquinez.

Si tratta della seconda grande operazione effettuata negli ultimi giorni. Alla fine del 2015, agenti guatemaltechi anti-droga hanno intercettato una barca con a bordo 656 chilogrammi di cocaina.

Chi è Jimmy Morales

  • gennaio 2016

L’ex comico Jimmy Morales, 46 anni, è stato eletto presidente del Guatemala il 25 ottobre al ballottaggio con quasi il 70 per cento dei voti. Il 6 settembre, al primo turno delle elezioni presidenziali, sono stati eletti anche i 158 deputati del parlamento: il partito di destra Fronte di convergenza nazionale (Fcn), di cui Morales era il candidato, ha ottenuto solo 11 seggi, mentre il centrodestra di Libertà democratica (Lider) ne ha totalizzati 44, e il socialdemocratico Unità nazionale della speranza (Une) 36. Al ballottaggio l’avversaria di Morales era Sandra Torres, candidata di Une ed ex moglie di Álvaro Colom Caballeros, presidente del Guatemala dal 2008 al 2012. Prima di diventare segretario del Fcn nel marzo del 2013, Morales aveva avuto un’unica breve esperienza in politica: nel 2011 si era candidato come sindaco alle elezioni comunali della città di Mixco, nel Guatemala meridionale, con il partito Azione per lo sviluppo nazionale (Adn), ma aveva ottenuto pochi voti. Cresciuto in una famiglia modesta, Morales è di fede protestante evangelica, ha studiato economia e teologia, e ha quattro figli. Ha condotto un programma satirico in televisione, è attore e produttore cinematografico. Deve la sua fama a Neto, uno dei personaggi che ha interpretato: si tratta di un cowboy ingenuo che per caso viene eletto presidente. “Né corrotto né ladro” recitava uno degli slogan della campagna di Morales, che si è basata sui temi dell’antipolitica: dopo le dimissioni e l’arresto dell’ex presidente Otto Pérez Molina per frode fiscale e associazione a delinquere, la fiducia dell’opinione pubblica nella classe politica è crollata. Anche l’ex vicepresidente Roxana Baldetti e alcuni ex ministri si sono dimessi per il loro coinvolgimento nel sistema di tangenti e corruzione al centro dello scandalo.

da: http://www.internazionale.it/notizie/2015/10/26/jimmy-morales-guatemala

Notizie gennaio 2016

  • GEN 201610:30
Rivolta in un carcere in Guatemala, otto morti. Durante i festeggiamenti per il capodanno è scoppiata una rivolta in una prigione nella città portuale di Puerto Barrios: i morti sono stati otto e i feriti venti. La base ospita novecento detenuti, ma è stata costruita per dare alloggio a 175 persone.

Rete Solidarietà Italia Guatemala